passarellaLa tragica vicenda che ha posto fine alla vita del giovane partigiano Franco Passarella (1925-1944) ha fatto – e fa tutt’oggi – discutere studiosi, storici, appassionati, giornalisti.
Con la collaborazione del prof. Rolando Anni, dell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’età contemporanea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, abbiamo ricostruito con chiarezza le drammatiche peripezie che hanno condotto alla morte di Franco.
Le pubblichiamo qui, senza alcun intento polemico, in ossequio alla memoria del giovane e nel rispetto dei fatti storici, consapevoli e convinti come siamo che ogni ricerca storica e ogni indagine biografica debba sempre, necessariamente e imprescindibilmente, essere accompagnata da una scrupolosa e onesta verifica documentaria di fonti, testimonianze e bibliografia scientifica, per evitare di trasformare opinioni in fatti e pareri personali in giudizi storici.

 Associazione “Fiamme Verdi”, Brescia
3 settembre 2017

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La vicenda di Franco Passarella in un recente volume

di Rolando Anni

Nato a Venezia il 25 ottobre 1925, Franco Passarella si trasferì con la famiglia a Brescia, dove frequentò l’ambiente della Casa della Pace. Ben presto entrò in contatto con alcuni degli iniziatori della Resistenza bresciana, tra cui Astolfo Lunardi e Ermanno Margheriti. Il padre, Ottorino, fu un componente del CLN bresciano in rappresentanza del Partito d’Azione.
Come altri giovani si impegnò nella distribuzione della stampa clandestina e in alcuni ingenui tentativi di boicottaggio, come tagliare le gomme degli automezzi militari.
Dopo avere trascorso un breve periodo a Venezia, ritornò a Brescia e il 19 giugno 1944 abbandonò la città per recarsi sui monti tra la Bassa Valle Camonica e la Valle Trompia insieme a un gruppo di giovani renitenti che intendevano collegarsi con le formazioni garibaldine. Nelle vicinanze del monte Muffetto, il 24 giugno, sorpreso da un rastrellamento, il gruppetto si disperse.
Trovatosi solo, Passarella vagò tra Fraine e Vissone. Sfinito, affamato e disarmato il 25 giugno incontrò dei partigiani, o sedicenti tali, che l’uccisero.
Sulla vicenda col trascorrere del tempo, nacquero voci e racconti che non favorirono il tentativo di fare luce su di essa.
Poco attendibile, ad esempio, la versione contenuta in un promemoria non firmato del 20 ottobre 1946 (Fondo Morelli, b. 65). In esso uno sconosciuto sacerdote scrive che un montanaro, in punto di morte, gli confessò di essere stato obbligato a fare da guida ad un reparto fascista durante un rastrellamento tra il 25 e il 30 giugno 1944. I fascisti raggiunsero uno dei partigiani. «Il giovane fatto prigioniero non voleva parlare, ma fu trovato in possesso di un documento militare da cui risultò chiamarsi Franco […] il giovane prigioniero portava calzoni grigioverdi e un camiciotto kaki; era molto alto e biondo, parlava italiano e non dialetto. Fu subito fucilato». Il montanaro fu poi costretto a seppellire il corpo.
Il luogo di sepoltura di Passarella venne ritrovato solo nell’aprile del 1946 da p. Luigi Rinaldini, che, dopo avere convocato la sorella per il riconoscimento, provvide alla sua sepoltura nel cimitero di Vissone. La salma fu più tardi traslata a Brescia per i funerali, celebrati da padre Carlo Manziana il 20 dicembre 1946.

Questo, in estrema sintesi, quanto è stato scritto finora. Nella primavera di quest’anno  è uscito un libro, Il partigiano Franco, ribelle per amore, Torino, Robin editore, 2017, di Anna Maria Catano, sul quale ritengo necessarie alcune precisazioni, sine ira ac studio e senza inutili polemiche. Per chiarezza procedo per punti e indico, dove riporto dei documenti, la loro posizione nell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea.

1. Non ho elementi né per confermare né per negare il fatto che Franco Passerella sia stato ucciso dalle persone indicate con nome e cognome nel libro, sulla base di testimonianze orali raccolte tra il 2012 e il 2013. Può darsi che il giovane Franco sia stato ucciso da quelli o da altri uomini per avidità, per una violenza divenuta quasi abitudine di vita durante una guerra come quella partigiana spesso estremamente feroce, o per altri motivi che non so precisare.
Posso solo affermare che i nomi degli individui indicati come gli assassini di Passerella non risultano in alcun elenco delle formazioni Fiamme Verdi stilati in quei mesi del 1944 e negli elenchi compilati nell’immediato dopoguerra e conservati nell’Archivio.

2. Notizie sulla scomparsa di Passarella vennero richieste dai suoi familiari a Romolo Ragnoli, che il 14 luglio1944 chiese, a sua volta, ai gruppi delle Fiamme Verdi della Bassa Valle Camonica di avviare delle ricerche sul giovane «di nascita veneziano, alto m 1,87, biondo, occhi celesti, aggregato al gruppo di Marcheno della brigata Garibaldi» che «fu preso in un’imboscata a Pian d’Artogne il 24 giugno. Dopo di allora non si ebbero notizie: non risulta né tra i quattro morti, né tra i 17 prigionieri né tra i feriti in mano tedesca» (Fondo Morelli, b. 65).

3. Nel volume vengono mosse delle ingiustificabili accuse a Romolo Ragnoli non solo di avere nascosto quanto sapeva sulla sorte di Passarella, ma di avere emanato un “ordine del silenzio” sulla vicenda (p. 140 del volume).
Accuse sostenute sulla base di un solo documento, datato 1° agosto 1944, firmato da Romolo Ragnoli, comandante delle Fiamme Verdi, che parlava di un partigiano ucciso (Diari Comensoli, vol. III, p. 107). A chi si riferiva Ragnoli?
In esso informa Silvio (Giulio Mazzon) di uno scontro armato tra gruppi partigiani che non si erano riconosciuti e che aveva causato la morte di un giovane.
Dunque il documento riferisce un episodio avvenuto il 28 luglio, oltre un mese dopo la uccisione di Passarella, e in un luogo, la valle dell’Orso, a circa due ore e mezza di cammino da Solato, località in cui questi era stato ucciso. Quella persona non era Passarella.
Il fatto che questo documento sia stato considerato, anche da me, riferito a Passarella è dovuto alla sua catalogazione nello schedario dell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea con il nome del giovane veneziano.
Un errore che, tuttavia, avevo chiarito in un articolo pubblicato sull’inserto bresciano del “Corriere della sera” il 4 settembre del 2013, e riconfermato in un successivo intervento sullo stesso giornale sempre nel settembre 2013.

4.  La vicenda raccontata nel documento è complessa, ma non oscura.
Il 27 luglio era avvenuto lo scontro armato tra partigiani di cui si è detto. Il 29 luglio Lionello Levi Sandri informò Romolo Ragnoli di quanto era successo nei giorni precedenti con il seguente biglietto: «purtroppo in v. dell’Orso è successo un equivoco. La nostra squadra [C 4] si è scontrata con quella del Guglielmo, venuta nella zona per prendere il collegamento. Nello scontro uno di quelli del Guglielmo è rimasto ferito e, cadendo sopra un masso, si è ucciso. La colpa è stata proprio loro che alla intimazione di resa, hanno cercato di scappare e non si sono fatti riconoscere» (diari Comensoli, vol. III, p.  91).
Ragnoli il 1° agosto (questo è il biglietto citato dalla dottoressa Catano) scrive a Silvio, riprendendo alla lettera quanto gli era stato comunicato da Levi Sandri, informandolo di quanto era successo: «Effettivamente è avvenuto quanto prevedevo. I nostri di C 4 credendoli della Muti hanno loro intimato la resa, questi non hanno voluto saperne ed allora è iniziata la sparatoria, durante la quale uno dei loro è stato accidentalmente ucciso. Si sono poi chiarite le cose».

5. Errori si possono commettere, nessuno infatti può essere considerato depositario della verità. Bastava, tuttavia, che la dottoressa Catano fosse venuta nell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea e le sarebbe stato messo a disposizione, come ad ogni studente e studioso, tutta la documentazione e avrebbe evitato prima un grave errore storiografico e poi le altrettanto gravi accuse all’Associazione Fiamme Verdi in generale, e a Ragnoli in particolare, di avere volutamente tenuta nascosta la sorte di Franco Passarella per oltre 70 anni.