Questi sono giorni di riflessione sul significato di questo nostro “pellegrinaggio” che ogni anno facciamo, quasi per “ricaricare le batterie” della nostra coscienza civile e riprendere lo slancio delle attività associative. E quasi naturalmente tornano alla mente alcune parole che Don Riccardo Vecchia  ripeteva nella sua cucina di Molinetto, seduto sulla poltrona dalla quale ormai non riusciva più ad alzarsi da solo, quasi 10 anni fa. Poche settimane dopo la morte di Ermes Gatti, ripeteva quasi ossessivamente: “Non dimenticatevi delle Fiamme Verdi!“  È una frase che ha ripetuto tante volte, a tutti quelli che aveva chiamato a rimetter mano all’associazione dopo la scomparsa del presidente.

Quando ascoltavamo quelle parole, fieri del ricordo dei nostri partigiani, pensavamo che don Riccardo volesse soprattutto che non si disperdesse la memoria dell’autenticità di quel momento storico, vissuto dai partigiani autonomi di ispirazione cattolica.

Ma, guardandole con gli occhi di oggi e meditandole con la mente di oggi, quelle parole forse volevano dire qualcosa di più. Volevano dire a noi e a tutti di non perdere il metro di giudizio “generoso e severo”, per usare le parole di Teresio Olivelli, con il quale misurare la coscienza della nostra società.

Quello che sta succedendo in queste settimane, in questi giorni, l’odio, il rigurgito di slogan e di parole d’ordine, ma soprattutto il riemergere e l’espandersi di modi di pensare lo “stare insieme in una società” che, consapevolmente o inconsapevolmente, si ispirano a quelli del fascismo, ci fa pensare che Don Riccardo ci ammonisse a continuare la lotta che più di settant’anni fa i nostri partigiani avevano combattuto, e vinto. Una lotta contro il fascismo, che, come vediamo, è sempre pronto a risorgere e a riemergere dell’egoismo delle persone e della società. “Non dimenticarsi delle Fiamme Verdi” significa non dimenticarsi che spetta a noi occuparci delle ingiustizie, della sopraffazione, della violenza, dell’egoismo becero e villano, del “me ne frego” usato come chiave di lettura dei problemi complessi del mondo di oggi. Spetta a noi combatterle e proporre valori diversi, giusti e benedetti col sangue dei martiri. 

Ecco perché andiamo in Mortirolo: andiamo ad ascoltare le voci di chi, prima di noi, ha sentito come un suo dovere morale combattere contro questo pensiero, questa azione, questo modo di intendere la società.

Sta a noi, alla nostra coscienza e al nostro impegno proseguire quella lotta.

Buon Mortirolo a tutti.