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Barbaine 2020: numeri contingentati, stesso spirito di sempre

Domenica 11 ottobre 2020 si terrà la consueta commemorazione dei Caduti per la Libertà della Brigata Fiamme Verdi “Giacomo Perlasca” presso il Monumento-Sacrario della Brigata a Barbaine di Livemmo, presso la Chiesa dei Morti.

Il sentito e doveroso impegno a ricordare coloro che hanno lottato, sofferto e dato la vita per la Libertà deve, quest’anno, confrontarsi con la delicata situazione sanitaria, che richiede il rigido rispetto e la massima attenzione alle disposizioni vigenti per prevenire l’espandersi dell’epidemia da COVID-19; per questo, la cerimonia sarà riservata alle delegazioni istituzionali, e si svolgerà secondo il seguente programma:

ore 9:30
Raduno delle delegazioni istituzionali e partigiane presso il Monumento-Sacrario dei Caduti della Brigata “G. Perlasca” 
Presso la Chiesa dei Morti in Barbaine di Livemmo

ore 9:40
Alza Bandiera

Indirizzo di saluto di Giovanmaria Flocchini
Sindaco di Pertica Alta e Presidente della Comunità Montana di Valle Sabbia

Commemorazione ufficiale di Roberto Tagliani
Vice Presidente Nazionale Federazione Italiana Volontari Libertà

ore 10:15
Deposizione della corona al Monumento ai Caduti della Brigata “G. Perlasca”

ore 10:20
Ammainabandiera

ore 10:20
Santa Messa
Si ricorda che l’accesso alla Chiesa sarà contingentato in base al numero di posti ammessi dalle norme in materia di prevenzione dell’emergenza sanitaria da COVID-19.

Modalità diverse, ma identico lo spirito di gratitudine e di elogio agli ideali della Resistenza e della Costituzione, in questo anno che ricorda il 75* Anniversario della Liberazione.

Scarica qui la locandina ufficiale.

Il Monumento-Sacrario dei Caduti della Brigata "G. Perlasca"

Il Monumento-Sacrario dei Caduti della Brigata “G. Perlasca”

Il testo dell’intervento di Rosi Romelli in Mortirolo, 6 settembre 2020

Ecco il testo del bellissimo intervento pronunciato da Rosi Romelli ieri, 6 settembre 2020, in Mortirolo:

Bentrovati a tutti, a chi è presente qui fisicamente e a coloro che ci sono per altri mezzi, dello spirito e della tecnologia.

Rosi Romelli pronuncia il discorso

Rosi Romelli pronuncia il discorso

Nei giorni scorsi pensavo a questa giornata.
Riflettevo su quante volte ho invitato i ragazzi, nelle scuole, a ricercare e custodire la libertà.
Quante volte ho detto loro che tutti devono esservi coinvolti, senza eccezioni. Che non c’è appartenenza o tessera che dia l’esclusiva, perché difendere la libertà è un dovere di ognuno. Un dovere, prima che un diritto. E che bisogna farlo, esattamente come bisogna respirare per vivere.

Guardiamoci oggi: nella nostra fatica a portare una mascherina che, pure, protegge le nostre vite; quanto ci manca non poter, per ora, respirare a pieni polmoni, senza impedimenti?…
Ecco, così (e molto di più) mancava, nel periodo del nazifascismo, la libertà. Eppure era necessaria, come l’aria per vivere.

Non suoni allora scontato parlare oggi di libertà. Per lei, su questi monti, hanno combattuto e dato la vita molti partigiani, nelle giornate di duro combattimento del febbraio, marzo e aprile del ’45. Di lei parla Teresio Olivelli nel bel testo che tutti conosciamo, chiedendo al Signore di essere resi “liberi e intensi”: “Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi”, così recita la Preghiera del Ribelle.

Dunque, in veritate libertas (nella verità è la libertà); nel Vangelo di Giovanni, questo risuona limpido: “Se rimanete nella mia Parola, siete davvero miei discepoli. Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. La verità che è il Signore, certo: e che ci precede.
Ma anche la verità di noi stessi e della nostra storia. Da queste rocce, da chi ne ha fatto la propria casa per mesi, noi impariamo alcune fedeltà.

In primo luogo, alla propria storia personale, alle chiamate improvvise e inattese a farne qualcosa di diverso da quanto immaginato.
La mia storia di ragazza quattordicenne parlava di scuola e lavoro nei campi, giochi semplici e normalità. Poi si è trasformata in una storia di fughe sui monti per sfuggire ai rastrellamenti, di notti sotto l’acqua, di paura e coraggio (facce della stessa medaglia). Mai avrei immaginato di trovarmi a sperimentare la quotidianità della vita di una Brigata, o a resistere agli interrogatori in Questura a Brescia…
Immagino che lo stesso cambiamento sia capitato ai molti che hanno deciso, nel giro di poco, di far parte della Resistenza; alle Fiamme Verdi che hanno animato la lotta alle forze fasciste in questi luoghi. E’ stata a suo modo una rivoluzione; senza pretendere di cambiare il mondo, ha certamente cambiato le vite nostre – e quelle di chi ci stava accanto.

Ma poi c’è un’altra fedeltà: quella al proprio tempo. Il tempo in cui si è nati, il Paese in cui si vive. Settantacinque anni fa, i partigiani che oggi ricordiamo decisero che non si poteva stare semplicemente a guardare, sperando che il peggio passasse.

Oggi a noi è chiesto lo stesso discernimento, guardando a questo nostro Paese, non a quello desiderato o sognato. Questo Paese, in cui convivono le mani di chi ha sottratto l’agenda rossa di Paolo Borsellino e le mani del medico in pensione che, tornato in corsia per l’emergenza Covid, decide di curare i pazienti – e ci rimette magari la vita.
Qui e ora siamo chiamati a stare da cittadini onesti e coraggiosi, accendendo una luce invece di maledire l’oscurità.

Ecco perché bisogna essere liberi e intensi: perché abbiamo la certezza che c’è ancora da lavorare per cercare la verità, rendere giustizia a chi la attende, lottare per la legalità, custodire quotidianamente la pace; non stancandosi di confrontarsi con gli ignoranti, i superficiali, coloro che negano la gravità di quanto accaduto – e di quanto ancora accade, ogni giorno! Questa è una costante assunzione di responsabilità, verso sé stessi e l’umanità intera, di cui siamo frammento.

Non si sentivano eroi i vostri padri e nonni, o quanti hanno combattuto su queste montagne (tra difficoltà di ogni genere), lasciando casa, famiglia e amici, per seguire la speranza di essere un giorno liberi.
Sono sicura che non si sentiva un eroe mio padre quando, dopo giorni di pestaggi e torture, mi salutò credendo che non mi avrebbe più rivisto e dicendomi: “Ricordati che sono qui perché VOI, un giorno, possiate essere liberi”.
Non si sentivano eroi Falcone, Dalla Chiesa, e nemmeno Ebru Timtik, l’avvocatessa lasciata morire nelle carceri turche solo dieci giorni fa.

Si sentivano però uomini e donne fedeli a sé stessi, al loro tempo, alle proprie decisioni di bene, per sé e per i propri simili. Oggi li vediamo eroici. Ma non ci può bastare: la stessa energia di vita è chiesta a noi.

Guai a dimenticare. E guai ad essere ignavi.

Don Primo Mazzolari diceva: “Non ha senso avere le mani pulite e tenerle in tasca”…
Lo sappiamo: noi vediamo ciò che scegliamo di vedere, e a questo poi dedichiamo il nostro tempo, l’energia che ci sostiene. Dunque, è sempre una scelta aver cura del nostro sguardo. Decidere da che parte e con quale attenzione puntare gli occhi…

Sarà così che, ad un certo punto, ci accorgeremo di una cosa: come è reale in veritate libertas, così è profondamente vero anche il suo ribaltamento: in libertate veritas: (nella libertà sta la verità). Poiché cercare la verità è un cammino da liberi.

Questo è il mio augurio per ciascuno di voi – così per me stessa: che la nostra vita possa essere vera, libera, intensa.

Grazie!

Rosi Romelli

Fiamme Verdi in Mortirolo: la diretta di Teletutto

Ieri si è svolta la tradizionale manifestazione “Fiamme Verdi in Mortirolo”, trasmessa in diretta da Teletutto.

Chi si fosse perso la diretta o volesse rivedere i passaggi salienti della manifestazione può collegarsi cliccando su questo link.

Un grazie specialissimo a Nunzia Vallini e a tutto lo staff di Teletutto per l’ottimo lavoro, e a tutti coloro che hanno consentito questa straordinaria trasmissione.

Dal discorso di Rosi Romelli di ieri, 7 settembre 2020:

«Ma poi c’è un’altra fedeltà, quella al proprio tempo: il tempo in cui si è nati, il paese in cui si vive. Settantacinque anni fa, i partigiani decisero che non si poteva stare semplicemente a guardare, sperando che il peggio passasse. Oggi a noi è chiesto lo stesso discernimento, guardando a questo nostro paese, non a quello desiderato o sognato. Questo paese, in cui – ricordiamocelo – convivono le mani di chi ha sottratto l’agenda rossa di Paolo Borsellino e le mani del medico in pensione che, tornato in corsia per l’emergenza Covid, decide di curare i pazienti e ci rimette la vita. Qui e ora siamo chiamati a stare, da cittadini onesti e coraggiosi, accendendo una luce invece di maledire l’oscurità».

 

UNA STELE SCOLPITA NEL LEGNO PER RICORDARE LE VITTIME DEL COVID-19

Domenica 6 settembre 2020, in occasione della cerimonia “Fiamme Verdi in Mortirolo”, tramessa in diretta televisiva su Teletutto a partire dalle 10:30, sarà inaugurata e mostrata al pubblico per la prima volta la stele in ricordo delle vittime del Covid-19, scolpita nei giorni più difficili del lockdown dall’artista camuno Mauro Bernardi e donata all’Associazione Fiamme Verdi in occasione del 75° ricordo dei Caduti per la Libertà davanti alla chiesa di San Giacomo in Mortirolo.

L’artista – che nel 2014 aveva realizzato e donato alle Fiamme Verdi l’Altare dei Ribelli per Amore, sul quale ogni anno, la prima domenica di settembre, viene celebrata la Santa Messa a ricordo di tutti i Caduti per la Libertà – ha così voluto condividere con l’Associazione Fiamme Verdi il richiamo ai molti legami che emergono naturalmente tra la memoria dell’esperienza terribile della prova e del dolore che le nostre comunità hanno vissuto negli scorsi mesi e il ricordo del sacrificio delle vite di tanti generosi che hanno donato la Libertà all’Italia settantacinque anni or sono; riflessioni che hanno accompagnato il cammino dell’Associazione in tutto quest’anno, che ricorda il 75° Anniversario della Liberazione.

Unire al ricordo affettuoso e riconoscente di quanti hanno sacrificato la vita per donare ai fratelli la Libertà e la Pace quello dei tanti fratelli e sorelle colpiti dalla pandemia nello scorso marzo è ritrovare, attraverso la memoria di quelle sofferenze, il senso vero e profondo della gratuità del dono, dell’unicità del sacrificio, della centralità della testimonianza e dell’impegno, della necessità del rendimento di grazie. La stele, di grande impatto simbolico ed emotivo, invita alla riflessione, ammonisce all’ascolto del cuore, spinge a ritrovare in tutti e ciascuno il senso pieno dell’umana fraternità.

LA STELE

La stele scolpita da Mauro Bernardi

La stele scolpita da Mauro Bernardi

Alta circa 2,5 metri e scolpita nel legno di cedro del Libano, la stele raffigura la fragilità dell’uomo e del suo corpo mortale, soggetto all’indebolimento e alla malattia, osservata nel dialogo tra l’immanente e il trascendente.

Nella parte inferiore, una selva di mani stilizzate si avviluppano: alcune chiedono aiuto, altre offrono il sostegno ai volti di quanti, poco sopra, mostrano i segni tangibili della sofferenza e del dolore: visi lucidi, feriti, tumefatti, abbracciati e accolti dalle mani – quelle dei medici e degli infermieri, che hanno sostituito quelle dei familiari e degli amici nel tragico momento del distacco durante quei mesi terribili, nei quali anche la pietà per i morenti è stata negata  – che li circondano, li sostengono, li stringono a sé.

In questo intreccio di mani e di volti, nascosta ma presente, s’intravvede l’immagine stilizzata di una colomba: è il segno dello Spirito Santo, che agisce ‘nelle’ mani e ‘con’ le mani dell’uomo, sotto lo sguardo sofferente e consolatore del Cristo, «uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is. 53, 3), al centro della stele. Il Cristo guarda verso l’osservatore, quasi a testimoniare che Lui è la porta, la chiave, il passaggio della narrazione della Storia umana; in Lui è il senso, la via, la risoluzione e la ricapitolazione di tutto il dolore che lì è rappresentato. Accanto, sul lato sinistro della scena, il volto dolce e dolente della Madre, che osserva la sofferenza del Figlio mentre una lacrima scava le sue guance: è il pianto di Maria sotto la croce, che condivide la sofferenza di tutto il genere umano: Maria ‘cum-patisce’, soffre insieme a noi, donando la consolazione che passa attraverso la condivisione del dolore.

In alto, là dove la stele si fa più stretta, ci sono i volti di quelli che sono “andati avanti”, che hanno chiuso i loro occhi alla vita ma che non sono perduti, annientati o sconfitti: dopo il loro sacrificio innocente, sono accolti nel Paradiso – simboleggiato dai raggi della Luce del Padre, che entrano dalla sommità della stele – e guardano verso il basso, verso di noi che siamo ancora nel mondo, sofferenti e con le mani sollevate, in cerca di aiuto: dall’alto ci indicano il cammino per una vita di semplicità, di attenzione verso l’altro e verso le cose che contano davvero: l’amore, la fraternità, l’aiuto a chi è in difficoltà.

In questo Paradiso, i volti si sciolgono e si fondono tra loro, simbolo dell’incorporeità dell’anima che attende la Risurrezione; ma è una fusione che già partecipa del senso profondo del divino: infatti, anche il volto del Christus patiens, al centro della scena, è privo confini netti e delineati, e si fonde con le scene nelle due direzioni. Verso il basso, si unisce alla sofferenza del quotidiano che lotta contro il male: ed ecco che l’occhio di un malato si trasforma nelle labbra del Cristo, che sembra ricordare le parole di Gn 4,9: «Dov’è tuo fratello?»); verso l’alto, si associa alla serenità ieratica dei volti paradisiaci.

Così, il volto di Cristo diventa la porta tra le due scene: quella del dolore, nella parte bassa, e quella della tranquillità paradisiaca, nella parte alta: attraverso di lui il dolore e la prova acquisiscono nuovo significato, valore e prospettiva.

Roberto Tagliani

Romano Colombini e gli altri maestri di memoria e umanità

Pubblichiamo il testo della lettera che è stata inviata al Giornale di Brescai in ricordo del professor Romano Colombini.

 

Caro Direttore,

la scomparsa di Romano Colombini, splendida figura della Resistenza e del mondo della Scuola e della Cultura della nostra città, mi sollecita a condividere con lei e con i lettori del Suo giornale qualche considerazione.

Negli ultimi tempi Brescia e i bresciani hanno perso, una dopo l’altra, molte delle figure più rappresentative del mondo della Resistenza: ultimo in ordine di tempo, il prof. Colombini, che da giovanissimo studente fu una staffetta delle “Fiamme Verdi”, impegnato soprattutto nella diffusione del giornale «il ribelle». Con una punta di soddisfazione e d’ironia, paludate dietro il suo aplomb di uomo schivo, si vantava – per così dire – di avere, in più occasioni e nottetempo, infilato sotto la porta di casa di un parente apertamente schierato con la Repubblica di Salò (e, anzi, con qualche ruolo di responsabilità nel partito) quel foglio clandestino, quale segno di ribellione e di volontà di riscatto al quale intendeva portare il suo contributo.

Romano Colombini ha trasferito lo spirito di quel suo fervido antifascismo giovanile in ciò che ha compiuto nel resto della sua vita. Una vita dedicata alla formazione dei giovani: dapprima come professore, poi come preside, poi come presidente della Commissione scuola dell’ANPI “Dolores Abbiati”, dove ho avuto la fortuna di conoscerlo e di poterne apprezzare la grande capacità di ascolto, di dialogo, di confronto, unite alla delicatezza e all’attenzione per la dimensione “plurale” della società contemporanea. Un uomo per cui il rispetto della diversità – compresa quella dell’avversario – era il punto di partenza di ogni ragionamento: questa è stata, per me, una delle lezioni più efficaci e concrete di cosa significhi la parola “democrazia”.

Generazioni di studenti hanno potuto beneficiare della sua testimonianza, sempre lucida e mai faziosa, proposta con spirito educativo e mai imposta d’autorità; un’attenzione che derivava dalla piena consapevolezza di un fatto d’evidenza storica, che talvolta sfugge anche a chi è impegnato con sincero convincimento nella memoria della Resistenza. Le donne e gli uomini della Resistenza erano una minoranza della società: tuttavia, della loro minorità numerica non hanno fatto una dimensione settaria, ma si sono aperti al confronto democratico e hanno permeato l’Italia repubblicana di quei valori per i quali avevano combattuto e per i quali i loro compagni erano morti: la Libertà, la Giustizia sociale, la Democrazia, la Pace. Un dono pagato a caro prezzo e offerto a tutti, che è diventato patrimonio di tutti.

Romano lo sapeva bene, e per questo aveva molto a cuore l’educazione dei giovani alla Costituzione. Perché era convinto che nella Costituzione si fosse trasfuso il meglio di quella pluralità di intenti, di sforzi e di ragioni collettive che singole storie di partigiani e partigiane avevano perseguito col proprio impegno. Era orgoglioso di quel dono, che anche lui aveva contribuito, con il suo slancio di ragazzo, a costruire: era certo che nei valori della Costituzione si fossero saldati gli elementi più alti del pensiero morale e civile della Resistenza.

Figure come la sua, così come quelle di Cesare Trebeschi, di Carla Leali, di Agape Nulli, di padre Giulio Cittadini – per limitarci ad alcune di quelle che siamo stati costretti a salutare in quest’ultimo anno – ci rendono fieri di essere bresciani, e ci rendono orgogliosi di averli conosciuti, frequentati, amati.

Si dirà che l’implacabile legge del Tempo c’impedisce di avere con noi per sempre donne e uomini di quella caratura. Ogni volta che qualcuno ci lascia, ci sentiamo un po’ più orfani e un po’ più soli. Emozioni e sentimenti diversi si rimescolano nostri cuori: da un lato il dolore del distacco e il senso d’impotenza davanti al mistero della morte; dall’altro, l’enorme gratitudine per le singole e diverse occasioni nelle quali si è potuto attingere alla loro esperienza, ascoltare il loro parere, sperimentare la loro accoglienza, ricevere le lezioni di vita – spesso inconsapevoli ma profonde, di quelle che segnano dentro – che costituivano la loro testimonianza e il loro esempio.

Già, l’esempio. Quello che, per dirla col Foscolo, dovrebbe accendere gli animi forti a “egregie cose”. Siamo ancora in grado di fermarci ad ascoltare e, soprattutto, a riflettere sugli esempi che ci vengono da questi giganti del nostro tempo? Abbiamo – abbiamo avuto, avremo mai – la forza di condurre avanti, senza di loro, quella difficile missione che si chiama “memoria”?

Prima di affrettarci a prendere sulle nostre spalle il giogo oneroso e difficile della testimonianza, chiediamoci se siamo sufficientemente umani per farlo.

Perché Romano, Cesare, Carla, Agape, padre Giulio e tutti gli altri erano, prima di ogni altra cosa, capaci di umanità: un’attitudine che avevano sviluppato in un momento storico in cui il totalitarismo di un Partito-Stato disumanizzava ciò che era umano. Una condizione e un pericolo che, forse con cause e manifestazioni diverse, rischiamo di vedersi riproporre ancora, magari in modi più subdolo e insinuante, nella società di oggi.

Roberto Tagliani
Associazione “Fiamme Verdi” Brescia
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Una messa per ricordare i “Ribelli per Amore” e le FF.VV. vittime del COVID-19

Nella serata di sabato 8 agosto 2020, nella chiesetta dell’Eremo dei Santi Pietro e Paolo di Bienno, mons. Tino Clementi – cappellano dell’Associazione delle Fiamme Verdi – ha celebrato una Santa Messa in suffragio dei “Ribelli per Amore”, i partigiani combattenti per la Libertà “andati avanti” nel periodo della Resistenza; nell’occasione sono stati ricordati tutti i nostri associati rimasti vittime della pandemia di COVID-19, che ha sconvolto l’Italia ed il mondo intero.

Una pandemia che ha messo in risalto le nostre debolezze e ci sprona a cambiare.

Alla Santa Messa, tenutasi nel rigoroso rispetto delle disposizioni vigenti, hanno partecipato delegazioni delle Fiamme Verdi, dell’ANPI, dell’ANEI e delle associazioni degli Alpini, dei Fanti e dei Carabinieri in congedo.

Nella semplice ma significativa cerimonia mons. Tino Clementi ha ricordato tutti coloro che, con il loro sacrificio, ci aiutano ad apprezzare la vita, ci chiedono di essere solidali con chi soffre e ci spingono a operare per la pace.

 

A cura di Luigi Mastaglia

 

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Un momento della celebrazione all’Eremo

 

Fiamme Verdi in Mortirolo 2020 in diretta su Teletutto

Domenica 6 settembre 2020 torna l’appuntamento “Fiamme Verdi in Mortirolo”, con cui l’Associa­zione “Fiamme Verdi” celebra la memoria delle battaglie campali svoltesi tra febbraio e maggio 1945 sulle montagne camune, teatro di scontri durissimi e di eroici sacrifici di molte giovani vite.

Cornice consueta sarà la chiesetta di San Giacomo in Mortirolo (comune di Monno), ma la modalità dell’evento di quest’anno sarà del tutto nuova. In questo 75° Anniversario della Liberazione, funestato dalla pandemia per il COVID-19, la cerimonia in ricordo dei Caduti per la Libertà vedrà la partecipazione di persona di una ristretta delegazione, mentre lo svolgimento dell’intera manifestazione sarà trasmesso in diretta televisiva su Teletutto, nell’ambito della trasmissione “In piazza con noi”, in onda sull’emittente bresciana dalle 10:30 alle 12:30 di domenica 6 settembre.

Tutto ciò allo scopo di consentire il massimo rispetto delle norme di distanziamento sociale e dei protocolli sanitari anti-COVID, che non permettono lo svolgimento tradizionale e canonico della manifestazione; la diretta televisiva permetterà, pur in forma indiretta, la libera partecipazione di tutti, evitando ogni potenziale assembramento e/o situazione che possa favorire la diffusione del contagio.

Per le FF.VV. il rispetto delle regole è il primo insegnamento ricevuto dai partigiani e dalle partigiane che diedero la vita “sui monti ventosi e nelle catacombe della città”, come recita la Preghiera del ribelle di Teresio Olivelli. Onoriamo questo insegnamento, anche quale forma di rispetto per l’altissimo numero di vittime che il COVID ha procurato nei mesi scorsi nel nostro territorio.

La cerimonia si svolgerà secondo il seguente programma:

ore 10:30       Inizio del collegamento televisivo

ore 11:00       Trasmissione della Santa Messa celebrata da mons. Tino Clementi, cappellano FF.VV.

a seguire        Trasmissione della cerimonia civile (comprendente i saluti istituzionali, il discorso ufficiale pronunciato dalla partigiana Rosi Romelli e l’onore ai caduti).

 

Diffondete la notizia e sintonizzatevi domenica 6 settembre su Teletutto!

 

Associazione “Fiamme Verdi” – Brescia
Presidenza e Segreteria Provinciale

 

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Il nostro omaggio a Laura Bianchini

Nella giornata in cui si festeggia la nascita della Repubblica Italiana, il nostro presidente Alvaro Peli ha rappresentato tutte le Fiamme Verdi di Brescia, presso il Famedio del cimitero Vantiniano,  al ricordo per Laura Bianchini , una delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente.

 

 

 

 

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“La Preghiera del Ribelle” in video

Care Amiche, Cari Amici,

in questo 25 Aprile così particolare, vi giunga il nostro affettuoso augurio di Buona Festa della Liberazione!

Per ricordare questo 75° Anniversario, i nostri giovani hanno realizzato due bellissimi filmati, diffusi sulla pagina Facebook dell’Associazione, con due versioni speciali e “partecipate” della Preghiera del Ribelle del Beato Teresio Olivelli.

Guardatele cliccando su questo link per il primo e su questo link per il secondo!

Condivideteli liberamente e… Buon 25 Aprile a tutti e a tutte!

Associazione Fiamme Verdi Brescia

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25 Aprile: “Non tradire più l’uomo”

Pubblichiamo volentieri la riflessione dell’amico Anselmo Palini comparsa su “La voce del popolo” di oggi, 23 aprile 2020 (n. 17, pag. 8).

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«Il motto con cui abbiamo fatto la Resistenza era: “Non tradire più l’uomo”. Resistenza era la scelta dell’umano contro il disumano, quale presupposto di ogni ideologia e di ogni etica personale. Se nel campo morale la Resistenza significò la rivendicazione della dignità umana uguale per tutti, e il rifiuto di tutte le tirannie, nel campo politico la Resistenza significò la volontà di creare una società retta sulla collaborazione volontaria degli uomini liberi».

Queste parole, pronunciate da padre David Maria Turoldo il 31 maggio 1985, in occasione di un incontro con gli studenti dell’istituto Castelli di Brescia, esprimono bene il senso e l’attualità del 25 aprile. Non un rito retorico e stantìo, ma l’occasione per riflettere sul nostro passato con lo sguardo però rivolto al presente e al futuro.

Nel suo intervento al Castelli, padre Turoldo ricordava una riflessione di Piero Calamandrei in cui si dice che le nuove generazioni «imparano, forse, chi è Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi; non sanno chi fu quel giovanotto della Lunigiana che, crocifisso ad una porta perché non voleva rivelare i nomi dei propri compagni, rispose: li conoscerete il giorno della Liberazione».
Non sanno, possiamo continuare noi, chi furono i “ribelli per amore”, chi furono Astolfo Lunardi ed Ermanno Margheriti, padre Manziana e padre Bevilacqua, Mario Bettinzoli e Giacomo Perlasca, Luigi Ercoli e Gian Andrea Trebeschi, Teresio Olivelli e Romolo Ragnoli, Emiliano e Federico Rinaldini, don Carlo Comensoli, don Giacomo Vender e padre Luigi Rinaldini, Ferruccio Lorenzini e Tita Secchi…, tutte persone che hanno pagato con la vita, con il carcere o con la clandestinità il proprio amore per la libertà. Ecco allora che il 25 aprile innanzitutto ci deve far ricordare da dove veniamo e ci deve aiutare a rinnovare la memoria di quanti hanno lottato per la liberazione dal nazifascismo. Poiché, come osserva Liliana Segre,«la memoria è l’unico vaccino che abbiamo contro l’indifferenza».

Ma la celebrazione del 25 aprile ci deve aiutare anche a capire meglio il presente e a progettare il futuro. Ha scritto don Primo Mazzolari: «I veri valori della Resistenza sono contenuti e difesi da questa formula evangelica: la verità non si difende con la menzogna, la giustizia con l’iniquità, la libertà con la sopraffazione, la pace con la guerra». È come dire, per usare le parole di papa Francesco ripetute anche nei riti del periodo pasquale, che «non abbiamo bisogno di muri e di reticolati, ma di ponti», che «non ci servono fucili e bombe ma pane e sanità».

Luisito Bianchi, autore de La messa dell’uomo disarmato, alla domanda «Quale fu la ragione della Resistenza?» ha così risposto: «Il pensare che era possibile un mondo che non fosse asservito ad un potere strumentalizzante l’uomo, un mondo in cui non ci fossero più guerre e ingiustizie, un mondo in cui ci fosse il riconoscimento di tutti, dove a un dovere corrispondesse un diritto e viceversa».
Ad ognuno di noi il compito di contribuire a realizzare tutto ciò.

Anselmo Palini

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