Emiliano Rinaldini, maestro e “ribelle per amore”, ricordato nel 75° anniversario della barbara uccisione.

Dopo 75 anni, quale traccia resta della Resistenza e delle persone che nel Bresciano vissero, e morirono, per gli ideali della lotta partigiana?

Per iniziativa della parrocchia di Sant’Antonio Abate in Belprato, del Centro studi “la Brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi e la Resistenza Bresciana”, delle Fiamme Verdi Provinciali, del Museo della Resistenza di Pertica Bassa, a Belprato, nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate, domenica 16 febbraio 2020, si è svolta la commemorazione del partigiano Emiliano Rinaldini, maestro e “ribelle per amore”.

Il programma si è articolato tre momenti:

Il suffragio:

ore 9.30: S. Messa, celebrata da don Raffaele Maiolini, Parroco;

La commemorazione:

ore 10.30 :

  • Il ricordo delle Fiamme Verdi
  • Il profilo storico, letture a cura di Daria Gabusi e Margherita Mensi
  • Il sacrificio dell’eroe, racconto di Giuseppe Biati

L’omaggio:

ore 11.30: visita al cippo, presso la chiesa di S. Bernardo.

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Il 10 febbraio del 1945, veniva barbaramente trucidato, nei cruenti fatti della lotta di Liberazione dal nazi-fascismo, il partigiano-maestro, Emiliano Rinaldini, detto “Emi”, luminosa figura di “ribelle per amore”.

Veniva ucciso dai repubblichini, dopo una avventurosa cattura e in seguito al suo pervicace silenzio nella richiesta di delazione.

Aveva 23 anni!

Suo il diario: “Il sigillo del sangue”.

Ma chi era Emiliano Rinaldini?

Il deportato nei lager di sterminio tedeschi, Lino Monchieri, da Rinaldini definito “l’amico più caro”, commemorando proprio in Belprato (in occasione del 50° anniversario, il 2 luglio 1995) la figura del partigiano, “ribelle per amore”, ne tratteggiava così le radici valoriali.

“Nato a Brescia il 19 Gennaio 1922, studente all’Istituto Magistrale “Gambara”; assiduo della Casa della Pace, ebbe un’educazione privilegiata da una famiglia autenticamente cristiana, salda nella fede.

La sua vocazione alla scuola maturò con gli esempi che gli venivano dai genitori, dai maestri, dall’oratorio filippino.

La sua coscienza antitotalitaria si consolidò vivendo accanto al padre antifascista e al fratello maggiore che un giorno gli diede da leggere l’enciclica di Pio XI “Non possumus” sull’educazione della gioventù e di aperta denuncia dei metodi sopraffattori del regime fascista.

E fu ancora il padre ad avviare Emi, con un primo serio discorso, verso un giudizio morale di condanna della tirannia littoria.

Le letture, suggerite e consigliate dai padri della Pace, specialmente dal suo direttore spirituale P. Carlo Manziana, fecero il resto.

Scelto da Vittorino Chizzolini – eminente figura di apostolo e di studioso dei problemi dell’educazione e della scuola – come collaboratore di redazione della rivista “Scuola Italiana Moderna”, Emi perfezionò la sua preparazione e affinò la sua sensibilità, prima in seno al “Gruppo Pedagogico” dell’Editrice “La Scuola”, poi nei convegni di studio promossi dal “Paedagogium”, un Istituto sorto in collaborazione tra l’Università Cattolica di Milano e il Gruppo di S. I. M.

Insegnò, anche, come supplente, nelle scuole elementari “Papa” della Mandolossa e “Tito Speri” di Corso Magenta in città. (…)

Quando la storia d’Italia voltò pagina e la Resistenza segnò il momento del riscatto, Emiliano Rinaldini non si sottrasse all’impegno, cui veniva chiamato da una coscienza limpida e dritta, sotto il segno delle coraggiose innovazioni che dovevano portare al ritorno delle libertà democratiche e alla Costituzione repubblicana.

Il 13 Febbraio, a Belprato, si svolsero i funerali di Emi. Fu un accorrere di valligiani che volevano vedere per l’ultima volta il volto del maestra-partigiano “che – come scriverà il suo biografo Antonio Fappani – aveva incoronato il sorriso del fanciullo con l’aureola del martire”.

Una mano ignota volle fermare la convinzione comune, con una scritta incisa sul tronco dell’albero presso il quale Emi era caduto, falciato dalla raffica omicida e fratricida. “Qui uccisero un angelo della terra”.

Mai epigrafe più bella fu scritta per la morte di un uomo. (…)

…rileggendolo quando scrive ”Chi è morto rimane tra noi non come ricordo, ma come un fratello, un amico che ad ogni istante c’insegna la via da percorrere” non ci sono dubbi: Emi ci addita la via da seguire. Insieme al bisogno di testimoniare un impegno e rinnovare una promessa.

Infatti, non ha senso commemorare Emiliano Rinaldini se non rinnoviamo l’impegno per l’avvento di una società migliore e la promessa di difendere la libertà contro ogni tentativo di involuzione reazionaria. Mentiremmo a noi stessi se ritenessimo di invocare da Emi uno spirito rinunciatario che ci emargini alla indifferenza e alla periferia del nostro tempo, anziché la forza e il coraggio di respingere ogni ambiguità e ogni ipocrisia, in nome di una fedeltà a tutta prova ai valori e agli ideali (che valgono per quel che costano e non per quel che rendono, come ha dimostrato con il sacrificio supremo della sua stessa vita!) necessari ad un autentico progresso civile ed a un’auspicata promozione morale.

Dalla testimonianza di Emi noi dobbiamo trarre la conferma che soltanto il rispetto della persona e della sua spiritualità suscita la capacità di operare scelte responsabili sia nel campo sociale che in quello politico.

Sul suo alto esempio, soprattutto noi educatori, uomini di scuola e di comunità, dobbiamo imparare a vivere le libertà democratiche come autodisciplina, come regole di vita tollerante e solidale, come concreto amor di prossimo, come ricerca di civile convivenza, come impegno a non crescere indifferenti, disamorati, disimpegnati, disancorati dalla fede nell’uomo e nei valori che lo aiutano a maturare in un contesto di crescita civile e di guadagno spirituale.

Emi è morto per additarci le scelte degne di essere operate: e prima di tutte la scelta che fu di Olivelli e dei “ribelli per amore”: contro il fascismo come scelta di verità e di civiltà. Ai cristiani non è consentito di servire due padroni: l’amor del prossimo e la violenza contro il proprio simile, l’odio e la chiamata a servire gli altri.

Così Emi ci ricorda che non si amano i poveri senza lavorare per il loro riscatto; non si amano i bambini se non si educano alla pace con giustizia, alla libertà nella tolleranza; non si ama la scuola senza lottare perché torni al centro della vita morale e civile…

Nel nome di Emi, qui e dove egli offrì la sua giovinezza perché la patria fosse diversa, in un progetto di pace e di bene, facciamo giuramento che ci batteremo per la libertà chiudendo ai fascismi del nostro tempo ogni strada che non sia quella della concordia e della consapevole certezza innovatrice.

I molti che l’hanno conosciuto si chiedono: se oggi Emi fosse qui, che farebbe? Noi che gli siamo rimasti fedeli, abbiamo il dovere di ricordarlo per quel che era, per la scelta che ha fatto, per la morte che ha incontrato. Con lui, nel buio del tempo, prendemmo solenne impegno di non seguire false piste e falsi profeti.

Saremmo spergiuri se ci attestassimo su comode e codarde posizioni di retroguardia e di disimpegno di fronte al pericolo di una rifascistizzazione strisciante.

L’esempio di Emi ci propone non attendismi, risparmi d’energia, ambigue prudenze; al contrario ci stimola alla generosità, alla dedizione, al sacrificio.

Lo squallido spettacolo dei moderni trionfalismi, figli degeneri dell’era pubblicitaria e del nefasto consumismo, non deve infiacchire la nostra volontà di resistenza, per non incoraggiare – con la nostra impertinente vacanza dello spirito – l’arroganza e la prepotenza dei nuovi idoli dalle false promesse e dalle accertate inconsistenze morali; gli stessi che hanno immolato Emiliano Rinaldini e insanguinato le piazze d’Italia…

Oggi non è più tempo di catacomba, ma di azione manifesta: Emi ci precede, ci aiuta a non cedere, a vigilare con spirito pronto.

In questo luogo, bagnato dal sangue d’un giovane “giusto e pio”, vogliamo riscattare, nel nome del popolo bresciano – fedele alla fede e alla giustizia –   la nostra meschinità e la nostra accidia, per rinnovare con intrepida fede la nostra “ribellione per amore”, ripetendo con Lui e con quanti lo hanno amato, le parole consacrate dalla storia: “Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti e se cadremo fa’ che il nostro sangue si unisca a quello dei nostri morti per crescere al mondo giustizia e carità”.

Il discorso di Lino Monchieri è oggi ancora attualissimo.

Celebrare questo 75° significa, per noi del Centro Studi, incentivare ad una proficua riflessione su violenti ed inenarrabili fatti che sembrano lontani nel tempo, ma che hanno sfaccettature drammatiche nella quotidianità spesso intessuta ancora e purtroppo di rigurgiti fascisti, di proclami di intolleranza, di contrapposizioni acerbe e improntate all’odio e alla discriminazione.

Non basta condannare, è necessario agire nella linea di una Costituzione italiana da attuare e vivificare, Costituzione nata dalla lotta resistenziale di “uomini liberi e forti”.

Nel gelido febbraio di 75 anni fa, a due passi dalla chiesetta di S. Bernardo, Emi veniva fucilato all’alba della Liberazione da altri italiani.

Basterebbe ricordarsene, sempre.

(a cura del Centro Studi “la Brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi e la Resistenza Bresciana”)