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DIMENTICATI DI STATO – Breno, 31 gennaio 2015 – Le foto e gli interventi

Pezzotta, Tagliani e Zamboni
Pezzotta, Tagliani e Zamboni

Dimenticati di Stato. La Valcamonica non  dimentica
(Giorno della Memoria – Breno, Palazzo della Cultura, 30 gennaio 2016)

Premessa

Il 14 settembre 2015 a Bienno, insieme a Nadia Facchini Milani, che con me fa parte della commissione scuola dell’ANPI e Fiamme Verdi “Ermes Gatti”, ed ai fratelli Zanella in occasione della programmazione del rientro della salma di Bortolo Zanella morto in campo di concentramento e sepolto in un cimitero tedesco, considerato che in Valle Camonica gli internati militari italiani sepolti nei cimiteri di guerra tedeschi, austriaci e polacchi, riesumati e riportati in patria erano a quella data già sei (Prospero Gheza di Esine – Giovanni Facchini di Braone – Giovanni Galli di Corteno Golgi – Giacomo Mottinelli di Sonico – Faustino Zanardini di Pisogne – Emilio Taboni di Capo di Ponte)  ed insieme alle spoglie di Bortolo Zanella ne erano rientrati altri tre (Pietro Brunelli e Giuseppe Mascherpa di Paisco Loveno – Angelo Belotti di Cevo), sapendo che questi rientri sono frutto della preziosa ricerca fatta da Roberto Zamboni, si è pensato di organizzare un incontro con lo stesso Zamboni da collocare vicino al 27 gennaio, da tempo fissato e riconosciuto come giornata della memoria. L’argomento in programma da trattare era di particolare interesse in quanto ci stimolava a ricordare questi giovani che inviati a combattere sui vari fronti di guerra, all’indomani dell’8 settembre 1943, catturati dai tedeschi (oltre 700.000) ed internati nei campi di lavoro e di concentramento, nei quali molti di loro, dopo indicibili sofferenze, hanno sacrificato la propria esistenza. Potevano, se accettavano di arruolarsi tra le fila del rinato esercito della Repubblica di Salò, trasformare la sorte di internato militare e rientrare in Italia come soldato agli ordini di Mussolini, per combattere gli avversari di questo regime da operetta, voluto e guidato dagli ufficiali dell’esercito tedesco e dalle famigerate S.S. La risposta alle numerose sollecitazioni, è sempre stata negativa (600.000 NO). Per questo gli internati militari italiani, sono stati, insieme alle vittime delle tragedie di Cefalonia e di Corfù, coloro che hanno dato vita alla Resistenza, ed hanno contribuito con il loro sacrificio, alla sconfitta del nazifascismo ed alla conquista delle libertà democratiche.

L’incontro con il ricercatore Roberto Zamboni e con Savino Pezzotta che grazie ad Zamboni, ha ritrovato la tomba del padre, morto in un lager nazista e sepolto in Polonia, è diventato così un impegno per le Associazioni dell’ANPI e delle Fiamme Verdi che, nel condividere la proposta di Nadia e Gigi, delegano, dopo una prima riunione, i proponenti a contattare le istituzioni, i sindaci, le associazioni d’arma, chiedendo loro di aderire e di sostenere l’iniziativa. Zamboni e Pezzotta hanno accettato di buon grado di partecipare, la data scelta sabato 30 gennaio 2016 alle 15:00, il luogo il Palazzo della Cultura di Breno. A Roberto Tagliani segretario dell’Associazione Fiamme Verdi di Brescia è stato chiesto di condurre i lavori, a Eliana Cattane di fare alcune letture, ed a Elena Quaglia di curare la parte musicale. Il volantino/locandina, da diffondere capillarmente nel territorio è stato realizzato da Tullio Clementi direttore del periodico “Graffiti”. Naturalmente, disponibilità e professionalità sono state offerte, da tutti, gratuitamente. E, per non appesantire graficamente il volantino con la riproduzione dei nomi e dei loghi di quanti hanno patrocinato l’iniziativa, il volantino/locandina è stato firmato “La popolazione – le associazioni – le amministrazioni – le istituzioni della valle camonica” tutti uniti nella memoria per non dimenticare. La partecipazione all’iniziativa è stata eccezionale, la sala stracolma e l’attenzione dimostrata dai partecipanti, molti dei quali parenti delle vittime, ha fatto risaltare il grande interesse e la riconoscenza di tutti nei confronti di questi nostri fratelli che hanno sacrificato la loro giovane vita per donarci pace e libertà.

Di seguito la trascrizione degli interventi registrati durante l’incontro

Roberto Tagliani, per ulteriormente concentrarvi rispetto ai temi che l’incontro di oggi ci prospetta propongo di prestare attenzione alla lettura che farà Eliana Cattane alla quale chiedo di introdurci nello spirito della giornata.

Eliana Cattane, grazie mille per avermi invitata, diamo inizio alle letture tratte dal libro Dimenticati di Stato di Roberto Zamboni: Roberto Zamboni Ricorda Mauthausen, Dachau, Flossemburg, questi nomi arrivavano alle mie orecchie di bambino ogni volta che a Natale ci si riuniva nella casa dei nonni e immancabilmente tutti gli anni veniva ricordata la figura di Luciano, lo zio morto in guerra in Germania, noi nipoti chiedevamo e volevamo sapere di più. Il nonno si chiudeva in un silenzio colmo di dolore, la nonna invece a fatica e con gli occhi lucidi, ci spiegava, ci raccontava di quello zio portato via dai tedeschi e non più ritornato. Tentava amorevolmente di farci capire che fine avesse fatto Luciano, era in campo di concentramento e fu dato per disperso, diceva sconsolata. “Disperso”era la stessa parola riportata sulla lapide nel cimitero. Il campo di concentramento che cosa era? Di li ha qualche anno avrei visto con i miei occhi quello che era un campo di concentramento e con il tempo anche più d’uno. Ero solo un bambino quando per la prima volta varcai la soglia di Mauthausen, allora compresi, aiutato dalle spiegazioni che i miei genitori, che cosa era un campo di concentramento e percepii quale poteva esserle stata la fine dello zio Luciano la sola certezza che fosse morto in un lager di concentramento a Flossemburg ma, che fine avesse fatto il suo corpo, a casa non lo aveva ancora saputo nessuno, così decisi di cercarlo e di riportarlo a casa. Era rimasto con molti compagni di sventura in una sorta di limbo burocratico. Per molti anni ho raccolto migliaia di nominativi di militari e civili che furono deportati ed internati nei campi nazisti e che alla fine del loro calvario vennero sepolti in Austria, Germania, Polonia. Lo studio partito inizialmente come una semplice indagine familiare, si è con il tempo sviluppato e dilatato in una vera e propria ricerca su tante circostanze poco note anche agli studiosi e del tutto sconosciute alla quasi totalità dei parenti di questi caduti. Dove erano stati sepolti le migliaia di deportati militari e civili morti dopo la liberazione dei campi di concentramento e le migliaia di internati militari italiani deceduti per le violenze subite nei campi di prigionia? Erano veramente dei dispersi o avevano trovato degna sepoltura?

Roberto Tagliani, la legge n. 211 del 2000 che istituisce il giorno della memoria è una legge molto breve costituita da due soli articoli che segnano il senso preciso di una Nazione che non intende perdere la memoria. Dicono questi due brevissimi articoli: «La Repubblica Italiana riconosce il 27 gennaio, data di abbattimento dei cancelli di Auschwitz, giorno della memoria, al fine di ricordare la Shoah, lo sterminio del popolo Ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che in tanti schieramenti diversi si sono opposti allo sterminio ed a rischio della propria vita hanno salvato la vita di questi perseguitati. In occasione del giorno della memoria sono organizzate cerimonie, iniziative, incontri a momenti comuni in narrazione dei fatti in modo che in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado su quanto accaduto al popolo ebraico e dai militari italiani e politici nei campi nazisti, in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico momento, l’oscuro periodo della storia nel nostro paese e in Europa affinché simili eventi non possano mai più accadere». Era il 2000. L’ONU, 5 anni dopo, con la risoluzione n. 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, estendeva il 27 gennaio a giorno mondiale della memoria. Oggi siamo qui, per il calendario pochi giorni dopo ma con lo stesso intento a celebrare questo appuntamento. Siamo qui insieme a Roberto Zamboni e a Savino Pezzotta e siamo qui insieme a voi e alle istituzioni ed è per questo che il primo intervento di oggi sarà tenuto dall’Assessore alla cultura della comunità montana e del Comune di Breno, Simona Ferrarini, che interviene a nome non solo del Comune di Breno ma anche della Comunità Montana.

Simona Ferrarini, grazie e buongiorno a tutti. Debbo dire che è con emozione che oggi porto i saluti del sindaco perché ci troviamo Breno, perché questa sala, quando la vediamo così affollata, ci emoziona e perché è emozionante l’occasione, parliamo di giornata della memoria ma in tutta la valle si stanno susseguendo momenti di ricordo e davvero l’altra sera il sindaco di Darfo ha parlato di settimana della memoria. Io porto il saluto di Breno ma porto il saluto di tutta la valle. Il presidente della Comunità Montana e del Bim non ha potuto a sua volta essere qui e quindi è mio compito farlo a nome suo nel ringraziare voi per aver partecipato così numerosi e soprattutto di ringraziare chi, qui oggi ci regala una giornata emozionante. Per questo ci permettiamo come Comunità Montana di offrire una piccola pergamena a Roberto Zamboni “con stima e gratitudine per l’incessante e significativo lavoro di ricerca condotto con sensibilità e competenza” Grazie. E a Savino Pezzotta “per la sua disponibilità a condividere emozioni e ricordi con il territorio camuno” Grazie. Nello stesso tempo vorrei lasciare loro questa pubblicazione, perché sono in Val Camonica e noi sappiamo quanto la Valle Camonica è ricca di scorci e di bellezze naturali, di monumenti. Questo libro offre uno sguardo diverso sulla valle, è uno sguardo dal cielo, quindi con paesaggi e scorci che non vediamo abitualmente e a volte sfogliandolo ci chiediamo “ma, davvero è la nostra valle?” Quindi con questo augurio ed un ringraziamento anche a chi oggi ci aiuta a godere degli interventi dei nostri oratori. Grazie ancora e buon ascolto.

Nadia Facchini, io voglio fare un omaggio Eliana e Elena che sono state veramente disponibili alla nostra richiesta come organizzatori, hanno risposto SI senza esitazioni, non è un omaggio così grande come quelli precedenti ma è fatto col cuore e con tanti ringraziamenti.

Roberto Tagliani, Zamboni si presenta così sulla prima pagina del sito Dimenticati di Stato, “Non sono uno storico e neppure un ricercatore di professione, sono un semplice cittadino, un ricercatore volontario che ha deciso di impegnarsi per quella che ritiene una nobile causa, per evitare che questi caduti vengano dimenticati”. Quale miglior viatico per una giornata dedicata alla memoria, per celebrare il giorno della memoria dell’impegno di una persona che definisce la sua occupazione, la sua passione, la sua attività, semplicemente come una operazione di memoria? Avremo modo di capirlo meglio dopo aver visionato il filmato preparato e commentato dallo stesso Roberto Zamboni.

Segue la trascrizione del commento di Roberto Zamboni al filmato:

Mi chiamo Roberto Zamboni e da diversi anni sto cercando di far conoscere una vicenda che ha coinvolto migliaia di nostri connazionali e le loro famiglie. Dopo l’armistizio siglato dall’Italia con gli anglo americani, annunciato dal maresciallo Badoglio dell’8 settembre 1943, 710.000 militari italiani, dislocati in patria o nelle zone d’occupazione, furono fatti prigionieri dai tedeschi ed internati negli Stammlager e negli Offlager, in terra tedesca, austriaca e polacca. Da quel momento avrebbero dovuto affrontare 20 mesi di sfruttamento come forza lavoro in condizioni disumane, con turni massacranti e un regime alimentare decisamente insufficiente.

Lo status di internati militari italiani contribuì oltremodo ad aggravare la loro situazione. Infatti la condizione di IMI, non contemplata dalla convenzione di Ginevra, impedì loro di ricevere ogni tipo di assistenza esterna, prevista invece per i Kriegsgefangenen appunto, i prigionieri di guerra. I nostri militari furono largamente utilizzati nell’industria bellica, bersagliata di continuo dai bombardieri alleati. Molti furono vittime delle incursioni aeree inglesi e americane, ma la maggior parte dei decessi fu causata dalle malattie o dalla scarsa e cattiva alimentazione che portò molti giovani al deperimento organico, fino alla loro morte. Furono circa 40.000 i soldati italiani che persero la vita nei lager tedeschi. I deceduti vennero sepolti nei cimiteri all’interno o nei pressi dei campi, ma molti furono inumati anche nei cimiteri comunali, in reparti separati dalle altre sepolture, nelle località dove erano impegnati presso i comandi di lavoro esterni, altri ancora finirono in fosse comuni, o in sepolture che ne resero impossibile l’identificazione. Sorte ancora peggiore per gli altri 44.507 civili (23.826 ufficialmente identificati), 6.746 dei quali ebrei, che furono deportati in campi di concentramento o di sterminio.

A differenza dei campi per militari, che erano gestiti dalla Wehrmacht, cioè da soldati dell’esercito regolare tedesco, i campi di concentramento per civili, erano gestiti dalle SS, un’unità paramilitare del partito nazista la cui ideologia puntava alla sottomissione fino all’annientamento delle cosiddette “razze inferiori”. Chi venne inviato in un campo di sterminio fu destinato in breve tempo, se considerato non idoneo al lavoro, ad essere gasato con lo Zyklon B, il potente pesticida a base di acido cianidrico che fu utilizzato nelle camere a gas. In ogni caso, per tutti indistintamente era previsto lo sfruttamento come forza lavoro fino allo sfinimento e alla morte. Infatti, una circolare inviata a tutti i campi di concentramento, firmata dall’SS- Obergruppenfùrer Oswald Pohl, comandante dell’ufficio centrale economico e amministrativo delle SS, già dal 30 aprile 1942 prevedeva l’annientamento attraverso il lavoro. Quasi tutti i deceduti in questi lager, non ricevettero una degna sepoltura, e finirono nei forni crematori.

Solo verso la fine della guerra, a causa delle generali difficoltà di trasporto e la mancanza di carburante, i deportati che morirono in sotto campi a notevole distanza dai campi centrali, non furono più trasportati ai crematori dei lager, ma sepolti nei cimiteri locali. Dopo le deliberazioni dei campi di concentramento in Polonia, Austria e Germania, si dovette procedere tempestivamente alla inumazione di massa in fosse comuni, per evitare il diffondersi di epidemie che avrebbero decimato i sopravvissuti. Solo alcune centinaia di questi sventurati ebbero il ”privilegio”di una sepoltura dignitosa.

Tutti questi nostri caduti, civili e militari morirono dopo atroci patimenti, in ragione del loro pensiero, della loro religione, o per il loro “NO” alla richiesta di continuare una guerra assurda. Ognuno fece le scelte che reputava più giuste e pagò di conseguenza. Nell’immediato dopoguerra, viste le enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, buona parte di questi giovani furono dati per dispersi. I parenti, ormai rassegnati all’idea della morte del loro caro, tentarono di individuare almeno il luogo di sepoltura, ma in genere con scarsi risultati.

Il 9 gennaio 1951, il presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, firmava la legge numero 204, che al secondo comma dell’articolo quattro, vietava il rimpatrio delle salme dei caduti in guerra. L’articolo recitava: “Le salme definitivamente sistemate a cura del commissario generale, non possono essere più concesse ai congiunti”.

Dall’entrata in vigore di questa legge, chi avesse avuto un parente morto in un campo di prigionia per mano tedesca, traslato in uno dei cimiteri militari italiani gestiti da Onorcaduti, non avrebbe più avuto la possibilità di rimpatriarne le spoglie. Il 23 ottobre 1954 fu firmata a Parigi da Mendes France per la Repubblica francese, e da Konrad Adenauer per la Repubblica federale tedesca, una convenzione per la ricerca e la raccolta delle vittime nei cimiteri d’onore.

Grazie, alla documentazione del Servizio Internazionale di Ricerche della Croce Rossa, il grandissimo e difficoltoso lavoro di esumazione e riconoscimento dei caduti da parte della missione francese del ministero degli ex combattenti e vittime di guerra, alla collaborazione di uffici civili e religiosi locali, e alla cooperazione del governo federale tedesco, nella seconda metà degli anni ‘50, il Commissario Generale per le Onoranze Caduti in Guerra del Ministero della Difesa, riuscì a rintracciare le spoglie dei nostri connazionali sepolti in Germania, facendole traslare nei cimiteri militari italiani d’onore di Amburgo, Berlino, Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera. In Austria le salme individuate furono sepolte nel cimitero militare italiano di Mauthausen, mentre in Polonia i resti mortali degli italiani furono sepolti nel cimitero militare di Bielany, un sobborgo di Varsavia.

Oltre a quelle dei militari, furono recuperate le spoglie dei deportati civili morti nei giorni successivi o appena precedenti le liberazioni dei lager, o deceduti durante le famigerate marce di trasferimento, le cosiddette “marce della morte”. In tutto vennero identificate le spoglie di 19.464 caduti, 3385 delle quali furono rimpatriate prima della definitiva inumazione nei cimiteri militari.

Alla fine, gli italiani sepolti nei sei sacrari furono 16.079. Tra questi anche 151 donne, 46 tra neonati e bambini con meno di 13 anni e 95 ragazzi con un’età compresa tra i 14 e i 18 anni. Buona parte dei parenti di questi sventurati, non fu mai informata di avere un congiunto sepolto in uno di questi cimiteri, rimanendo in attesa di notizie che non sarebbero mai arrivati. Tra queste migliaia di caduti c’era anche mio zio. Figlio di contadini  1° di 4 fratelli, mio zio Luciano, classe 1923, era stato richiamato alle armi nel gennaio del 1944. Inviato prima in Friuli e poi a Firenze, disertò e con molte difficoltà riuscì a tornare a Verona. Era il giugno 1944, e per più di due mesi rimane nascosto presso la casa di uno zio. Alla fine di settembre, decise di farsi assumere alla TODT, l’organizzazione tedesca che provvedeva alla costruzione di fortificazioni e sbarramenti e che dava da lavorare a chiunque ne facesse richiesta, fosse questo un renitente, un disertore, o uno sbandato. Fu inviato sul monte Altissimo di Nago, a nord del lago di Garda, e impiegato nella costruzione di trincee e opere di difesa militare. Nonostante i suoi compagni di lavoro avessero tentato in ogni maniera di dissuaderlo, e pur essendo conscio dei rischi che correva, prese la decisione di tornare a casa, abbandonando il posto di lavoro e dirigendosi verso Verona. Il 16 dicembre 1944, nei pressi della linea ferroviaria Caprino-Verona, fu fermato ed arrestato da alcuni militi della 21ª brigata nera “Stefano Rizzardi”.

Dopo un interrogatorio sommario, fu consegnato alle SS, trasferito a Verona ed imprigionato nel forte di San Mattia, che era uno dei tre forti costruiti dagli austriaci nel 1838 sulla collina veronese e che i tedeschi, nel periodo repubblicano, avevano adibito a prigione. A fine dicembre venne portato al palazzo INA, dove aveva sede il comando generale delle SS e di polizia di sicurezza, per poi essere trasferito al campo di concentramento e smistamento di Bolzano, in località Gries. La mattina del 19 gennaio 1945, Luciano e altri 358 prigionieri, furono portati alla stazione ferroviaria di Bolzano dove li attendeva un treno merci, scortato dai militi SS e polizia altoatesina. Quel treno aveva come destinazione il campo di concentramento di Flossenbùrg, sul confine cecoslovacco dove arrivò dopo quattro giorni di viaggio.

Deportato come prigioniero politico per mio zio iniziava un calvario che sarebbe durato 100 giorni. Il 20 aprile 1945, vista la celere avanzata delle truppe americane, il comandante del lager Otto Max Kògel, ordinò l’evacuazione, e i 14.800 prigionieri in grado di camminare, furono incolonnati e avviati a piedi o in treno verso sud, con destinazione il campo di concentramento di Dachau. Dei 1526 internati che rimasero lager, dei quali 46 erano italiani, circa la metà era ammalata di tubercolosi o di tifo, e gli altri, a giudizio dei carnefici nazisti, con un piede già nella fossa, non avrebbero vissuto abbastanza per vedere il loro liberatori. Mio zio Luciano era ancora vivo quando, la mattina del 23 aprile 1945, una compagnia della 97ª Divisione di Fanteria dell’esercito americano liberò il campo. Il 4 maggio 1945, 12 giorni dopo la liberazione del lager, mio zio morì. Morì da uomo libero, e sicuramente circondato dall’affetto e non dall’indifferenza, come erano morti a migliaia, nei mesi precedenti i suoi compagni di prigionia. Parte dei deceduti dal 23 al 30 aprile furono cremati. Molti furono sepolti in fosse comuni nel territorio occupato dal campo di concentramento.

Lo stesso giorno in cui morì il mio parente, nel cimitero del paese di Flossenbùrg, furono inumate le prime 21 salme di prigionieri che sopravvissero alla liberazione ma che poco dopo spirarono a causa delle vessazioni subite. Su ognuna delle 120 tombe che accolse quel cimitero, fu apposto una piccola lapide con il nome dell’ex deportato. Il 12 marzo 1958 il resti di quattro deportati italiani, tra questi Luciano, furono trasferiti dal cimitero del paese al cimitero militare italiano d’Onore di Monaco di Baviera. Di questa riesumazione e di questo trasferimento, i miei nonni, mio padre, o i miei zii, non furono mai informati.

Come molto spesso accade, la mia ricerca iniziò per caso e per curiosità. Di mio zio si sapeva che era morto dopo la liberazione e che doveva essere stato sepolto in un cimitero nei pressi del lager. Nell’inverno del 1994, ero rimasto fortemente impressionato da un documento mandato in onda dalla rete nazionale sulla liberazione del campo di concentramento di Bergen Belsen, forse fu proprio quel filmato che fece scattare in me il desiderio di voler ricostruire gli ultimi mesi di vita del mio parente. Tramite la Croce Rossa internazionale, individuai con certezza il luogo di sepoltura e ricostruii tutti i suoi spostamenti, dall’arresto fino alla sua morte e all’inumazione definitiva nel cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera.

Nel dicembre del 2000, con l’aiuto di alcuni parlamentari riuscii a far modificare la legge che vietava i rimpatri e feci traslare i resti di Luciano nel cimitero dove riposavano ormai da anni i suoi genitori. Alcuni mesi dopo, mi misi alla ricerca dei congiunti degli altri caduti che erano stati spostati assieme al mio parente nel cimitero di Monaco, e fu allora che scoprii con grande mia sorpresa, che anche loro non erano mai stati informati di avere un parente sepolto in quel cimitero.

Trovando strano e assurdo che il Ministero della Difesa non avesse dato notizia della traslazione ai parenti, pensai di allargare gli mia ricerche, oltre che al campo di concentramento di Flossenbùrg, anche a quelli di Dachau, Buchenwald, Natzweiler e Mauthausen. Attinsi i primi dati sulle sepolture da un testo pubblicato nel 1965, nel quale erano stati raccolti i nomi di tuti i deportati italiani morti nei lager nazisti di Auschwitz, Bergen Belsen, Buchenwald, Dachau, Flossenbùrg, Gross Rosen, Mauthausen, Natzwailer, Neuengamme, Rvensbrùck e Sachsenhausen. La curatrice del testo, su mandato del commissario generale onoranze caduti in guerra, riuscì a realizzare l’opera, grazie alla collaborazione del servizio internazionale di ricerche della Croce Rossa di Arolsen, che mise a sua disposizione gli archivi contenenti l’intero ed unico carteggio esistente relativo ai campi di concentramento nazisti. Ricavai da questo elenco i nomi dei caduti che risultavano essere stati tumulati nei cimiteri militari di Monaco, Francoforte sul Meno, Amburgo e Norimberga, li comparai con gli oltre 44.000 nomi, raccolti dall’Associazione nazionale ex deportati, in sessant’anni di ricerche. I risultati li inviai, tramite i consolati italiani in Germania, alle amministrazioni cimiteriali dove si trovavano i sacrari, per verificare l’effettiva esistenza di quelle tombe. In nomi e le posizioni tombali da me raccolte di quei primi 252 deportati, coincidevano con i dati depositati presso gli archivi degli enti cimiteriali interpellati.

Dopo alcuni sopralluoghi in Germania, ormai certo dell’esattezza di tutta la documentazione, iniziai le ricerche dei parenti, riuscendo a rintracciare e informare decine di famiglie sulla sorte dei loro cari. Nel frattempo, oltre all’elenco generale dei deportati civili forniti dall’Associazione ex deportati di Milano, riuscii ad avere dal Ministero della Difesa, l’elenco completo dei caduti sepolti in Austria, Germania, e Polonia, e dal Vaticano copia delle schede di ricerca dell’Ufficio informazioni Vaticano per i prigionieri di guerra, depositate presso l’archivio segreto Vaticano e rese accessibili ai ricercatori nel 2004 da Giovanni Paolo II.

Nel 2005 aprii un sito Internet e pubblicai gli elenchi dei deportati italiani, politici e razziali, morti nei campi di concentramento nazisti e sepolti nei cimiteri militari. Dopo alcune settimane dall’apertura di questo sito, iniziai a ricevere decine di mail, di persone che chiedevano notizie sul loro congiunti dispersi in guerra, gran parte dei quali erano stati imprigionati come internati militari. Vista l’esperienza acquisita, intrapresi uno studio di approfondimento, inserendo tra i caduti ricercati anche gli IMI e i lavoratori, liberi o coatti, che erano stati impiegati nelle fabbriche tedesche.

Per senso civico, per dovere d’informazione e perché nessun altro lo faceva, dedicai e dedico tutt’ora gran parte del mio tempo libero a questo tipo di ricerche, che svolgono in modo autonomo ed autofinanziato da almeno 15 anni.

Con l’ausilio dell’Arma dei Carabinieri, sono riuscito a rintracciare i parenti di molti caduti, parte dei quali hanno fatto rimpatriare le spoglie dei loro cari. Essendo cresciuto in maniera esponenziale numero dei congiunti da ricercare, da qualche anno ho coinvolto in questa mia iniziativa i quotidiani locali e nazionali, che hanno dato un grandissimo contributo pubblicando gli elenchi dei caduti. Un grande aiuto è arrivato anche da iniziative personali di singoli giornalisti, che colpiti da questa ricerca, hanno cercato e trovato i congiunti di molti caduti. Attualmente gli esiti di tutto questo lavoro non ancora terminato ed in continua espansione, li ho resi pubblici ed accessibili a chiunque, sul sito www.dimenticatidistato. com

L’obiettivo di questa mia lunga ricerca, è quello di raggiungere in maniera capillare le famiglie di tutti questi sventurati per informarli sulla sorte dei loro cari, evitando così che finiscano definitivamente nell’oblìo.

Roberto Tagliani, vent’anni dopo quell’inizio di una ricerca familiare che poi si è estesa cosa la spinge a continuare ancora?

Roberto Zamboni, in questi anni penso di aver trovato i parenti di almeno 2000 persone, però penso che il lavoro sia ancora lungo perché pur contattando le amministrazioni comunali e le direzioni dei giornali per far pubblicare gli elenchi, io so che tantissimi sono ancora in cerca dei loro cari, io ricevo tantissime mail, almeno un paio al giorno di parenti che chiedono informazioni sul luogo di sepoltura del loro congiunto per poterli andare a trovare nel luogo di sepoltura e poi fare dei riscontri con le oltre 2.100.000 schede di ricerca dell’Ufficio Informazioni Vaticano per i prigionieri di guerra.

Tagliani, la collaborazione con le istituzioni, con i comuni e con le associazioni, è una cosa complicata, perché la burocrazia è sempre complicata; negli anni è migliorata oppure c’è qualcosa che può essere reso più facile, sia dal punto di vista delle amministrazioni locali sia dal punto di vista del Ministero della Difesa?

Zamboni, per quanto riguarda le amministrazioni locali dipende sempre dalle sensibilità, il problema è proprio legato alla sensibilità sull’argomento, molti si danno da fare, controllano nell’ufficio anagrafe, individuano i parenti e comunicano tutto quello che debbono comunicare in riferimento ai loro cari. Altre amministrazioni non rispondono nemmeno alle mie sollecitazioni. Per quanto riguarda invece il Ministero della Difesa debbo dire che trovo molti ostacoli, ad ogni mia richiesta mi ritrovo sempre i bastoni tra le ruote. Per avere l’elenco dei 16.000 caduti ho dovuto lottare per degli anni, alla fine sono stati quasi obbligati legalmente a fornirli, ma in una maniera un po’ particolare, nel senso che mi hanno fornito gli elenchi ed ho dovuto lavorarci sopra per anni per poter recuperare i dati anagrafici completi, nonostante il Ministero della Difesa abbia nella sua banca dati tutti quelli necessari, compreso il luogo di nascita, il comune e la provincia, per poter rintracciare i parenti. Io avevo il solo cognome, nome e data di nascita di ogni caduto e il Comune di nascita, perciò ho dovuto cercare tutte le province a cui il Comune faceva riferimento e puoi fare dei riscontri con le 16.000 schede che mi erano state fornite dalla banca dati ministeriale.

Tagliani, cosa la spinge a continuare questo lavoro?

Zamboni, devono essere sincero, “gli occhi di un figlio”, la settimana scorsa è venuto a trovarmi il figlio di un caduto, gli occhi di questo figlio, per me, bastano e avanzano come ringraziamento e come stimolo per andare avanti.

Tagliani, cosa si sente di dirci oggi, per quando saremo fuori di qui, per poterle dare una mano, al di là delle intenzioni e della disponibilità del momento?

Zamboni, più di qualcuno mi ha chiesto di darmi una mano, chiedono se possono aiutarmi, il problema è che ho tutto quanto archiviato sul computer e nella testa, io so come muovermi e non riesco a far lavorare qualcuno, ho migliaia di dati a disposizione archiviati sì nel computer ma moltissimi anche archiviati nella testa, ogni volta che cerco un dato so esattamente dove trovarlo. Se dovessi spiegare a un’altra persona i vari collegamenti, penso che sarebbe quasi impossibile, perciò al momento continuo così come ho sempre fatto. Nel ringraziare di avermi invitato qui in Vallecamonica a questo appuntamento, vorrei dirvi che mi sento un poco Camuno anch’io, mia Moglie è una Tomasi di Cané e tutti gli anni veniamo qui a trascorrere le vacanze e certamente, da ora ci torneremo ancora con maggior piacere. Grazie per l’attenzione.

Tagliani, un grande grazie e un grande applauso a Roberto Zamboni per quanto ha fatto e per quanto farà ancora.

Il Giornalista Roberto Petrini, che si diletta a tracciare ritratti di personaggi per «La Repubblica», tempo fa, quando ancora era Segretario generale della CISL, lo aveva tratteggiato così: “Barba francescana, una passione per l’orto, radici profondamente cattoliche come il profondo Nord dal quale proviene, ha una storia con un orientamento a sinistra, in fabbrica a 15 anni nei tessili, si intruppa in quel misto di cultura operaia/contadina caratteristica del mondo cattolico che lo porterà, come in molti casi a militare nelle file di sinistra della Democrazia Cristiana e che nel periodo dell’autunno caldo lo porterà ad avvicinarsi a Emilio Labor e all’MPL. Un fatto tragico aveva segnato la sua vita, come nessun altro, suo padre rifiutò di giurare per la Repubblica di Salò, fu deportato e morì in campo di concentramento. Savino non ebbe neppure il tempo di conoscerlo … ”. Lasciamo a Roberto Petrini le sue osservazioni e punzecchiature sull’attualità di qualche tempo fa, però certamente, un giorno la vita di Pezzotta è cambiata decisamente da una notizia che non solo lo ha commosso, ma che ha cambiato in lui molte cose. Nell’intervista contenuta nel filmato, appena visto, lo abbiamo sentito dire: “un Padre e un Papà”; sono certamente segni di grande attualità e di grande rispetto, ora le chiederei di raccontarci: in particolare, come ha conosciuto Roberto Zamboni e come lo ha cambiato la notizia del ritrovamento della tomba del padre.

Savino Pezzotta, già segretario generale della Cisl nazionale. Inizio il mio intervento con due ringraziamenti, primo è rivolto a voi che avete scelto di partecipare a quest’incontro, di solito non si ringrazia mai chi partecipa a un incontro pubblico, ma ritengo che sia importante siate qui, è una manifestazione di attenzione e di condivisione su un qualcosa che, direttamente o indirettamente, si percepisce come una sofferenza comune. Noi che siamo abituati (perché in questi giorni nelle celebrazioni della giornata della memoria abbiamo partecipato ad alcune iniziative come ho fatto la settimana scorsa) a parlare in pubblico quando interveniamo su questioni di questa natura, avvertiamo una sorta di fastidio interiore, una difficoltà morale per non essere all’altezza morale di quello che siamo chiamati a dire. Non è facile rompere l’indifferenza che con il passare degli anni si è creata. Ora,vedere qui tanta gente, siete veramente tanti, è veramente confortante. Il secondo ringraziamento è a Zamboni.

Sono cresciuto in una famiglia che aveva una grande idealità ed era quella dell’antifascismo. Da mio nonno contadino, vecchio popolare, che indirettamente ma costantemente, nella forma lui congeniale, ha partecipato e resistito culturalmente ed interiormente al fascismo. Vi dico queste cose per aiutarvi a capirmi e a capire quanto vi dirò. Il Nonno era profondamente antifascista, sugli schieramenti politici era abbastanza indifferente non faceva molte differenze tra destra e sinistra, l’importante é che fossero contro il fascismo. Mia madre era più radicale, non ha mai perdonato ma non ha mai odiato! Conoscendo la sua astiosità contro le persone che si erano rese complici, forse un poco di odio sarebbe stato giustificato.  Ma anche qui non c’era l’odio, li considerava stupidi, lei, in tutta la sua vita, ha considerato gli appartenenti al fascismo, alla Repubblica sociale che vivevano nelle nostre comunità, degli stupidi che non meritavano nessun rispetto. Nei loro confronti manteneva questa astiosità e non li odiava perché non voleva  dar loro nessun valore. Perché gli stupidi, coloro che con i loro comportamenti conformistici o di interesse  hanno contribuito a rendere il male banale e pertanto non si rispettano, si tengono distanti. Diversamente da mia madre ho assunto un diverso modo di pensare. Per cui vivo momenti come questi con la contentezza di una celebrazione -E’ sempre simpatico, empatico, vivere una celebrazione che fa memoria- ma nello stesso tempo avverto un certo fastidio nel celebrare, perché il modo con cui mi hanno educato è stato quello di una certa discrezione che si sposa con ritrosia ad una esposizione pubblica.

Ho detto grazie ad Zamboni perché é tramite la sua ricerca che ho ritrovato la tomba di mio padre. E’ successo in modo discreto, ed anche questo fa parte delle cose che capitano e che non si aspettano. Una mattina alle otto mi suona il campanello di casa, una signora che io conosco ( abito in un paesino di 500 persone, ci conosciamo tutti e magari siamo tutti anche un pochino parenti)  mi dice “guarda, sul giornale c’è tuo papà”.  Come avrete notato non uso mai il termine papà,  Sono stato adottato, per modo di dire, ma sono felice di esserlo stato , perché mia madre si è risposata e così ho avuto un papà, l’altro è mio padre. Con tutta la riconoscenza che devo a chi mi ha generato, mi scuserà mio padre, ma devo sempre dire che la vicinanza, la concretezza, la dolcezza, la carezza, la simpatia, l’empatia, i rimproveri, sono del mio papà, perché è con lui che sono cresciuto, con lui ho vissuto la mia giovinezza. Mia madre era un po’ più ostica, mi è capitato ancora di dire che con mia madre facevo due parole al mese, perché le parole non vanno mai sprecate, da buoni bergamaschi non si sciupa nulla.

Mio padre fece la campagna di Russia, lui e suo cognato, mio zio, negli alpini, nella Tridentina, sono quelli che sfondarono a Nicolajewka, tornarono in Italia con i piedi congelati, rimasero a casa fino a quando furono richiamati e inviati al Brennero. L’8 settembre ci fu l’armistizio e sappiamo cosa è successo a Cefalonia. Al Brennero furono catturati molti soldati italiani, caricati sui treni e portati in Germania,anche mio padre e mio zio finirono in Germania. Furono circa 716.000 i soldati italiani che vennero catturati dopo l’8 settembre, ricordare questo è una denuncia riferita a chi allora gestiva le istituzioni e lo Stato tante volte mi sono chiesto come  è stato  possibile che un Paese lasci che oltre 700.000 dei suoi soldati, non persone comuni ma suoi soldati, siano catturati e portati via? Senza che ci sia stato un moto di resistenza o qualcosa del genere? Vedete che anche da questo punto di vista vi è una sorta di “tradimento” rispetto alla gente normale, almeno tentare di fare qualcosa ma non si fece nulla. In questi giorni abbiamo celebrato la giornata della memoria e ricordato c’è stata una complicità nella deportazione degli ebrei. Si dice con un poco di compiacimento assolutorio: italiani brava gente ne hanno salvati molti. Ed è vero  anche qui dalle nostre parti ne sono stati salvati molti, ne sono stati nascosti tantissimi, ma abbiamo avuto anche qui dalle nostre parti, delatori, coloro che hanno denunciato ed indicato ai nazifascisti il nascondiglio degli ebrei. Dobbiamo imparare a dire la verità, fa male perché magari conosco chi l’ha fatto … ma è un dovere!

Settecento mila soldati italiani furono catturati e fatti prigionieri ed erano tutti soldati mandati, per assecondare la follia del dittatore, a fare la campagna di Russia, dobbiamo ricordarli per i sacrifici e per il loro comportamento eccezionale, ma quella campagna e quella guerra fu veramente una follia. La scelta di mandare a morire migliaia di giovani per mettersi gallone di una vittoria o dell’anticomunismo fu un atto criminoso di Mussolini e del Re . È nostro dovere cercare di capire le cose per quello che esse sono, questi soldati avrebbero dovuto essere trattati, al limite, da prigionieri di guerra, per avere quel minimo di diritto di poter essere assistiti dalla croce rossa, ma questo non lo volevano fare. Il 20 settembre 1943 Hitler e Mussolini si incontrarono e concordarono la definizione “Internati Militari Italiani (IMI)” . una definizione che non è contemplata dai trattati internazionali,nello stesso tempo  non erano assimilabili agli altri internati nei campi di concentramento militari, né a quelli di sterminio : agli Ebrei, agli Zingari, ai Politici, ai Sinti, ai Disabili. Gli IMI erano distinti da questi mentre avrebbero dovuto essere considerati prigionieri di guerra, perché il Regno d’Italia si era alleato con gli anglo americani e stava combattendo contro la Germania. Per cui i soldati italiani erano di fatto prigionieri di guerra, trovando invece questa definizione IMI cioè non si sa bene che cosa fossero, tolsero loro ogni elemento di cittadinanza, questo era un comportamento  tipico del regime nazista che per prima cosa toglieva alla persona ogni elemento di dignità. Rendere la persona una “cosa indefinita” facilita la sua soppressione. È difficile uccidere una Persona! Uccidere un numero o far crepare di fame qualcuno che non si sa bene cosa sia, è molto più facile, perché dà l’impressione di liberare la coscienza di chi uccide! Se noi andiamo a vedere i processi fatti ai gerarchi nazisti riusciamo a capire cosa ha significato questo depauperamento della dignità, del ruolo, dell’essere. Non si vergognavano perché avevo messo in atto forme di spogliamento della coscienza morale che li rendeva incapaci di comprendere di aver soppresso delle persone. Difatti, tanto è vero questo , che gerarchi nazisti che stavano nei campi proibivano ai loro sottoposti di guardare e di lasciarsi guardare in faccia dagli internati. Perché questo ? la risposta è facile e interrogante : se io guardo in faccia una persona non la uccido! Le persone che vengono uccise e sono uccise in questo modo non sono mai state guardate in faccia. Nel volto si rispecchia una parte di noi ed è una comunicazione. Se io ti guardo negli occhi, se ti guardo in faccia, mi diventa difficile non riconoscere la tua umanità, per questo ti devo spogliare della tua umanità.

Ecco perché sono diventati Internati Militari. Vennero rinchiusi nei campi, furono più volte invitati, blanditi, corteggiati, perché aderissero all’esercito della Repubblica sociale, non una sola volta, non solo al momento della cattura con la domanda “vuoi andare di là o rimanere con noi?”, continuarono per lunghi periodi a sollecitarli. Immaginatevi una persona che si trovava in uno stato di prostrazione, di abbandono, di fame, di freddo, che viene avvicinata da chi gli dice: “vieni che ti posso far tornare a casa”, è una tentazione tremenda, ma era nella logica tremenda degli aguzzini. Tante angherie, tanti maltrattamenti, erano fatti principalmente per questo, per convincerli! Per cui si soffriva ancora di più la brutalità del trattamento. Dal novembre 1943 al febbraio 1944, si presentarono emissari, ufficiali, intellettuali, dell’esercito fascista, per persuaderli a tornare in Italia.

Seicentomila dissero di NO, la maggioranza disse di no, l’85% disse di no.

Sono andato a trovare mio padre nel cimitero di Varsavia e di questa possibilità ringrazio Roberto Zamboni di avermelo consentito. Vorrei dire che non so se lo farò rientrare, non me la sento di toglierlo da quella fossa comune dove è sepolto con tutti i suoi compagni di sofferenza, vorrei fosse l’ultimo a uscire da li. Perché c’è stata una comunione di sofferenza e di sacrificio che non so se tocca a me infrangere  , poi ognuno di noi la può pensare come vuole ma, mentre so che tocca a me portare i miei figli i miei nipotini a far loro vedere dove sta il bisnonno e spiegargli perché sta li e non nel nostro piccolo cimitero.

L’85% disse di NO!

Mi sono sempre chiesto, come faceva un giovane di 29 anni, l’età di mio padre, a dire di no, lui era cresciuto durante il periodo fascista era andato alla scuola dominata dal regime, dove l’ambiente politico era fascista, come ha fatto a dire di no. La motivazione doveva essere profonda dentro di loro per trovare la forza di resistere. Essendo persone semplici l’hanno trovata nel senso comune, nelle convinzioni morali della nostra gente. È vero che in quel contesto storico il regime fascista ha avuto un periodo di grande consenso ma, che era un consenso cittadino. Nelle nostre valli, nelle nostre montagne, tra i nostri contadini, tra la nostra gente, non c’è mai stato un grande consenso, si taceva, si soffriva ma non c’era condivisione. Se non ci fosse stata questa resistenza interiore e morale, forse non avrebbero resistito alle offerte. La stessa resistenza dei partigiani nasce da questo sentire , da un ethos popolare: il popolo comune, il popolo lavoratore, il popolo che non aveva altri interessi che quello del mangiare, del lavorare e di far vivere in tranquillità i propri cari e che mai è stato abbacinato dai discorsi bellicisti, è venuto da questo popolo il rifiuto a questo regime disumano.

Noi dovremmo scavare di più anche nelle nostre famiglie per capire questo, cosa è stato un dire di no, un dire di no che non è solo una negazione ma che assume il volto di un’affermazione, è un’affermazione contro la guerra, contro quella guerra inutile, fuori tempo, spaventosa, ma anche un no contro la ogni guerra che è il sentire profondo della gente comune, che non crede che andare in guerra è fare una gita, adornarsi di medaglie, ma è sempre in ogni dove sangue e morte. Ascolto con timore i discorsi che vengono fatti in questi giorni innanzi alla crisi del vicino oriente, e  con onestà vi  dico il mio parere che potete prenderlo come volete, penso e spero che i soldati italiani non calchino mai il deserto libico, poi capisco che li esiste un problema, il terrorismo, è un grande problema ma bisogna trovare forme nuove per affrontarlo. Questo mio modo di pensare non è per me non è una novità, quando ero parlamentare il giorno che alla Camera si votò l’appoggio italiano all’intervento militare inglese e francese in Libia, lasciai l’aula perché non me la sentivo, non mi sentivo a casa mia, perché ritenevo che quello fosse un errore, ed è stato un errore! È stato un errore quello con Saddam, è stato un errore quello con Gheddafi, certo che non mi piacevano né l’uno nell’altro, ma se non hai l’alternativa del giorno dopo, è meglio che ci pensi cento o mille volte prima di intervenire con la violenza e con le bombe e che è sempre meglio evitare di usare la forza. Non si è risolta con le bombe la situazione ma si è creata una situazione di violenza più di prima e mi sono convinto che non sarà  la forza delle armi a vincere il terrorismo, ma l’educazione e l’istruzione. Sono convinto che se con le armi si potesse distruggere lo Stato islamico, quante cellule o focolai di terrorismo potrebbero nascere? Quante giustificazioni potremmo dare. La mia è una posizione non molto amata in questo paese ma avevo ed ho il dovere di dirlo, un dovere che discende dall’insegnamento che traggo dalle persone che oggi ricordiamo, da mio padre da coloro che hanno avuto il coraggio di dire di no soprattutto quando il tuo no e un’affermazione.

Un’affermazione contro la guerra, un’affermazione per la pace, è la manifestazione di un desiderio profondo di pace, di serenità, di tranquillità, il desiderio di dare a tutte le persone una possibilità di vita. Non credo che ci sia la possibilità di far diventare tutti ricchi, non lo credevo neanche quando ero un sindacalista ma, dare a tutti la possibilità di una vita dignitosa questo si! Il sadismo usato contro i nostri internati era un’arma per convincerli per togliere loro ogni possibilità di resistenza, però noi dobbiamo capire perché loro seppero dire di no. Quali erano le condizioni morali che li portavano a dire di no, non è che non sapessero cosa sarebbe successo, non è che non sapessero a cosa andavano incontro, non è che non sapessero che andavano a vivere all’estremo la situazione all’interno di questi campi.

Lo sapevano!

Lo sapevano bene! Ma dentro di loro c’era una convinzione morale, una visione una condizione di coscienza profonda. La più grande sconfitta del nazismo e del fascismo nasce qui, quando ci sono migliaia di persone che sanno resistere per non tradire la propria coscienza.

Continuo a voler bene a quei ragazzi di Monaco che diedero vita a quel gruppo di resistenza denominato “la Rosa Bianca” . Qualcuno dirà “ma cosa potevano fare?” Eppure io sono convinto che quei cinque ragazzi, e han fatto bene a mettere la loro foto nel parlamento tedesco, hanno salvato la dignità del popolo tedesco Perché hanno saputo dire di NO. Come ha saputo dire di no Padre Kolbe, il pastore evangelico Dietrich Bonhoeffer, come hanno saputo dire di no tante piccole persone, perché i grandi, i ricchi, possono essere buoni o cattivi, ma quando c’è di mezzo il loro interesse, il loro buono rimane un po’ turbato e a volte  si ottunde. Poi ce n’erano anche di quelli che stavano bene. Bonhoeffer veniva da una famiglia nobile e ricca e pertanto è stato il suo essere cristiano che lo ha portato a fare quelle scelte. La capacità di  dire di no e soffrire le reazioni durissime che hanno subito queste persone è l’insegnamento che vale per noi. Ricordare etimologicamente vuol dire portare al cuore e portare al cuore significa cogliere qual’è l’insegnamento della loro vita. Uno dei più grandi teologi e filosofi del novecento Romano Guardini, a pochi  mesi dalla fine della guerra e dall’assassinio dei ragazzi della Rosa Bianca venne chiamato, come persona e intellettuale il cui pensiero non fosse mai stato compromesso con il regime, a commemorare questo sacrifico, in quell’occasione ebbe a dire: “si può ricordare un uomo soltanto dicendo come in verità egli è stato; ma ci sono strade diverse per giungere alla verità della sua vita… C’è però un’altra via , ed è quella di domandarsi quali idee essi hanno servito e da quali valori si sono senti obbligati ad agire” .

Oggi,mi domando, “mio padre aveva impostato la sua vita su cosa?”, lui contadino probabilmente analfabeta che faceva sicuramente fatica a scrivere il suo nome come tante persone della sua età, qual era la ragione dentro di sé che lo ha portato a dire di no?, era la natura della sua dignità! La sua dignità di uomo! Non poteva più piegarsi, non poteva più soccombere! ma aveva bisogno di una cesura , per lasciare a me, a noi un’idea.

Le nostre democrazie sono colpite da una malattia, da un morbo che le consuma che bisogna estirpare in fretta ed è la patologia del conformismo, l’abbandono di ogni pensiero critico, l’adeguamento, l’adagiamento, il salire più in fretta possibile sul carro dei vincitori. Non voglio criticare niente e nessuno, per carità, pensateci voi a giudicare chi e come. Però questa bramosia di salire sul carro del vincitore, di adeguarsi, di dire sì, è ciò che fa male alla democrazia, la democrazia vive se c’è chi dice di sì  ma se c’è anche qualcuno, che pagando , sa dire di no. Non esiste una democrazia senza una contro democrazia, dice un filosofo-sociologo francese molto amico del sindacato Pierre Rosavallon. Dobbiamo abituarci a dire di no, ci sono anni in cui dire di no è affermare un si, dico di no non per essere contro, ma perché non sono convinto, perché questa cosa può essere fatta in un altro modo, perché il pensiero diverso va ascoltato. Non sono convinto che questo è il migliore dei mondi possibili e non so qual’è il mondo possibile, ma continuo a pensare che bisogna continuare a cercarlo. Per me il mondo possibile è quello che consente una vita decente e la vita decente è quella in cui nessuno è discriminato per la religione,  per le convinzioni politiche, per il modo di pensare, per gli orientamenti sessuali, per il colore della tua pelle. Una società decente vorrei e non la società giusta. Non perché sono scettico, ma non ci credo perché tutte le volte che nel mondo hanno tentato di costruire una società giusta, hanno costruito le piramidi del sacrificio, come gli Atzechi sulla cima delle quali uccidevano delle persone. Con umiltà e passioni  cerchiamo di lavorare per una società decente per l’uomo.

Allora guardiamo il volto per capire, lo dico anche pensando a un problema che è un grande problema,  non sono un buonista ma non voglio nemmeno essere un cattivista, la questione dell’immigrazione. Ma noi quando parliamo di immigrazione, abbiamo mai pensato al volto di queste persone? Ma secondo voi, una madre che mette il suo bambino su un barcone e non sa se arriverà di la, da cosa è presa?, dalla voglia di venire qui a portarci via qualcosa o dalla voglia di salvare il suo bambino? E io cosa devo fare?

Questa settimana ne sono morti altri 20 e non vi parlo del grandi, vi parlo dei bambini, e non siamo in grado di stendere una mano. L’Inghilterra rifiuta di ricevere 200 minori non accompagnati perché costano troppo; gli svedesi che noi abbiamo sempre ammirato come grandi democratici, ne mandano via 80.000, ma dove li mandano? Li mandano sotto le bombe? Se li rimpatriano una buona parte li rimandano sotto le bombe ed i rimanenti a morire di fame.

Oppure quest’Europa deve tornare a recuperare quello spirito che aveva dentro e che ha resistito al nazifascismo che era lo spirito di un’Europa senza reticolati, quelli che ora si stanno tirando su, ma è possibile? Ed è possibile che noi continuiamo a definirci civili? Noi siamo nel centro della civiltà?

Vedete che questo NO fa sorgere anche dei problemi dentro di noi. Abbiamo paura che ci invadano, ma … lasciamo perdere! Ma cosa volete che ci invadano. Domenica sono venuti a casa mia perché lo ha proposto il Vescovo Beschi che è bresciano cha sollecitato tutte le famiglie ad invitare a pranzo qualcuno, da me su iniziativa dei miei figli sono venuti due ragazzi di 20 e 25 anni, sono scappati dalla Nigeria e sono scappati dalla fame, potevo forse dire loro  tornatevene in Nigeria?

Oppure questa situazione mi interpella, anche perché sono cristiano – cattivo cristiano perché non so come andrà a finire quando verrò chiamato a rendere conto –

Ma posso come cristiano non rinunciare a qualcosa per aiutare un altro? Non guardare il suo volto per non guardare le sue sofferenze? Non fare mia la lezione di chi ha scelto di morire per dire di no alla barbarie, all’intolleranza, al razzismo? Se noi ci troviamo per ricordare, per portare al cuore l’avvenimento, non è che possiamo astrarci e dire quella è una roba di allora e allora mi piace! No, perché quella cosa di allora è il filtro con il quale esamino la società nella quale io sono oggi.

Ecco perché io sono grato a chi ha organizzato questo incontro, sono grato a chi ha fatto questa ricerca sono grato a chi mi ha fatto vedere la tomba di mio padre un cimitero militare di Varsavia, non avrei mai pensato di trovarlo Varsavia però ci sono andato e per andare al cimitero ho attraversato il ghetto.

Dobbiamo avere coscienza della storia dell’Europa, della storia nostra e sapere che anche se sicuramente sbagliano a Bruxelles possiamo fare una battaglia politica su queste cose, ma senza Europa noi non ci salveremo! Ricordiamocelo bene, senza Europa non c’è salvezza, né economica né sociale, perché un’Europa frammentata sarà un’Europa di poveri. Certo, ci sono cose in Europa che vanno corrette, che non mi piacciono. Non mi piace la prepotenza tedesca, non mi piace l’indifferenza inglese, o la noncuranza francese ma ho l’obbligo, proprio perché ricordo mio padre sepolto in un’altra parte d’Europa, di amare l’Europa, di lottare per l’Europa, perché è la salvezza anche economica. Provate a pensare in questo mondo globalizzato che noi, l’Italia da sola, con la sua sovranità riesca a competere con la più piccola delle regioni cinesi? O ci rendiamo conto che il mondo è cambiato sotto i nostri piedi e che il mondo nel quale viviamo non è più il mondo della mia giovinezza, il mondo che io ho conosciuto, che il lavoro non sarà più il lavoro delle grandi fabbriche, sarà un altro lavoro, solo con questa consapevolezza riuscirò a vivere, a vincere, a mantenere un certo livello di vita, di tutele, di garanzie, solo se saremo e se lotteremo come loro. Che  l’insegnamento di questa nostra gente che ha scelto di morire piuttosto di piegarsi sia sempre con noi. Grazie.

Eliana Cattane, mi chiamo Marianino Maria di Manduria, ho trovato per caso il sito da lei creato per aiutare coloro che da anni sono in cerca dei loro cari morti durante l’ultima guerra. Grazie a lei ho scoperto dov’è sepolto mio zio Francesco e la prossima estate sicuramente mi recherò a Berlino per cercare la tomba. Dopo tanti anni finalmente abbiamo notizie. Marianino Maria.

Roberto Tagliani, abbiamo sentito storie, abbiamo guardato negli occhi lo zio di Roberto, il padre di Savino, lo zio della signora; tante storie, tante vicende nel rito dello sguardo, degli occhi, del volto. Parole che sono tornate tante volte nelle parole che abbiamo ascoltato, dal filmato e dai nostri ospiti. Nell’home page di presentazione nel sito «Dimenticati di Stato», come exergo c’è una frase che credo sia di Roberto, e che dice “Gli elenchi sono un bene assoluto, perché dietro ogni nome c’è un volto e dietro a ogni volto c’è una storia”. E allora in questo giorno della memoria, io posso vedere, da qui, i vostri volti: non c’è nessuno che è stanco di stare qui, non c’è nessuno che è affaticato, annoiato, infastidito da questa manifestazione, da questa cerimonia. Forse perché non è stata retorica e perché l’abbiamo vissuta proprio come un incontro di volti: di volti di oggi e di volti di ieri. Ma non deve essere solo il Giorno della memoria che ci ricorda – ce lo ha detto con parole molto chiare anche Savino – chi soffre, chi è in difficoltà, chi ha uno sguardo rivolto verso di noi e chiede aiuto. Non dimentichiamoci mai che il giorno della memoria non è un evento che accade volta all’anno: la memoria è ciò con cui siamo fatti. Non lasciamo i nomi di queste persone morte scritti sui monumenti, che hanno bisogno della manutenzione, ogni tanto devono essere ritoccati e riscritti, si perdono davanti a chi passa: facciamo diventare quei monumenti il nutrimento della nostra vita. Buon cammino a tutti.

La Musicista Elena Quaglia con grande maestria, all’inizio dei lavori e tra un intervento e l’altro ha eseguito brani musicali in tema con gli argomenti trattati. Graditi ed applauditi dai presenti in sala.

 

Breno 30 Gennaio 2016

Registrazione e trascrizione a cura di Luigi Mastaglia