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Discorso per la commemorazione Sella dell’Oca

Buongiorno a tutti, alle istituzioni politiche, religiose e militari, alle associazioni e a tutti voi cari amici antifascisti.
La vostra presenza qui oggi è sicuramente un bel messaggio di senso civico e di partecipazione, di chi non vuole dimenticare ma testimoniare i valori della Resistenza.

Notavo mentre salivo in macchina, che questo è un luogo veramente bello dal punto di vista panoramico ma è anche un luogo sacro dove persone giuste, in questo caso due ragazzi giusti e con la schiena dritta di 20 e 21anni, hanno pagato con il prezzo più alto, quello della loro vita,  la libertà e la democrazia che oggi noi abbiamo la fortuna di apprezzare e vivere.

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Molte volte si sente parlare della “banalità del male”, di come spesso le azioni più dure, sanguinose ed efferate siano state compiute da persone normali, della porta accanto….persone criminali si per il male inflitto, ma pur sempre uomini che con leggerezza, passività e superficialità si sono fatti pervadere e convincere dall’idea che la strada del fascismo mussoliniano fosse quella giusta.

Ebbene oggi io, voglio ribaltare questo concetto della banalità del male e vedere l’esatto opposto, la “banalità del bene”.
Cioè questi due ragazzi, (che oggi ricordiamo come migliaia di altri uomini e donne della Resistenza,  che hanno pagato con la loro vita il loro impegno e la loro scelta antifascista,) non erano dei super eroi, nè tanto meno dei super uomini.
Non erano persone illuminate e di cultura, grandi pensatori o filosofi,  ma gente comune, spesso di umili origini e poco scolarizzati ma che nel momento della scelta  hanno deciso di divenire partigiani, combattenti o “ribelli per amore” per dirla alla Teresio Olivelli.

Perchè potranno esserci soprusi, obblighi, catene e manganelli ma ognuno di noi possiede una prerogativa che è quella di dire, e cito Claudio Magris, no, non sono d’accordo, non posso essere complicee loro l’hanno fatto…e sapete come ?

Non scrivendo libri o saggi, ma agendo giorno per giorno, con piccoli gesti: un’informazione passata, una piccola bugia alle autorità, un pezzo di pane donato a chi partiva per la montagna…o ad esempio io vengo da Gardone dove c’è la Beretta e lì si aiutava la Resistenza portando fuori dalla fabbrica anche piccoli particolari d’arma come viti o molle ma che assemblate in armi erano di grande aiuto. 
Vedete quindi come può essere semplice non possedere nulla ma riuscire allo stesso tempo con piccoli gesti e buona volontà a perpetrare il bene e combattere  la violenza verbale, morale, fisica ed intellettuale che spesso ci circonda.

Ho detto, e lo ribadisco, “ violenza intellettuale” che ci circonda,  perchè sappiamo tutti che il fascismo non tornerà come l’abbiamo conosciuto, con la camice nere, l’olio di ricino, il saluto romano (anche se questo ancora oggi si vede in qualche manifestazione e c’è pure qualcuno che finge di vederlo o peggio ancora minimizza) o gli altri buffi ed assurdi rituali imposti dal duce.

Ma è violenza intellettuale e quindi fascismo quando:

  • si odia il diverso
  • si odia chi non la pensa come noi
  • si odia chi non ha i gusti sessuali come noi
  • o quando si ritiene qualcun altro inferiore a noi
  • o quando si afferma che la politica non serve a nulla, che le discussioni ed il confronto sono solo una perdita di tempo, che tanto sono tutti uguali e nulla cambia
  • o , venendo ai giorni nostri, quando si vede una barca in mezzo al mare piena di persone e non si capisce che li ci sono essere umani, ancora prima che migranti
  • (anedotto personale della nonna)

Ed è qui allora che dobbiamo entrare in campo noi, come han fatto Mario e Giuseppe, senza paura e sicuri di essere dalla parte giusta, attuando “la banalità del bene”.

E lo dobbiamo soprattutto ai giovani, a chi sta crescendo e si sta affacciando alla maggiore età, perchè se gli unici messaggi che passano sono quelli citati poco fa e si pensa che giornate come quella di oggi siano solo un banale esercizio nostalgico e riconducibile ad un colore politico, bene, se succede tutto questo, si creano,come dice il professor Anselmo Palini nel suo libro su Teresio Olivelli:

masse di ubbidienti esecutori senza coscienza critica e capacità di pensiero alternativo.

Si cresce cioè in un ambiente “intriso” di fascismo e se noi stiamo zitti o ci giriamo dall’altra parte non vi sarà mai la possibilità di fare ascoltare loro una voce diversa, che parli di libertà, di  rispetto  di democrazia

Una voce che dica che l’egoismo di pochi non deve prevalere sul benessere di molti.

Se non ci facciamo sentire, essi, i giovani, abbracceranno la proposta di una nazione chiusa in sé stessa e che ha paura del diverso come unica verità indiscussa, che è quello successo a tanti giovani nel periodo fascista, dove non c’era il contraddittorio e le libertà di espressione e critica erano sospese.

Ecco oggi noi all’avvento di questi nuovi fascismi abbiamo un’arma in più, la nostra Costituzione che ci garantisce la libertà di manifestare il dissenso contro chi urla di più, revisiona il regime fascista e fa mera propaganda populista,  proponendo odio, soluzioni semplici a problemi complessi e uomini soli al comando.


Noi oggi abbiamo la storia che dobbiamo leggere ed imparare, per ricordare che “o si crede 
nella libertà del pensiero, oppure si dà obbedienza cieca ad un capo che pensa, decide e comanda al nostro posto” come disse Padre Cittadini.

E tutto ciò deve partire prima di tutto da noi stessi, dentro di noi, dobbiamo essere intimamente convinti che come disse Teresio Olivelli “non ci sono liberatori ma uomini che si liberano”.

E per liberarsi serve oggi una ribellione etica e morale che non ha colore politico.

Perchè la ribellione non è mera opposizione ad un governo, ad un leader o ad un partito badate bene, ma opposizione alle piccole e grandi ingiustizie che ci circondano alle quali dobbiamo dire no ed adoperarci per rimuoverle.

Dobbiamo dire no ad un modello di mondo in cui conta solo far prevalere il singolo e ci si scorda dell’essere e del fare comunità.

Con i moderni strumenti di comunicazione sappiamo cosa succede dall’altra parte del mondo e spesso ci indigniamo davanti alle ingiustizie. Bene, ma se poi non nel nostro piccolo non facciamo altrettanto, perdiamo il senso di questa ribellione, che tengo a ribadire non deve avere colore politico ma condivisione tra tutti noi.

Il mio augurio è dunque quello che tutti insieme, istituzioni, cittadini, associazioni, partiti, non si dimentichi il sacrificio di  ragazzi come Mario e Giuseppe e si porti sempre con sé l’insegnamento e l’idea (che  dicevo all’inizio del mio discorso) della “banalità del bene”, dove l’uomo insieme ad altri uomini, può fare la differenza, soprattutto in positivo, senza gesti per forza eroici, ma con piccoli azioni nel nostro vivere quotidiano, vigilando sulla Costituzione e facendo una scelta di campo senza se e senza ma, di essere “ribelli per amore”….amore verso la libertà, la democrazia e la pace tra gli uomini. 

Solidarietà delle FF.VV. alla sen. a vita Liliana Segre

L’Associazione “Fiamme Verdi” di Brescia esprime la sua più viva e fraterna solidarietà alla senatrice a vita Liliana Segre, da tempo vittima di quotidiani attacchi e insulti razzisti, fascisti e antisemiti sul web; una condizione di crescente violenza e minaccia che ha, addirittura, dato seguito all’assegnazione di una scorta per preservare e difendere la sua incolumità fisica.

Il fatto è gravissimo e intollerabile per un paese democratico; questo ci spinge ancora una volta a chiedere a tutti e a ciascuno un impegno concreto per combattere con le armi della democrazia e della partecipazione l’onda di intolleranza fascista, xenofoba e razzista che ogni giorno di più cresce e si fa più spudorata, sentendosi protetta anche dall’inaccettabile ambiguità di alcune forze politiche.

 

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La sen. Segre con la scorta a Milano (fotogramma)

La F.V. Andreino Pedretti è andata avanti

Pubblichiamo volentieri il profilo biogiafico della F.V. Andreino Pedretti, recentemente “andata avanti”, scritto da Luigi Mastaglia.

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Andreino Pedretti (1922-2019)

Andreino Pedretti (1921-2019)

Andreino Pedretti, Ribelle per Amore

Nasce a Bienno in Val Grigna il 17 09 1921, una valle laterale della Vallecamonica, terra “ … dove si esercita l’arte della Ferrarezza … “ (Catastico di Giovanni da Lezze redatto per la Repubblica Serenissima di Venezia nel 1604), in una famiglia di Fabbri, propietari di fucina, antifascisti fin dalla prima ora. Racconta Andreino “ … nel 1924 quando i fascisti si erano consolidati al potere, hanno preso mio Papà e gli hanno dato un sacco di botte, lo hanno mandato all’ospedale. Mio fratello è stato malmenato al punto che quasi moriva. Il Parroco ha consigliato i miei di sporgere denuncia … i fascisti avevano violato il nostro domicilio con la forza e avevano commesso reato di tentato omicidio plurimo. Ma in quel periodo, il coltello lo avevano loro dalla parte del manico … dopo tre anni abbiamo perso la causa e ci hanno mandato in rovina. Nel 1930 siamo dovuti emigrare in Puglia a Giovinazzo, in provincia di Bari, qui non avevamo più da lavorare, puoi capire quanto male hanno fatto i fascisti alla nostra famiglia. Siamo riusciti a tornare a Bienno solo nel 1937 … ”

Nel 1941 é chiamato per il servizio militare, inquadrato nel Genio radiotelegrafisti, dopo il CAR inviato al fronte in Jugoslavia, addetto al presidio dei territori occupati. L’8 settembre, senza ordini, senza direttive, con un gruppo di commilitoni si sgancia dal reparto e camminando  sulle montagne per i sentieri, fuori dalle strade battute, dopo 14 giorni rientra a Bienno. La situazione non era tranquilla, Andreino disertore e antifascista non aveva altra scelta che aggregarsi ai primi gruppi di Ribelli che si era formato a Limen sopra Bienno.  Inizialmente ha fatto la staffetta per Costantino Coccoli poi si è arruolato con il gruppo al comando di Lionello Levi Sandri della Brigata Lorenzini, successivamente comandato da Luigi Levi.

Ha partecipato a varie azioni di guerriglia, scontro con i tedeschi a Esine; l’attacco alla centrale di Cividate; l’attacco al treno al Badetto di Ceto; assalto al presidio fascista di stanza presso le scuole di Bienno, catturati i fascisti grande bottino, nessuna perdita.

Dice ancora Andreino “ … per un certo periodo di tempo, su ordine di Lionello Levi Sandri, mi sono messo a disposizione del Maggiore inglese Peter Churchill (Signor Antonio), che curava le trasmissioni con il comando alleato …”.

Amico fraterno di Luigi Ercoli, impegnato con lui nell’Azione cattolica del paese, anche nella realizzazione dell’Oratorio ora utilizzato anche come cinema/teatro.

All’indomani della Liberazione, é stato promotore e componente del Direttivo dell’Associazione delle Fiamme Verdi in Vallecamonica e, fino a che la salute lo ha permesso ha sempre contribuito a organizzare, promuovere e partecipare a tutte le iniziative in ricordo dei caduti per la liberazione  dell’Italia dalla dominazione nazifascista.

FF.VV. E ANPI di Brescia condannano l’attentato nazista a Collebeato

L’Associazione “Fiamme Verdi” di Brescia e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Brescia, avendo appreso dell’attentato violento e vigliacco posto in atto da un gruppo di neonazisti contro la casa del sindaco, Antonio Trebeschi, nonché contro il Municipio e le abitazioni in cui sono stati accolti i migranti dello sportello SPRAR nella comunità di Collebeato, esprimono la più ferma e viva condanna per l’accaduto e si stringono al Sindaco, alle istituzioni democratiche, ai cittadini e alle cittadine “di buona volontà” di Collebeato, manifestando la più piena, forte e fraterna solidarietà umana, sociale e politica alle vittime di quanto è accaduto.

Eventi come questi, favoriti dal clima di odio che una politica sconsiderata e disumana alimenta quotidianamente, con cinismo e incoscienza, stanno diventando sempre più frequenti, ma non per questo risultano meno odiosi. ANPI e FF.VV. invitano tutti a non lasciarsi assuefare alla “banalità del male”, a non cedere alle minacce e alle intimidazioni del nazifascismo che rialza la testa, a non tollerare che atteggiamenti di razzismo, sopraffazione e violenza tornino a diventare strumenti di lotta politica.

Non voltiamo lo sguardo dall’altra parte. Non fingiamo di non vedere i rigurgiti del fascismo e del nazismo che dettano l’agenda politica di alcune forze politiche. Ricordiamo il sacrificio di chi combatté contro il nazi-fascismo per darci l’Italia libera e democratica, conquistando anche per noi il diritto a chiamarci “cittadini”. Non rimaniamo in silenzio, non diventiamo complici dei violenti.

Torniamo a chiamare il fascismo con il suo nome. A riconoscerlo, denunciarlo, combatterlo. Insieme ai partiti politici, ai sindacati, alle associazioni, alle forze vive e democratiche della società, a tutti i cittadini e le cittadine che si riconoscono nei valori della Costituzione, alziamo la guardia contro il fascismo strisciante nella nostra società. Combattiamo la violenza con la democrazia, la giustizia, la libertà.

Alvaro Peli,  Presidente Ass. “Fiamme Verdi” Brescia

Lucio Pedroni, Presidente ANPI Prov. Brescia

comunicato-trebeschi Qui il PDF del comunicato cs-su-attentato-trebeschi-29-10-2019

Immagini dalla cerimonia di Barbaine – 13 ottobre 2019

Discorso ufficiale di Giuseppe Biati a Barbaine, 13 ottobre 2019

16pelibiati“…perché domani si possa vedere il frutto che compenserà le nostre fatiche…”.[1]

 

Negli anni precedenti, sempre in questa tipologia di incontri, “non liturgia della presenza, ma significativo momento di presa in carico di storia e memoria”, la prof.ssa Daria Gabusi aveva approfondito, nel suo pregevole intervento “Convivere per vivere”, la storia del ribellismo per amore.

Quindi mi esenta dal ripercorrerla, anche perché la sua riflessione, assieme a tutte quelle degli oratori degli anni precedenti e a quelle degli studenti dell’Istituto Superiore valsabbino “Giacomo Perlasca”, saranno di prossima pubblicazione in appendice agli atti della convegnistica valsabbina sulla Resistenza, a cura del “Centro Studi La Brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi e la Resistenza bresciana”, egregiamente presieduto dal prof. Alfredo Bonomi.

Oggi, in questo luogo sacro, abbiamo il dovere di ricordare, di fare memoria assieme, di ricercare, di individuare quale è la Resistenza al presente, fermi restando quei costitutivi valori fondanti di allora!

Scriveva Don Milani: “ Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra “giusta”(se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana “. [2]

Il prete di Barbiana, in quel contesto, non usava retorica, ma era un tenace cercatore di Verità e, nelle sue brevi parole, c’è il giudizio più alto sulla Resistenza.

Questo non esime gli storici dal loro lavoro di approfondimento e di contestualizzazione dei vari momenti ed atti della medesima e delle diverse resistenze (“la rivolta morale” degli uomini, delle donne, degli studenti e degli intellettuali, degli operai e dei contadini, dei professionisti e dei borghesi, dei ragazzi, delle famiglie, degli insegnanti, del clero, ecc.), ma la stella polare,  il giudizio di fondo, rimane quello.

Nella motivazione della Resistenza sta anche tutta la sua attualità: essa fu lotta di Liberazione contro l’oppressore, uno dei più infami e crudeli che la Storia ricordi.

Quindi nella lotta all’oppressione sta la motivazione più profonda della Resistenza che continua, qui ed ora.

Accanto all’oppressione politica, economica e sociale, che genera scarti, morti ed ingiustizie crudeli, vi è, come sempre peraltro, un’oppressione ideologica che diventa propaganda, mitizzazione della menzogna ed infine  lavaggio del cervello,  tentativo di annullare ogni risvolto critico delle persone.

Ecco allora che Resistenza qui ed ora diventa l’affermazione coraggiosa della verità, non intesa come proclamazione di dogmi indimostrabili, che è l’altra faccia di quanto prima affermato.

Affermare la Verità, compito quanto mai urgente, diventa ricerca della Verità, coraggio di essere trasparenti in tutte le motivazioni delle nostre affermazioni.

Dare ragione delle proprie affermazioni vuol dire entrare in una dimensione di dialogo, partendo dalla convinzione che la Verità che ci è davanti, davanti a tutti,  è capace di illuminarci nella costante ricerca e nel mantenimento continuo di quella libertà conquistata a caro prezzo.

La situazione dell’oggi ci dice che questa ricerca e l’affermazione della stessa stanno nell’ assunzione di responsabilità, chiamandoci per nome in ogni nostra affermazione: un lavoro di autenticazione che si attua giorno per giorno e non ammette deleghe.

“Per questa nuova città – scriveva Teresio Olivelli – lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono “liberatori”. Solo uomini che si liberano…”. [3]

Il come funzionano le cose nell’oscurità del conformismo l’aveva colto sempre don Milani nella sua lettera ai giudici nel processo che lo vedeva imputato per aver difeso l’obiezione di coscienza: “… a dar retta ai teorici dell’obbedienza,  e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore”. [4]

Responsabilità come parola chiave contro irresponsabilità e ignoranza.

Su questa asserzione, nell’antitesi dualistica tra responsabilità e irresponsabilità, facciamoci alcune semplici domande, indizioni per ulteriori necessari approfondimenti, presupposti alla nuova ed  attuale Resistenza, per una cittadinanza consapevole e partecipativa!

Chi è responsabile del degrado morale che l’uso folle, a volte criminale, dei social e dei media ha generato? Non è forse questo, se incontrollato, l’andare verso nuove forme di dittature senza volto, pervasive, omologanti, manipolatrici?

Chi è responsabile del degrado ambientale?  È la grande riflessione moderna, anticipata 60 anni fa dagli scienziati, rimasta inascoltata e adesso pesantemente ricaduta sulle giovani generazioni! Si prospetta ora una nuova cultura, non antropocentrica, ma fondata sul riconoscimento di diritti per tutti gli organismi viventi in sinergica interdipendenza!

E, non per ultima: chi è responsabile del degrado etico-morale, anche di linguaggio, di certa politica, ben lontana da come  Paolo VI, il grande Papa che ispira Bergoglio, (…dovremmo coltivare una qualche forma di nostalgia verso gli scritti sociali di Giovanni Battista Montini!), nel discorso tenuto alla FAO per i 25 anni della fondazione, la intendeva: “…la politica è la più alta forma di carità”[5] e, addirittura, nella “Octogesima adveniens“…una delle forme più alte e difficili di servire la carità”[6], dove carità vuol dire amore per l’altro, a prescindere dalla religione professata, dalla propria cultura, dal colore della pelle, dalla lingua con cui si esprime! E più esattamente, per tornare all’assunto iniziale di Don Milani: Non ci può essere carità politica senza verità politica!”.

Ecco perché resistere è quanto mai attuale: la declinazione sociale ne verrà di conseguenza per chi avrà il coraggio di guardare la realtà in faccia e non ritrarsi dietro la scusa che ”non mi interessa”.

Il “non è affar mio” è l’impolitica solitudine, che ciascuno regala a se stesso, come “notte della comunità”, dove vien perso il senso del con-essere, essere-con (il Mit-sein heideggeriano); dove la stessa comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole  sino alla riduzione al singolo individuo. E solo sul singolo individuo allora si costruiscono i diritti: il diritto solo e unicamente individuale[7], tentando di marginalizzare i diritti delle formazioni sociali, quali famiglie, sindacati, partiti, associazioni, volontariato, ecc. e  degli organismi istituzionali, come lo Stato, le regioni, gli organi di garanzia, di controllo, ecc.

In questa logica tra soli individui, non vi possono essere che contratti, in funzione dei rispettivi interessi e dei reciproci scambi: un mero occasionalismo!

La strategia deve essere diversa, più alta e più ambiziosa, lungimirante, da esseri consapevolmente sociali, aperti, inclusivi.

E ancora il priore di Barbiana ci viene in soccorso nell’unica via possibile “del sortirne tutti insieme”[8],  a patto e a condizione che la finalità dell’impegno sia quanto di più sacro e di più vitale che gli uomini stessi hanno costruito per la loro pacifica  convivenza democratica: un supremo bene collettivo, dove diritti e doveri della persona, delle formazioni sociali, degli organismi istituzionali, nella prospettica visione di un riconoscimento di parità per ogni organismo vivente, trovino corretta compensazione e sinergica interazione.

“Non ritroveremo le ragioni di un doveroso altruismo e nemmeno le ragioni di un appagamento personale, – scriveva Mino Martinazzoli – se non ci convinciamo che la nostra vita singolare è più piena, più gratificante, più degna se paragonata alla misura della nostra vita plurale”.[9]

Credo che volesse dire di un imprescindibile vincolo che fonda la democrazia, un vincolo che lega ciascuno di noi non solo ai viventi, ma al numero incalcolabile di creature che hanno camminato e cammineranno sullo splendore e sul dolore di questa terra.

Mi fanno sempre molto pensare nella transizione dal XX secolo all’ancora indefinito, ma già problematico nuovo millennio, le  parole del grande storico Tony Judt, che ci indicano nuove sfide:

“La scelta con cui si confronterà questa generazione non sarà tra il capitalismo e il comunismo, o tra la fine della storia e il ritorno della storia, ma tra la politica della coesione sociale basata sugli scopi collettivi e l’erosione della società per mezzo della politica della paura!”.[10]

Riflessione che anche oggi facciamo, in tempi che possiamo considerare difficili e ricolmi di sconsiderata antipolitica, di intolleranza, di odio razziale, di disprezzo delle vite umane, di degrado ambientale con processi degenerativi troppo spesso tollerati e non puniti, di rievocazione di regimi totalitari!

E, a proposito di questi ultimi, ricordiamoci che l’apologia del fascismo non è una libera espressione o una semplice opinione: è reato!

“Non vogliamo sangue – scriveva Lionello Levi, in Viaggio nell’Italia liberata – e nemmeno confino e prigioni di fascista memoria. Ma vogliamo che dalla scena politica italiana, dai gangli vitali della vita nazionale spariscano una volta per sempre tutti coloro che sono stati la causa prima delle sventure della patria”.[11]

Ma perché non ammettere che il passato, questo tragico passato facciamo tanta fatica a riconoscerlo?

“Anche noi abbiamo la nostra colpa – parole di Zenit -  e bisogna saperla espiare e bisogna rimediare. Perché abbiamo applaudito a cuor leggero, quando si sostituiva all’amore della patria un’idolatria per un uomo, alla libertà politica la mistica della parte, quando allo spirito di avventura si dava la veste di giustizia, quando all’impresa predace si dava il titolo di missione civilizzatrice”.[12]

Lo squadrismo di Casa Pound, di Ordine Nuovo, di Forza Nuova, delle organizzazioni dell’anarchismo estremista e insurrezionalista, i vessilli “repubblichini” issati a sfida sulle alture e ostentatamente portati nelle piazze, le dichiarazioni anti-Costituzione di alcuni politici (troppi!) inquietano non poco  e vanno ad avvalorare un dubbio feroce che mi e ci attanaglia!

Ed è questo:

“…i fascisti son tornati in scena, a gran richiesta degli Italiani immemori”; di quel fascismo da non intendersi tanto come connotazione esclusivamente riferibile a quello specifico periodo storico, ma come “dottrina che non è solo traviamento del pensiero, ma dissacrazione e disgregazione dell’humanitas, dei sentimenti fondamentali e sacri…”,[13] come scriveva Alberto ne “I Quaderni del ribelle”.

L’immemoria è, quindi,  la gramigna da estirpare, sostituendola con lo studio della storia, attraverso documenti e memorie!

Perché non si possa scrivere e dire come in quelle ultime lettere dei soldati tedeschi  nella tragica sacca di Stalingrado:

“Dieci anni fa si trattava ancora della scheda elettorale, oggi ci costa una cosa da nulla: la vita”.[14]

Signor consigliere, Stalingrado è una buona scuola per il popolo tedesco, peccato solo che coloro cui viene impartita oggi questa istruzione, difficilmente la potranno valorizzare più tardi. Si dovrebbe poterne fissare il risultato…”.[15]

Questa difficile e turbolenta situazione ci porta alla convinzione che la pace, la democrazia, la giustizia sociale, con i valori connessi di accompagnamento e di implemento (come il diritto alla casa, al lavoro e alla retribuzione, alla formazione – da lì si deve partire -, all’ambiente, alla cittadinanza, ecc.), non sono una acquisizione definitiva, per sempre!

Bisogna allora VIVERE, DIFENDERE E FAR CONOSCERE LA RESISTENZA CON I SUOI VALORI!

Come allora!

La Carta costituzionale, frutto di quella lotta, c’è e va ogni giorno studiata, praticata, difesa, rivitalizzata, come il grande Calamandrei, nel discorso agli studenti milanesi (anno 1955), ricordava:

“Quindi, voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci  lontane…”.[16]

 

Voci lontane, dai “tragici sotterranei della storia”, dai moniti apparentemente silenziosi di questi cippi spezzati, voci sublimi, come quella del maestro elementare e di vita, giovane come eravamo tutti noi, Emiliano Rinaldini, invocante concordia e speranza:

“Ritorneremo, ritorneremo! Ma ora è necessario piangere e seminare, perché domani si possa vedere il frutto che compenserà le nostre fatiche piene di sciagure. Quel che ci deve preoccupare è lo sforzo per poter allontanare il pericolo di ritornare a premere coi piedi una terra nera, senza uno stelo. Cerchiamo di ricavare il meglio anche dal dolore che ci accascia e nutriamo in cuore la speranza…”[17] “…di un domani dove si possa vedere il frutto che compenserà le nostre fatiche”.[18]

Viva la nostra Patria, Viva la Resistenza, ora e sempre!

 

Giuseppe Biati

Dal sacrario partigiano della Brigata Perlasca, presso la chiesa dei Morti di Barbaine, in Livemmo, 13 0ttobre 2019.

 

Riferimenti bibliografici

[1] E. Rinaldini, Il sigillo del sangue. Spiritualità della Resistenza, La Scuola, Brescia  2015.

[2] L. Milani, Lettera ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965.

[3] T. Olivelli, in Manifesto programmatico del giornale “il ribelle” (1943).

[4] L. Milani, I CARE, Introduzione, 1965.

[5] G. B. Montini, dal  discorso tenuto alla FAO per i 25 anni della fondazione.

[6] G. B. Montini, in “Octogesima adveniens”.

[7] G. F. Miglio, Introduzione a H. D. Thoreau, Disobbedienza civile, Mondadori, Milano 1993, p. 24 e ss.

[8] L. Milani,  in Lettera a una professoressa.

[9] MEMORIA IDENTITÀ RESPONSABILITÀ PER RIPENSARE IL FUTURO, 28 maggio 1996, 22° anniversario della strage di Piazza della Loggia, Comune di Brescia, Assessorato alla cultura 1997, p.27.

[10] T. Judt, Novecento. Il secolo degli intellettuali e della politica, Roma-Bari, Laterza, 2012.

[11] Dalla relazione di L. Levi, Viaggio nell’Italia liberata, (1945).

[12] Zenit, PAROLE AGLI ARMATI DEL POPOLO, I QUADERNI DE “il ribelle” – n. 7.

[13] Alberto, ne “I QUADERNI DE ”il ribelle”, n. 3.

[14] Ultime lettere da Stalingrado, (Letzte Briefe aus Stalingrad), Lett. IV, Einaudi, Torino 1969, p. 12.

[15] Ibidem, Lett. XII, pp.63-63.

[16] P. Calamandrei, dal Discorso ai giovani universitari e medi milanesi, Milano, 1955.

[17] E. Rinaldini, Il sigillo del sangue. Spiritualità della Resistenza, La Scuola, Brescia  2015, diario del 17.02.1944.

[18] Ibidem.

Intervento di Graziano a nome dell’I.I.S. “Perlasca” a Barbaine, 13 ottobre 2019

12grazianoBuongiorno a tutti! Io sono Graziano e frequento la terza Amministrazione Finanza e Marketing all’istituto Perlasca di Idro.

Oggi, in questo contesto di grandissimo spessore simbolico ed etico, mi sento particolarmente emozionato. La scorsa settimana, quando mi è stato chiesto di intervenire in una simile occasione, in qualità di rappresentante della mia scuola, ero particolarmente preoccupato, in quanto temevo di non essere all’altezza della situazione.

Ora, eccomi qua …L’emozione sta cedendo il passo alla gratitudine nei confronti di coloro che mi hanno invitato, una profonda gratitudine perché mi è stata regalata l’opportunità di vivere in modo consapevole ed attivo la mia cittadinanza in un’esperienza ricca di grandi stimoli.

Allora, circondato in prevalenza da persone più mature ed adulte di me, mi sento incoraggiato e desidero condividere con tutti voi la mia modesta riflessione. Io sono giovanissimo, ho solo sedici anni, e così come tutti i miei compagni, fortunatamente, non ho vissuto la guerra sulla mia pelle.

Mi sono, però, sempre accostato con particolare interesse e con profondo senso critico ai testi scolastici e non, che parlano dei piccoli-grandi gesti di quei partigiani a noi tanto cari e ben noti che hanno donato il loro enorme contributo alla Resistenza valligiana.

Mi è capitato anche di ascoltare numerose testimonianze dirette e di avvertire una stretta al cuore, sentendo le vicissitudini di alcuni episodi concitati di storia locale raccontati dagli anziani con così tanta dovizia di particolari…

Spesso pensavo ad alcune eroiche famiglie che, appellandosi ad un enorme coraggio, rischiavano di essere fucilate, pur di proteggere un amico, un parente o addirittura un figlio ribelle al regime totalitario. Sono percorso da forti brividi, riflettendo su quelle persone che, soprattutto nei nostri paesi di montagna, nascondevano i partigiani in rifugi di fortuna, risparmiando loro un triste epilogo.

Pensando e ringraziando dal profondo del cuore tutti coloro che, in un’epoca di dittatura, sono riusciti orgogliosamente ad andare contro le idee che erano state inculcate alla maggioranza, mi sorgono spontanei alcuni interrogativi. Come si vivrebbe oggi se nessuno avesse osato ribellarsi al regime dittatoriale, aspirando con ardore ad un mondo libero e democratico? Noi, giovani del Ventunesimo secolo, siamo altrettanto coraggiosi? Non ne sono convinto…A parole forse sì, ma nei fatti, non credo proprio…

Spesso, per conseguire un obiettivo nobile, per una serie di motivazioni, più o meno credibili, non sappiamo collaborare tra di noi con coraggio, generosità, spirito di iniziativa e solidarietà, valori ai quali si sono ispirati i Ribelli per Amore. Purtroppo, spesso noi ragazzi guardiamo con ansia al futuro, siamo disorientati e fortemente spaventati dal domani perché non siamo in grado di intuire le sfide che ci riserverà. Il mondo che noi giovani desideriamo è fatto di certezze e non di promesse effimere…In parecchi frangenti, però, non sappiamo mettere bene a fuoco i nostri obiettivi…Per ottenere qualcosa, qualsiasi cosa bisogna impegnarsi profondamente, utilizzando al meglio quei diritti di libertà, di pensiero, di voto, di parola, per noi scontati ma frutto di lotte carneficine e di grande spargimento di sangue per tanti che ci hanno preceduto. Gli uomini e le donne che qui oggi celebriamo, ci indicano saggiamente la strada da seguire. Ci sussurrano di non perdere mai la speranza. Questi cippi levigati ci chiedono di non arrenderci perchè dobbiamo continuare a credere in un mondo migliore. Come possiamo fare, noi ora e in futuro per dare voce perpetua alla loro voce?

Così come loro, i ribelli per amore, hanno saputo distinguersi dagli altri, agendo secondo coscienza, e non temendo di mostrarsi controcorrente in nome di un’idea meravigliosa, chiamata libertà, noi dobbiamo combattere ogni giorno, passo dopo passo, mostrandoci in grado di saper discernere il giusto dallo sbagliato.

 

In conclusione, posso dire che io, con grande umiltà, nel mio piccolo, sono proprio contento oggi di fungere da esempio per tanti altri miei amici e compagni di scuola che sempre, in futuro, dovranno ripromettersi di omaggiare questi grandi uomini che ci hanno preceduto. Sono animato da una profonda convinzione: ognuno di noi, ogni uomo, donna, bambino nel corso della propria esistenza può essere un ribelle per amore, salvaguardando diritti acquisiti e cercando di migliorare qualcosa esponendosi anche in prima persona, per quello che ritiene giusto, sempre e comunque.

Il saluto delle Fiamme Verdi ad Agape Nulli Quilleri

Cara Agape,

è tremendamente difficile dire addio a qualcuno a cui si vuole bene.

In questi giorni in molti hanno detto, scritto, ricordato chi eri.

Anche noi abbiamo provato a raccontare ciò che sei stata per le Fiamme Verdi, ciò che hanno rappresentato per noi le tue azioni, le tue parole, il tuo pensiero, il tuo esempio.

Abbiamo anche pensato, conoscendoti da vicino, che tutto questo clamore – la ribalta dei giornali, delle TV, delle interviste, delle dichiarazioni – forse ti avrebbe stancata, persino infastidita: non amavi metterti in mostra, e anzi ti schernivi, cercavi di ricondurre tutto a poche, semplici cose.

Cose vere, cose che contano. Cose che chiamiamo Idee e  Valori, che sono i pilastri della nostra società.

Ma per te, le idee non potevano essere separate dalle persone. Non c’era separazione tra le persone e i valori che esse incarnavano: perché i valori non esistono astrattamente, senza le persone. Le idee camminano sulle gambe delle donne e degli uomini, e tu lo sapevi bene.

E sapevi che, nella vita, arriva per tutti il momento di “far fare” ai valori un pezzo di strada.

Si può farlo per senso del dovere, oppure per convinzione; e si può farlo per passione.

E la passione richiede che ci sia il cuore aperto e pronto; chiede che ci sia spazio per “voler bene”.

Ecco perché era facile capirti, ascoltarti, seguirti, prenderti come esempio.

Perché si capiva subito che quel che dicevi era anche ciò che vivevi: pienamente, convinta mente, con l’entusiasmo e la forza della mente e del cuore.

Non lo facevi perché “ti toccava farlo”; non lo dicevi “perché bisognava dirlo”. Facevi e dicevi ciò che pensavi fosse il bene.

Anche quando era scomodo, anche quando andava contro le convenzioni, la retorica, le convenienze.

Lo facevi, perché sapevi voler bene.

Hai voluto bene all’Italia, senza mai cedere alle lusinghe del nazionalismo.

Hai voluto bene alla Resistenza, senza mai pensare di farne una bandiera politica.

Hai voluto bene alla tua famiglia, semplicemente e con tutto il cuore, senza chiedere nulla in cambio.

Hai voluto bene alla tua città, e ti sei donata con impegno per renderla un posto migliore.

Hai voluto bene ai giovani, con i quali parlavi con facilità, con schiettezza, con allegria ed entusiasmo; senza metterti in cattedra, semplicemente condividendo le tue esperienze e le tue convinzioni.

Hai voluto bene alle tue Fiamme Verdi, e le tue Fiamme Verdi ti hanno voluto bene.

Ti abbiamo voluto bene, Agape.

Non solo perché sei stata la nostra presidente per dieci anni.

Non solo perché sei stata una partigiana straordinaria, giovane tra i giovani, per tutta una vita.

Ti abbiamo voluto bene perché ci hai insegnato che da soli non si va da nessuna parte. Che per andare avanti bisogna camminare insieme, con sincerità e con rispetto per l’altro.

Ti abbiamo voluto bene perché ci hai insegnato che per capire dove si sta andando, occorre prima sapere da dove si viene.

Ti abbiamo voluto bene perché ci hai insegnato a testimoniare la Resistenza senza truccare le carte, senza mettere «le brache alla storia», come ti piaceva dire, citando Benedetto Croce.

Ti abbiamo voluto bene perché ci hai permesso di specchiarci nella tua esperienza e ci hai fatto sentire meno soli, meno impotenti, meno confusi nel nostro quotidiano.

Ti abbiamo voluto bene perché non ci hai detto “fate come dico io”, ma ci hai spinto a “fare insieme”.

Ti abbiamo voluto bene perché ci hai saputo dimostrare che il perdono è la chiave per vincere le battaglie che contano davvero nella vita; perché ci hai insegnato che la vera libertà è nelle mani di chi sa far trionfare la pace sulla violenza e sulla bestialità.

Ti abbiamo voluto bene perché ci hai spiegato che tutti, anche noi, qui, oggi, possiamo diventare donne e uomini giusti, come Poldo, l’ultimo giovane martire della Resistenza bresciana.

Sei stata una donna straordinaria, Agape, e ti abbiamo voluto bene. Continuiamo a volerti bene. Continueremo a volertene.

Ci hai lasciato un’eredità impegnativa, e cercheremo di esserne degni.

Da lassù, mentre ci guardi e ti schernisci ascoltando i nostri discorsi, abbi ancora un po’ di pazienza e facci certi, con uno dei tuoi meravigliosi sorrisi, che non ci abbandonerai. Che continuerai a volerci bene e a indicarci la strada per essere migliori, ogni giorno.

Grazie, Agape.

Contiamo ancora, come sempre, su di te.

 

Le tue Fiamme Verdi

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I servizi di Teletutto sui funerali di Agape Nulli Quilleri

Potete rivedere qui il servizio del TG di Teletutto del 3 ottobre 2019, dedicato ai funerali di Agape Nulli Quilleri.

 

Qui, invece, alcune testimonianze raccolte in occasione dei funerali (sempre dal TG di Teletutto del 3 ottobre 2019).

 

 

Lutto per la scomparsa di Agape Nulli Quilleri, Presidente onoraria delle FF.VV.

Con immenso dolore annunciamo che la nostra carissima Agape Nulli Quilleri, Presidente onoraria dell’Associazione “Fiamme Verdi” di Brescia, si è spenta questa mattina, 1 ottobre 2019.

I funerali avranno luogo giovedì 3 ottobre alle 15:30 presso la Chiesa del Buon Pastore di Viale Venezia, 108 in città.
La salma è composta presso la camera ardente dell’obitorio degli Spedali Civili di Brescia.

Agape Nulli era nata a Iseo il 16 marzo 1926, in una famiglia dalle forti convinzioni liberali. Visse un’infanzia di impegno sportivo a livello agonistico che contribuì a procurarle un iniziale, ingenuo entusiasmo per il fascismo. Dopo lo scoppio della guerra e la morte in Montenegro del fratello Giuseppe (1942), respirando le sempre più eloquenti posizioni antifasciste della famiglia e grazie al contributo di alcuni insegnanti del Liceo Arnaldo (tra cui Antonio Bellocchio, Mario Marcazzan, Andrea Vasa, don Giuseppe Almici, poi impegnati a vario titolo nella lotta di liberazione) iniziò a maturare un nuovo, opposto entusiasmo contro il regime fascista, responsabile della progressiva distruzione dell’Italia in senso fisico, ideale e morale.

manifestazione 25 aprile

Agape Nulli in PIazza Loggia il 25 Aprile 2013 (foto CISL)

Già dall’8 settembre 1943, benché ancora studentessa liceale diciassettenne, iniziò a svolgere i primi incarichi di supporto al nascente movimento resistenziale. La crudele esecuzione di Giacomo Perlasca e Mario Bettinsoli, il 24 febbraio 1944, aumentò la sua indignazione contro il fascismo (fu sospesa da scuola per essersi rifiutata di fare il saluto fascista al Preside) e moltiplicò lo slancio e la fierezza delle sue azioni: in svariate occasioni accompagnò uomini in fuga dal Sebino alla Valcamonica, trasportò volantini e stampa clandestina, ma anche vestiti, cibo e persino armi e munizioni per i ribelli dalla città al Sebino: senza particolari investiture, divenne una tra le più attive staffette partigiane delle Fiamme Verdi. Non scelse mai un nome di battaglia: fu per tutti semplicemente Agape.

Il 18 agosto 1944 fu arrestata con l’accusa di aver consegnato un carico d’armi in Valcamonica e fu rinchiusa a Canton Mombello come detenuto politico. Alcuni giorni subirono la stessa sorte anche i familiari (il padre Lodovico, la madre, le sorelle Mariuccia e Rosetta, il piccolo nipote Ennio e la suocera di Rosetta), poi internati nel lager di Gries, presso Bolzano.

Nel carcere cittadino, dove rimase imprigionata fino alla liberazione della città, Agape subì l’interrogatorio di Erik Priebke, il famigerato boia delle Fosse Ardeatine. Nella prigione cittadina condivise la sorte con le altre detenute, come Irene Coccoli, Letizia Pedretti e Antonia Oscar Abbiati («donne splendide, disposte a battersi con una forza e un coraggio che riempiva gli ideali di fatti concreti», come ebbe a definirle in successive interviste). Accanto ad esse, sperimentò la vicinanza delle “Massimille”, delle suore segretamente attive a sostegno della Resistenza (come madre Elsa Daffini, suor Anicetta, suor Giovanna, suor Fedele), dei numerosi sacerdoti partigiani arrestati (tra gli altri, don Vender, mons. Fossati, don Comensoli)… sperimentò quel mondo partigiano e antifascista cattolico silente e operoso che agiva, educava, assisteva, collaborava, rendeva possibile l’impossibile.

Liberatasi dal carcere insieme alle altre prigioniere il 24 aprile 1945, si diresse subito a casa di Sam Quilleri, il vice comandante della Brigata FF.VV. “X Giornate”, che sarebbe diventato di lì a poco suo marito, compagno nella vita e nelle molte battaglie politiche, sociali e civili del dopoguerra.

Nel 2009 fu chiamata alla presidenza dell’Associazione Fiamme Verdi: «le mie Fiamme Verdi», come amava chiamarle e come le ha affettuosamente chiamate fino a pochi giorni prima di spegnersi.

Chiunque l’abbia conosciuta – o anche solo incontrata – ne ha potuto sperimentare la preparazione intellettuale, la saldezza ideale, la dirittura morale, ma soprattutto il magnetismo, l’energia e il fascino profondo che promanava dalla sua schiettezza sincera e tagliente, dal suo atteggiamento schivo e talvolta severo, ma sempre accogliente, dall’assenza di retorica nel suo parlare, dalla raffinata capacità di analisi e dall’ostinato rifiuto verso ogni forma di servilismo o adulazione.

Agape Nulli Quilleri è stata una donna veramente e pienamente libera, mossa da uno slancio vitale contagioso, sostenuta da un’incrollabile fede per la libertà e capace di fornire a chiunque la incontrasse un’ispirazione sferzante, che richiamava alla responsabilità individuale e collettiva nei confronti della società, senza scuse e senza fronzoli. Amava i giovani, perché è sempre stata giovane.

Per tutta la sua vita si è rifiutata di percorrere la via più semplice o la più comoda: anche nella lunga e dolorosa malattia che l’ha condotta fino al passo estremo, ha mantenuto la sua limpida fermezza. Ha affrontato l’ultimo nemico, la sofferenza, con le difficoltà dell’esile corpo ma con la tenacia battagliera della sua instancabile energia morale, intellettuale e ideale. Non ha mai perso occasione di esortare le sue Fiamme Verdi all’impegno, alla testimonianza, alla lotta per la Libertà.

Grazie, Agape, per essere stata la nostra guida in questi anni. Non potremo dimenticarti mai, e cercheremo di essere degni dell’eredità preziosa che ci hai consegnato.

 

Le tue Fiamme Verdi

 

Nel filmato, il ricordo di Agape Nulli Quilleri di Teletutto del 1 ottobre 2019 (fonte: www.teletutto.it)

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