Si è svolta oggi, 6 settembre 2026, la consueta manifestazione “Fiamme Verdi in Mortirolo”, per ricordare le gloriose battaglie del febbraio-maggio 1945 e tutti i Caduti per la Libertà.
Nella splendida cornice della Conca del Mortirolo, alla presenza di moltissimi sindaci e del parlamentare Giauna folla di partecipanti si è radunata davanti alla Chiesetta di San Giacomo in Mortirolo.
Dopo la Santa Messa celebrata dal cappellano mons. Tino Clementi e dopo l’introduzione di Fernando Sala, che ha letto un messaggio di Maria Carla Levi Sandri figlia del Capitano Sandro (Lionello Levi Sandri), comandante al Mortirolo, alla presenza dei partigiani Rosy Romelli e Giovanni Boccacci è intervenuta l’oratrice ufficiale, la prof.ssa Carla Bino dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha pronunciato questo appassionato e bellissimo discorso, che volentieri riproponiamo:
Egregio Presidente, Monsignore, Autorità tutte, Cari amici,
Grazie per avermi chiesto di essere qui, oggi, in Mortirolo, con le Fiamme Verdi.
Con tutta la comunità delle Fiamme Verdi, dei vivi e dei morti.
È un incontro, questo, a cui non potevo sottrarmi per il dovere morale e civico della convocazione rituale che rinsalda, ribadisce e perpetua i valori sui quali si poggia il nostro essere donne e uomini ancora – e fino ad ora – liberi.
Convocazione rituale, ho detto. Convocazione rituale, ripeto fuori da ogni retorica, perché credo che il rito della memoria non sia il vuoto apparato né la forma sterile a cui lo riduce chi, troppo spesso, lo celebra in modo ripetitivo, sciatto o inconsapevole.
Mi è stato insegnato, invece, che commemorare significa unirsi – come un individuo solo – in un rito che è certamente laico ma è anche sacro, nella misura in cui è capace di aprire un varco nel tempo e di annullarne lo scorrere, facendo del passato un presente da vivere e di cui essere pienamente partecipi, con tutte le fibre del corpo e tutti i sensi del cuore.
Noi, oggi, siamo qui, insieme, gli uni al fianco degli altri, per rendere attiva e agente la memoria di coloro che – tra il febbraio e il maggio del 1945 – tennero questo crinale contro forze molto più grandi di loro.
Noi, oggi, qui e insieme, non li omaggiamo nel passato, ma ne rendiamo presenti i volti per guardarli negli occhi, le parole per ascoltarle e le azioni per avvertirne la fatica, il dolore, la potenza.
Attraverso questo “esercizio della memoria” ci mettiamo davanti a loro, faccia a faccia, e così prendiamo coscienza, in prima persona e nella nostra carne viva, di ciò che infuse in loro la forza della ribellione, la costanza della resistenza, l’abnegazione d’amore che diede forma al loro modo di comportarsi, sino al sacrificio.
Essi furono liberi, intensi, limpidi e dritti: sono queste le quattro caratteristiche che Teresio Olivelli chiede al Padre di concedere ai ribelli e che oggi voglio far risuonare qui, sulla montagna che non dorme.
Liberi, intensi, limpidi e dritti.
Badate che non sono quattro aggettivi detti alla maniera dei facili proclami elettorali che fanno di un’etica di vita l’etichetta disimpegnata di un voto.
Sono quattro valori. E non valori intesi come ideali esterni alla persona, forse da raggiungere, ma pur sempre lontani dalla vita quotidiana.
No.
I valori sono le capacità dell’individuo, quelle potenzialità costitutive che, curate e coltivate, lo rendono appunto valido e capace. I valori, insomma, sono interni alla persona, sono la sua ossatura; il midollo del suo stare al mondo.
Solo se intendiamo quei quattro aggettivi come valori comprendiamo il loro significato vivo e attivo, ieri e oggi.
Comprendiamo, allora, perché Teresio Olivelli insiste a dirci che essere liberi non è un dono, ma avere la capacità di liberarsi e di fare di sé stessi persone libere.
Comprendiamo, allora, anche le parole di Laura Bianchini che su Il Ribelle del 10 giugno 1944 ci spiega come la libertà sia innanzitutto morale, della persona in sé, e poi necessariamente sociale e politica. È libertà morale in quanto intima capacità del singolo di scegliere secondo la legge interiore che conosce e riconosce la dignità dell’essere umano, anteponendola a quella che definisce la “schiavitù delle proprie passioni” intendendo le paure, i desideri e le emozioni che condizionano le nostre azioni e incatenano la volontà. È libertà sociale, in quanto capacità reciproca di rispettare i diritti che quella dignità porta con sé e li antepone al “disordinato amore per sé”, un amore autoreferenziale spesso condizionato dai legami di sangue e di amicizia che fa privilegiare la ‘cerchia dei propri” ed escludere tutti gli altri. È libertà politica in quanto capacità di governare e amministrare il rispetto dei diritti reciproci, anteponendoli al tornaconto personale e all’ambizioso ed egoistico “desiderio di comando”.
Proprio nella misura in cui la libertà è questo esercizio responsabile della dignità umana, essa non è solo un diritto, ma anche un dovere: “va meritata – dice Laura Bianchini – va guadagnata, e chi la chiede e la esige […] deve mostrare di saperla usare”.
Coloro che salirono qui lottavano per questo genere di libertà e furono intensi, con la volontà mai molle, ma tesa come la corda di un arco che punta la freccia verso l’obiettivo. Furono vibranti e mai inerti; furono ardenti e mai tiepidi, ma senza lasciarsi consumare da un fuoco che si infiamma e subito si spegne.
Seppero avere la parola affidabile e le azioni oneste, prive di un secondo fine. Seppero essere limpidi come lo sono i semplici che non conoscono la doppiezza degli impostori, né l’ingannevole finzione degli ipocriti. Seppero rimanere trasparenti e chiari anche davanti a chi era opaco e scuro.
Infine, si mantennero tenacemente dritti. Mai ricurvi, piegati su di sé e sulle cose che passano, rimasero ritti in piedi per guardare in faccia gli altri e le cose che restano. Non deformati e stortati dalle lusinghe del potere e dai suoi abusi, si conservarono retti nella dignità di essere figli di un unico Padre e, per questo, sempre e comunque giusti con i fratelli.
Qui, oggi, nel varco aperto dalla memoria, tornano presenti due episodi che ci mostrano che cosa significò nel concreto il loro essere uomini capaci di una libertà responsabile esercitata con “l’anima dilatata e fervida”.
Il primo ci viene restituito dalle parole del capitano della Legione Tagliamento Alberto Martinola. Un nemico combattuto per le idee di cui era portatore, ma che, ferito e catturato, fu rispettato come uomo e curato come fratello. Così dice il Martinola:
«Quando gli ufficiali e gli uomini del reparto del Mortirolo si accorsero che ero ancora in vita, ebbi da loro molti aiuti fisici e morali che mi fecero quasi piangere. Non una parola che potesse offendere il mio onore di soldato, anzi gli ufficiali in modo particolare ebbero nei miei confronti le cure materiali e morali che possono essere sfogo di un cuore fraterno. Non avrei mai immaginato, […], che i partigiani trattassero un loro nemico in sentimento, nelle maniere fraterne che ebbero per me.
Non persone dalla barba fluente, dai capelli lunghi, dagli abiti stracciati, con sulle labbra delle parole le più volgarmente basse e sporche, ma soldati forse nel senso vecchio della parola, con una uniforme, con la barba rasa e i capelli fatti, e con gli occhi limpidi e non iniettati di sangue o di quel guizzare di intenso odio che avevo notato in altre occasioni».
Il secondo, invece, ritorna con le parole di Bortolo Fioletti che, pochi giorni prima di morire, da qui scriveva a sua madre:
«Cara mamma, non piangere per me. Perdonami e pensa se io fossi tra coloro che martirizzano la nostra gente […] io sono qui per nessun altro scopo che la fede, la giustizia, la libertà e combatterò sempre per raggiungere il mio ideale […]. Presto verremo giù e vedrai che uomini giusti saremo»
Vedrai che uomini giusti saremo, Poldo lo dice a ognuno di noi, e così, dalla matura giovinezza dei suoi 19 anni, fa tre cose: ci consegna il senso della sua missione, ci interroga sul nostro esserne eredi, mette alla prova la nostra capacità di resistenza morale.
Ricordiamoci, amici, contro cosa si ribellarono le Fiamme Verdi! Ricordiamocelo ascoltando ancora la voce di Teresio Olivelli:
«Contro il putridume in cui è immersa l’Italia […] asservita, sgovernata, depradata, straziata nei suoi valori […]. Contro lo Stato che assorbe ed ingoia scoronando la persona di ogni libertà di pensiero e di iniziativa […] Contro una classe dirigente di politicanti e di plutocrati che invece di servire le istituzioni se ne serve per la propria libidine di […] dominio e di […] guadagno; che del proprio arbitrio ha fatto legge; del denaro di tutti [ha fatto il] fondo dei propri vizi; della dignità della persona [ha fatto] lo sgabello alle proprie ambizioni. […] Non recriminiamo: ci ribelliamo. […] La nostra […] è rivolta contro […] un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo».
L’attualità di queste parole è evidente e sconcertante.
Oggi, che i diritti universali del genere umano sono calpestati ed è vilipesa la dignità dell’uomo, per tutti noi sacra oltre che inviolabile;
oggi, che non esiste altra misura se non il potere violento fattosi legge;
oggi, che non c’è patto rispettato, né principio morale condiviso, né bene comune;
oggi, che l’azione è diretta dal solo arbitrio individualista e dalla forza brutale, priva di ragione;
oggi, che i portatori di pace sono fatti passare per idioti e ingenui pacifisti;
oggi, mentre la natura reagisce allo sfruttamento di chi, tradendola, non l’ha saputa custodire;
oggi, Olivelli ci incalza e ammonisce: «È necessario […] riprendere ab intus ed ab imis l’edificazione delle personalità e della cultura, per riproporre in termini nuovi l’ordine delle convivenze».
Mai come oggi ognuno di noi è chiamato da loro, dalle parole e dalle azioni delle Fiamme Verdi, a fare il proprio ufficio qualsiasi esso sia «con tutto l’impegno costruttivo, impegno serio, religioso, di vita interiore ed integra, […] di preparazione dei fondamenti e delle strutture della città futura».
È quell’impegno che oggi ci assumiamo attraverso il rito della memoria che rende presente il passato. Questo non è più il tempo delle celebrazioni. Questo è il tempo della responsabilità, il tempo di agire ogni giorno nelle nostre vite individuali e collettive da donne e uomini liberi, intensi, limpidi e dritti.
Grazie, Fiamme Verdi per il vostro amore ribelle!
Viva l’Italia, nostra Patria sentita con quell’amore e nel profumo dei gelsomini.
Intervento chiaro e deciso anche del Presidente della Federazione Italiana Volontari della Libertà, Roberto Tagliani:
Care amiche e cari amici,
al termine del nostro incontro, vi porto con piacere il saluto della Federazione Italiana Volontari della Libertà e dell’Associazione Fiamme Verdi, tra le più attive della Federazione.
Ringrazio mons. Tino Clementi, tutte le autorità presenti, civili e militari, le delegazioni dei gruppi FF.VV., dell’ANPI e dell’ANEI con i loro presidenti e delegati provinciali, quelle delle associazioni combattentistiche, dei sindacati, e tutti voi che siete saliti oggi in Mortirolo.
Un grazie particolare alla nostra oratrice ufficiale, la prof.ssa Carla Bino, che, con il suo discorso appassionato non solo ci ha guidato nella lettura del senso più profondo di ciò che stiamo facendo qui oggi, ma ci ha ricordato il compito ineludibile, che riguarda tutti e ciascuno: il DOVERE di celebrare la memoria della Resistenza.
Un dovere che non si assolve con la partecipazione rituale e periodica a cerimonie e manifestazioni ma che deve tradursi in un impegno concreto a far vivere quotidianamente quella relazione tra i morti e i vivi di cui ci ha parlato.
Soprattutto, «io ringraziare desidero» Carla per le sue parole forti, che mi spingono a dire ad alta voce qualcosa che forse non abbiamo detto o non diciamo abbastanza chiaramente.
Tutti noi – donne, uomini, giovani e meno giovani – siamo affamati di libertà, amanti della democrazia e sostenitori della partecipazione e del diritto di tutti a esprimere le proprie idee. Siamo cittadine e cittadini onestamente e genuinamente democratici.
Ma – voglio dirlo con la massima schiettezza – anche se siamo genuinamente democratici, NON SIAMO STUPIDI.
Sappiamo perfettamente che, in questo momento storico, c’è qualcuno in Italia, in Europa e nel mondo che SI STA APPROFITTANDO delle regole della democrazia per picconare, bombardare, abbattere – colpo dopo colpo – quei principi e quei valori che fino ad oggi hanno consentito alla nostra democrazia di esistere. Vediamo ogni giorno che qualcuno strumentalizza la democrazia con l’intento di capovolgerla e demolirla, che trasforma la libertà di parola in diritto alle urla per far tacere gli altri.
Ogni battuta, ogni espressione, ogni gesto, ogni riferimento che richiama i regimi fascista e nazista NON È UN ATTO DI DEMOCRAZIA. Ogni parola di odio, ogni progetto, ogni programma politico-elettorale, ogni targa, ogni monumento, ogni bandiera sventolata per esaltare il ricordo del Ventennio mussoliniano, ogni provocazione che umilia i principi della Costituzione, che si propone di negare o restringere i diritti delle persone e delle comunità, NON È UN’AZIONE DEMOCRATICA, e chi la compie va chiamato con il suo nome: FASCISTA.
Lo dico ancora una volta: non siamo stupidi.
Per questo mi rivolgo a voi, che vi nascondete dietro i diritti di libertà di parola, di associazione, di pensiero, quei diritti che i nostri partigiani hanno conquistato combattendo contro quelli ai quali voi vi ispirate e che vorreste parificare per dignità morale ai Caduti per la Libertà DI TUTTI: sappiate che non vi consentiremo di infrangere la XII disposizione finale della Costituzione e di riorganizzare in nuove forme il disciolto Partito fascista; e, quel che più conta, non vi daremo la possibilità di riportare in auge le sue nefande idee.
Noi NON VE LO PERMETTEREMO!
Se siamo qui, oggi, è anche per testimoniare questo impegno.
Al termine della cerimonia, presso l’Albergo Alto del Passo del Mortirolo è stata scoperta una lapide a ricordo di Luigi Calvi “Geni”, morto di peritonite il 21 marzo 1945 mentre combatteva tra le Fiamme Verdi del Mortirolo.
Ecco alcune immagini della manifestazione:
















