Scoutismo e (è) resistenza – 25 Aprile degli scout a Salò

Il 25 aprile scorso gli scout Salodiani sono stati invitati a fare un discorso durante la manifestazione in ricorrenza della festa di Liberazione. In molti si sono domandati il nesso. E gli scout, come loro solito, hanno raccontato loro una storia legata indissolubilmente alla legge scout.

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Tutto ebbe inizio il 9 gennaio 1927 con una delle “leggi fascistissime”, la n. 5 che decreta lo scioglimento dei reparti scout nei centri inferiori a ventimila abitanti. Il 24 gennaio Pio XI scioglie egli stesso i reparti Asci (Associazione scout cattolici italiani) citando re Davide: «Se dobbiamo morire sia per mano vostra, o Signore, piuttosto che per mano degli uomini». Il 28 aprile 1928 un decreto di Mussolini dichiara «soppresso» lo scoutismo.

 Art. 4 Sono fratelli di ogni altra guida e scout

Se la sera del 22 aprile 1928 foste entrati nel Duomo di Milano, avreste visto l’altare illuminato circondato da ragazzi in lacrime vestiti da scout che cantavano sommessamente, deponendo uno dopo l’altro bastoni e bandiere ai piedi dell’altare: quella sera si scioglieva ufficialmente l’ASCI, l’ultima associazione scout italiana, ed i rappresentanti di tutti i gruppi di Milano consegnavano simbolicamente il loro simbolo, la Fiamma. Ma ad un certo punto qualcuno si accorse che un gruppo mancava all’appello: il Milano 2.

 Art. 7 Sanno obbedire.

Nello stesso momento in San Sepolcro – giusto di fronte alla Casa del Fascio – veniva pronunciata la prima promessa clandestina. Fu il primo atto di disobbedienza : gli scout del Milano 2 avevano deciso di resistere “un giorno in più del fascismo”, dando vita così alle Aquile Randagie.

Art. 8  Sorridono e cantano anche nelle difficoltà

Ma chi erano le «Aquile randagie»? Si facevano chiamare Baden, Kelly, Cicca, Sionne, Bufalo, Lupo grigio, Aquila rossa, Dakar, Buck, Leprotto e questi erano alcuni dei loro nomi… i primi. Non avevano legami con la politica, seguivano i propri capi e i propri sacerdoti. Cattolicesimo democratico che era non tanto di opposizione quanto di alterità dal regime: per loro non c’era nulla da spartire col fascismo. Così decisero di continuare a fare gli scout in barba alla legge che lo proibiva». Un serissimo “grande gioco” fatto di riunioni segrete, bigliettini lasciati nei nascondigli, messaggi cifrati, abiti abbondanti per coprire le divise e poter così partecipare alle uscite fuori Milano, in particolare in Val Codera, ribattezzata dalle Aquile: “Paradiso perduto”.

Art. 2 Sono leali

Il movimento scout clandestino aveva un duplice scopo: mantenere l’idea di personalità, di libertà, di autonomia, di fraternità e preparare i quadri per il momento della ricostruzione, avere una forza propria di resistenza ideologica per impedire ai giovani di accettare una sola visuale della vita, della storia, della politica.

Racconta Don Andrea Ghetti detto Baden: « Quando venne il triste momento dello scioglimento, ci siamo detti che tutto il bene da noi ricevuto non doveva essere negato agli altri e che il metodo scout doveva essere salvato. Nostro scopo fu di conservare lo spirito e il metodo con l’attiva applicazione onde nulla fosse dimenticato e per trovarci tutti allenati e pronti per il momento nel quale avremmo potuto riprendere la nostra attività».

Art. 1 Pongono il loro onore nel meritare fiducia

È lo spirito del motto scout Estote parati, («Siate pronti»), che fu anche il nome della rivista di collegamento tra le Aquile. Storia di arresti, agguati e anche di caduti. «Baden» ricercato e «Kelly» pestato a sangue. Ma senza mai arretrare.

Art.10 Sono puri di pensieri parole e azioni.

Nel 1943 con la firma dell’armistizio le Aquile Randagie decidono di entrare tra le fila dei partigiani ma sempre seguendo i principi scout; viene quindi organizzata una resistenza  disarmata e non violenta: “noi non spariamo, non uccidiamo, noi serviamo”.

Art.3 Si rendono utili e aiutano gli altri

Così dopo l’8 settembre 1943 è quasi naturale la partecipazione a Oscar (Opera scoutistica cattolica aiuto ricercati)

Racconta ancora “Baden“:« In una prima fase ci siamo preoccupati di salvare militari italiani che non volevano aderire alla Repubblica di Salò e militari inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento. In una seconda fase ci siamo preoccupati di salvare ebrei ricercati solo perché ebrei. Salvare comprendeva il procurare loro documenti falsi e aiutare la loro fuga in territorio svizzero attraverso la nostra cara e amatissima Val Codera » trasformatasi da paradiso perduto a “Paradiso ritrovato”.

Con la caduta del regime ed il ritorno alla democrazia è successo quello che ci si aspettava. Gli scout sono stati pronti a ricominciare. Spesso non da soli, ma di concerto con tutte quelle associazioni e formazioni che sono state protagoniste durate la resistenza.

 

Scoutismo è perseveranza

Non volevamo che la presenza degli scout alla manifestazione fosse un evento isolato e fine a se stesso, quindi abbiamo voluto proseguire ed approfondire il significato di resistenza organizzando una attività di 3 giorni rivolta a ragazze e ragazzi di 12/16 anni.

Durante le giornate del 29-30 aprile e 1 maggio un gruppo di scout provenienti da Salò, Montichiari e Rezzato hanno fatto un’esperienza sulle tracce delle fiamme verdi. Lungo il sentiero della 7ma brigata Matteotti a Provaglio Valsabbia le ragazze ed i ragazzi scout hanno provato a sperimentare, seppur in maniera fantastica, come vivevano i partigiani durante il periodo dell’occupazione. Rifugi di fortuna, mimetismo, orientamento, comunicazione e condivisione sono state le esperienze che hanno vissuto con il sole, la pioggia ed il freddo.

Questa avventura è iniziata alla Pieve di Provaglio quando un gruppo di Fascisti ha preteso che consegnassimo loro i nostri fazzolettini. Alcuni hanno ceduto ma, con l’aiuto di tutti, li abbiamo cacciati riprendendoci la nostra identità di scout. Durante la prima sera tutti attorno al fuoco sono venuti a trovarci Pietro e Daniele (del gruppo Fiamme Verdi di Brescia) che ci hanno raccontato i fatti accaduti durante il periodo fascista, racconti di ragazzi e ragazze poco più grandi di noi che hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

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Il secondo giorno è stato il fulcro dell’avventura. Zaino in spalle e via! Direzione Arveaco in località Prà de la Ruca dove abbiamo costruito ripari di emergenza, cucinato alla trapeur e dopo una notte molto rigida la mattina del primo maggio abbiamo raggiunto il monte Besume e sconfitto definitivamente la minaccia fascista.

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..Ma ad un certo punto qualcuno si accorse che un gruppo mancava all’appello: il Milano 2.

Nello stesso momento in San Sepolcro – giusto di fronte alla Casa del Fascio – veniva pronunciata la prima promessa clandestina, primo atto di disobbedienza : gli scout del Milano 2 avevano deciso di resistere “un giorno in più del fascismo”, dando vita così alle Aquile Randagie.

Il valore più significativo di questo gesto sta nel fatto che furono dei ragazzi a dire NO al fascismo, e mentre tutti si piegavano durante gli interrogatori alle sedi fasciste e alla Questura, il loro No rimaneva intatto.

La nostra legge dice: “Sanno obbedire”… e non “Obbediscono”.

La differenza fondamentale sta nel discernere con coscienza quando un ordine è giusto e quando è sbagliato.

Saper obbedire è contrario alla resistenza o né intimamente correlato?

COSA VUOL DIRE RESISTERE OGGI?

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25 Aprile 2017 – Immagini delle manifestazioni a Brescia e in Provincia

Clicca sul link per vedere i servizi di Teletutto sul 25 Aprile al Vantiniano e sul 25 Aprile in Piazza della Loggia.

Vedi anche la sintesi del Giornale di Brescia,  di Bresciaoggi e del Corriere della Sera sulla manifestazione.

25 Aprile 2017 – Intervento di Michele Porretti (FFVV) a Concesio

Retali e Porretti, Concesio

Il sindaco Retali e Michele Porretti a Concesio

Dovremmo essere ormai abituati, dopo tutti questi anni, dopo le centinaia di celebrazioni che sono state organizzate, dopo tutti i discorsi, a vivere quasi in modo distaccato giornate di ricordo come queste.

Eppure, ci sono sempre alcuni momenti, in appuntamenti come quello del 25 aprile, che inevitabilmente ci toccano un po’ più in profondità. E sentire, ogni volta come fosse la prima, la bella, splendida preghiera del Ribelle, e ascoltare la frase “di noi, Ribelli per amore”, in tutti noi lascia sempre un qualcosa in più, un momento di forte commozione ed empatia.

E credo che questo avvenga perché il 25 aprile, al di là dei doverosi momenti di ricordo, di memoria, ci parli sempre un po’ di noi. Di noi come paesi che quegli anni li hanno vissuti da vicino, di noi come Comunità di persone che vivono e condividono gioie e dolori, di noi come famiglie e come esseri umani. E ci metta , quindi, anche davanti alla nostra responsabilità. Ricordare persone che hanno rappresentato così tanto per la nascita e per la vita democratica del nostro Paese, ci ricorda che anche noi siamo sempre, sempre chiamati a dare il nostro contributo.

Oggi, forse, il concetto di responsabilità si è un po’ perso: in ogni ambito, da quello personale, a quello sociale e politico, sembra che ci sia una gara a fuggire dalle proprie responsabilità, a dire “è colpa del capo, sono i politici che rubano, io sarei anche una persona perfetta, ma sono LORO che distruggono tutto”.

Continuiamo a sentire questa parola LORO, sono loro, i politici, gli immigrati, LORO. Ed invece usiamo sempre l’IO quando si tratta di dover rivendicare i diritti: IO ho il diritto di fare, IO ho il diritto di avere, IO ho il diritto di decidere. Ecco, la responsabilità è anche questo: conoscere alla perfezione i nostri diritti, che sono fondamentali, ma senza dimenticare che senza doveri, senza senso di responsabilità non esiste la democrazia e soprattutto non esiste e mai esisterà alcuna forma di libertà.

Lo sappiamo: noi oggi ricordiamo. Ricordiamo un periodo drammatico eppure fondamentale, decisivo per la nostra storia. Ricordiamo magari dei nostri parenti che sono caduti, ricordiamo delle persone normali, come si dice sempre in questi casi ed è la verità, persone “straordinariamente normali”. E ricordiamo proprio dicendoci quanto fossero normali, quanto fossero simili a noi.

Ma ricordiamo anche quanto quella scelta sia stata coraggiosa, quanto hanno dovuto mettere in gioco di se stessi. Eppure, chi di noi ha letto ad esempio le lettere che i partigiani condannati a morte scrivevano dal carcere, avrà notato quanta naturalezza ci fosse in quelle parole, quanto quella fosse per loro la sola e unica scelta possibile, quanto la loro coscienza fosse serena. Ed allora noi oggi ricordiamo anche, come ogni anno, ringraziando. E’ un grazie doveroso, non retorico, un grazie che ci viene dal cuore. Un grazie per quegli uomini e per quelle donne che non solo ci permettono nel 2017 di vivere in libertà, in prosperità, e con lo sguardo rivolto verso il domani, ma che ci hanno anche lasciato un esempio.

Un esempio che non dobbiamo richiamare solo di fronte ai grandi temi come la guerra, la democrazia, la libertà, ma un esempio che noi abbiamo il dovere di seguire anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni, quando ci troviamo di fronte a scelte che definiscono le persone che vogliamo essere, quando dobbiamo scegliere se essere delle persone che alla nostra società vogliono dare qualcosa di noi stessi.

Ed è anche un esempio che, però, non può e non deve essere mai usato per dividere le nostre comunità: la Resistenza non è proprietà di nessuno, perché quelle battaglie, quelle persone, sono patrimonio di tutti e sono parte di noi stessi. Perché finché qualcuno dirà “io sono più partigiano di te, il testimone della Resistenza è mio”, vuol dire che quell’impegno, quei sacrifici saranno serviti solo a metà.

E questo richiamo all’esempio ci deve servire, perché, forse, il solo “grazie” oggi non basta. Non basta perché vediamo, ma soprattutto perché sentiamo le difficoltà che si vivono nel mondo ed anche vicino a noi. Non basta perché non possiamo abdicare alle nostre responsabilità. Perché più ci guardiamo intorno e più sentiamo questo vento freddo che soffia, questo vento figlio della paura per il domani, e perché vediamo che tanti, troppi, sono pronti a sfruttare questa paura, troppi credono che erigere muri, rispondere con la forza, sia la risposta.

E la nostra responsabilità, oggi ancora più di ieri, è quella di tenere alti i valori della Resistenza e dei Ribelli per amore: la giustizia sociale, la democrazia e la pace.

Buon 25 aprile!

25 Aprile 2017 – intervento di Roberto Bondio (FFVV) ad Acquafredda

Care cittadine, cari cittadini, cari partigiani e cari antifascisti tutti.

Roberto Bondio ad Acquafredda

Roberto Bondio ad Acquafredda

Un ringraziamento sincero va al Sindaco per l’invito a questa celebrazione nella speranza di essere all’altezza in questo difficile compito e dovere del ricordo. Un ricordo non inteso come pura e semplice celebrazione, eseguita da una serie di liturgie da dover ripete meccanicamente in alcuni periodi dell’anno, ma inteso come il riportare alla mente e al cuore un’emozione che si connetta e si leghi indissolubilmente a quella delle ragazze e dei ragazzi che 72 anni fa liberarono la nostra Italia dall’oppressione e dalla violenza nazifascista.

Grazie a tutti voi. La vostra presenza è davvero un grande piacere e soprattutto un segnale importante di attenzione e impegno civile. È un’assunzione personale di responsabilità. È la dimostrazione vivente di quanto i cittadini sentano ancora il bisogno di incontrarsi, di condividere una strada, di cercare uno spazio di unità malgrado i venti, generati dalla crisi economico-sociale più grave dal dopoguerra, soffino verso la direzione dell’isolamento sociale e dell’egoismo.

«Convivere per vivere» fu uno dei principali motti dei “ribelli per amore” che alla prepotenza e alla forza seppero contrapporre la solidarietà e il rispetto.

Proprio nella parola “unità” risiede una delle chiavi di lettura della Liberazione poiché il 25 aprile non è la festa di qualcuno, maggioranza o minoranza che sia, ma deve essere patrimonio di tutte le italiane e gli italiani che si riconoscono nei principi democratici.

Uniti nell’impegno a costruire e conservare insieme un patrimonio di valori civili e politici in cui riconoscerci e che costituiscano la base della nostra vita sociale.

Uniti nella difesa e nella cura delle tanto bistrattate istituzioni democratiche che restano il vero baluardo della nostra convivenza civile e pacifica.

Uniti nel mettere al centro dell’azione politica la persona umana, la sua dignità e suo pieno sviluppo.

Come scrisse Laura Bianchini, di cui dopo vi parlerò brevemente, «la persona umana è il fine a cui l’ordine sociale, e potremo dire allo stesso modo l’ordine politico, l’ordine giuridico, è subordinata.

La società è al servizio della persona umana, alla quale deve offrire le condizioni che le permettono di perfezionarsi, di svolgersi secondo i doni, le tendenze, le capacità di cui è stata dotata.

Non è la persona umana al servizio della società, perché ciò negherebbe la sua dignità, condannandola a vivere da minorenne, da schiava, da “cosa”».

In perfetta coerenza con quanto poi sarà scritto nell’art. 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

In queste parole si può leggere il rovesciamento del paradigma ideologico fascista che poneva l’uomo come semplice strumento/meccanismo dello Stato. Una persona umana aliena da diritti e pertanto schiava, trattata da “cosa”.

Il brano che vi ho letto è tratto dalle pagine del giornale clandestino “il ribelle”.

La Bianchini è stata una delle figure più straordinarie legate a questo giornale. Uno degli esempi più alti che la resistenza bresciana ci ha donato.

Antifascista coraggiosa, coordinatrice della stampa de “il ribelle” e unica madre costituente bresciana, deputata DC per una legislatura e insegnante per una vita.

Il valore del suo esempio va al di là di qualsiasi retorica e ci permette di rendere vivi quegli ideali che rimangono troppo spesso astratti e sfuggenti.

Inoltre fermarsi a rileggere e riflettere su queste pagine, tanto drammatiche quanto intrise di altissima tensione etica e morale, ci permette di rivedere sotto una nuova luce anche i fenomeni del mondo contemporaneo. Se tante ragazze e ragazzi sono riusciti a superare quelle sfide imposte dall’oppressione e dalla mancanza di libertà noi che agiamo all’interno di un contesto democratico, seppur migliorabile e bisognoso di nuove innovazioni, abbiamo il dovere di non rassegnarci al cinismo, di ribellarci all’indifferenza. Abbiamo il dovere di lottare affinché nessun uomo e nessuna donna si senta escluso, affinché sia realizzata «la libertà per tutti sotto la tutela di giuste leggi», affinché le Istituzioni europee, che hanno senza dubbio contribuito all’avanzamento della pace e del benessere nel nostro continente, vivano un nuovo e rinnovato rilancio politico e democratico.

Ne va del nostro futuro e soprattutto del futuro di chi verrà dopo di noi!

Insomma la sfida da giocare in quest’epoca è una sfida nella quale vogliamo contrapporre il coraggio alla paura, la fiducia al sospetto, la partecipazione alla passività. Non è una presa di posizione contro questo o quel governo, questo o quel partito. È qualcosa di più grande! Una rivolta morale, una ribellione etica. Come diceva un grande prete antifascista è tempo di attrezzarci «per metterci all’opposizione, ma non all’opposizione degli altri, all’opposizione di noi stessi: delle nostre grettezze, dei nostri egoismi, se necessario anche delle nostre ambizioni».

E nel fare ciò ci siano di monito le parole di Giuseppe Mazzini: «Più della servitù temo la liberà portata in dono».

Perché queste celebrazioni avranno un senso solo se avranno seguito nel nostro impegno quotidiano poiché la democrazia è difficile e ostinata e al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. È un patrimonio che ci è stato consegnato e che dobbiamo essere in grado di trasmettere e rielaborare in continuazione.

«La nostra storia ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente concimati, attraverso la responsabilità di tutto un popolo. Dovremmo riflettere sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni, non è solo progresso economico. È giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. È tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. È pace».

È con queste parole di un’altra grande ribelle scomparsa pochi mesi fa, Tina Anselmi, che voglio farvi arrivare il mio più caloroso augurio di buon 25 aprile!

Viva la Resistenza, viva la Repubblica, viva l’Italia!

25 Aprile 2017 – intervento di Roberto Tagliani (FFVV) a Gussago

Signor Sindaco,
Signor Sindaco del Consiglio Comunale dei Ragazzi,
Signori Componenti del C.U.P.A.,
Autorità civili, militari e religiose,
Delegati delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma,
Cittadine e Cittadini di Gussago,

vi ringrazio per avermi invitato a pronunciare quest’ora­zione ufficiale per il 72esimo anniversario della Liberazione. Un compito non facile né scontato, in un momento storico difficile e denso di preoccupazioni come quello che stiamo vivendo in questi tempi.

Vorrei esordire con un pensiero positivo: nonostante le difficoltà, le sofferenze e i problemi che affliggono l’Italia e l’Europa, oggi, 25 aprile, è FESTA, festa della Liberazione. Liberazione dalla guerra, dalla dittatura fascista, dalla dominazione nazista, dalla persecuzione politica, dall’op­pressione personale e sociale, dalla miseria, dalla fame.

Una liberazione realizzata grazie al sacrificio di donne e uomini che, nella tragica esperienza del secondo conflitto mondiale, scelsero di stare dalla parte più scomoda, più debole, peggio armata, prendendo la via che presentava gli esiti più pericolosi e incerti. Quelle donne e quegli uomini – male armati, poco equipaggiati, braccati e perseguitati, privi dell’organizzazione militare regolare che i loro avversari possedevano (fatta di caserme, di cannoni, di divise ma anche di pasti caldi, vestiti asciutti e giacigli comodi) – combatterono e morirono per dire “BASTA!”: per porre fine alla tirannide e alla guerra, voluta da un regime autoritario, violento, razzista e liberticida. Compiendo quella scelta, essi erano consapevoli della FATICA ma anche della NECESSITÀ MORALE di schierarsi dalla parte della dignità umana, della libertà coniugata con la giustizia, del primato della persona dell’organizzazio­ne democratica dei rapporti politici e sociali.

Ricordare questo significa, qui a Gussago, pensare ai prigionieri fuggiti dal campo di prigionia di Campiani, accolti e aiutati dagli abitanti di Gussago e di Brione; significa ricordare don Giuseppe Potieri, artefice di quell’assistenza insieme a Mario Rossi, che per questo fu arrestato e fucilato a Verona nel gennaio 1944; significa ricordare Angelo Marone, che offrì la sua cascina del Quarone come rifugio per prigionieri sbandati dopo il rastrellamento di Croce di Marone del novembre 1943, e che per questo fu deportato in Germania, dove morì; significa ricordare Giuseppe Biondi, Beniamino Cavalli e Francesco Di Prizio della 122a brigata Garibaldi, che morirono nello scontro a fuoco in località Camaldoli; significa ricordare Mario Bernardelli e Giuseppe Zatti, fucilati a Sella dell’Oca; significa ricordare quanti, qui e altrove, per l’impegno nella lotta di liberazione patirono gli arresti, il carcere, la deportazione, la prigionia, la tortura, la minaccia psicologica, il ricatto degli affetti. Giovani e meno giovani, religiosi e laici, uomini e donne, padri di famiglia e figli ancora ragazzi hanno dato con generosità il loro contributo a costruire la pace attraverso la rivolta morale delle coscienze.

Oggi siamo qui a fare festa con loro e per loro, per ricordarli e onorarli, ma anche per ricordare i valori e i principi che li hanno mossi: ideali universali di democrazia, di libertà, di giustizia sociale, di uguaglianza, di pace. Valori e diritti che il fascismo di allora aveva negato, perseguitato, oppresso.

Oggi avvertiamo sensibilmente, in molti eventi e atteggiamenti della nostra società, il pericolo di un nuovo fascismo: un fascismo più ambiguo e ammiccante; un fascismo stemperato, che un po’ si vergogna a farsi chiamare col suo nome e si nasconde dietro a slogan da tifoseria, o tenta di nobilitarsi travestendosi da nazionalismo, da sovranismo, da suprematismo; un fascismo che fa proseliti tra i poveri e gli impoveriti delle nostre società, tra quanti appartengono alle fasce più deboli, indifese o meno preparate culturalmente; un fascismo che s’ammanta di toni epici, che ragiona per parole d’ordine semplificatorie e risolute, che si richiama a falsi miti di forza, supremazia, vigore fisico come sirene per affascinare i più giovani. Un fascismo che non presenta soluzioni, ma usa con furbizia l’egoismo per identificare dei capri espiatori su cui scaricare la responsabilità dei problemi più complessi che affliggono la società di oggi; un fascismo che, purtroppo, trova nel perdurare della crisi economica un brodo di coltura che gli permette di crescere; un fascismo forse meno muscolare, ma non meno insidioso e pericoloso di quello degli squadristi del ’19 o dei marcisti del ’22; di quello del delitto Matteotti del ’24 o delle leggi fascistissime del ’25; di quello della guerra d’Africa del ’36 o delle leggi razziali del ’38; di quello dell’alleanza con Hitler e della guerra fascista del ’40-43 o della Repubblica di SaIò del ’43-45.

È un fascismo strisciante, internazionale, che si affaccia con crescente arroganza in molte democrazie occidentali; un fascismo che parla di egoismo, di contrapposizione di civiltà, di discriminazione; un fascismo che innalza muri e parla la lingua del populismo e della demagogia, che si annida e si riproduce sui social media tra l’indifferenza, la complicità o l’ignavia di chi dovrebbe controllare e prevenire.

Come difendersi da questo nuovo fascismo? Io credo che possiamo trovare una risposta proprio nelle ragioni fondative della festa che oggi celebriamo.

Perché questa festa è un po’ diversa dalle altre: non è una vacanza. La parola vacanza, infatti, è collegata, nella sua etimologia, al verbo latino vacare, che significa ‘mancare, essere vuoto’: invece, la festa della liberazione è ‘piena’, riempita del senso più vero e profondo che giustifica il nostro stare insieme, oggi, come comunità.

Vivere la festa, ‘fare festa’ per la liberazione significa, allora, mettere “in comune”, mettere in relazione gli elementi più preziosi che ci connotano e contraddistinguono come PERSONE e come POPOLO; in una parola, le ragioni che ci definiscono COMUNITÀ.

Perché una comunità si realizzi non basta l’azione del ricordo: il ricordo può anche essere personale, privato, familiare, segreto; può persino permettersi di essere di parte, perché la parola che lo definisce ha a che fare con il cuore: il verbo latino recordare, infatti, letteralmente vuol dire ‘riportare al cuore’ un fatto, una persona, una vicenda.

Una comunità, invece, FA FESTA DELLA LIBERAZIONE facendo MEMORIA.

La memoria è una cosa più complessa e più difficile del ricordo, perché chiama in causa il confronto con il pensiero dell’altro, con la pluralità del punto di vista, con la fatica di tenere insieme tante storie, tanti ricordi, tanti diversi sentimenti, che INSIEME costruiscono un patrimonio ‘condiviso’, che non appartiene, singolarmente, a nessuno, ma che è patrimonio comune, di tutti. La memoria chiama in causa la capacità di accoglienza di tutti e di ciascuno. Non esiste, etimologicamente parlando, una memoria che non sia ‘condivisa’: si possono non condividere i ricordi, ma non si può non condividere la memoria, perché a fondamento della memoria sta la verità, la verità dei fatti e degli intenti, la verità analizzata, validata e compresa attraverso il CONFRONTO con l’altro.

Per questo, nessuno può essere depositario esclusivo della memoria.

E per questo è così difficile fare memoria, costruire la memoria, celebrare la memoria.

Talvolta è addirittura scomodo, faticoso, perfino demoralizzante provare a conciliare le varie e diverse forme del ricordo per costruire la memoria. Ma la cosa straordinaria è che la memoria è attiva: la memoria agisce, cambia le coscienze, insegna, trasforma il pensiero, il cuore e l’anima delle persone che incontra.

La memoria della Resistenza e della Liberazione non è quella che viene dal verbo latino memini, che indica la memoria passiva, trasmessa, che si coniuga solo al passato perché può solo essere conservata. La memoria della Resistenza è quella che viene dal verbo latino memorare, che significa ‘raccontare ciò che è stato’, richiamare alla mente ciò che tutti sanno o dovrebbero sapere per appartenere a una comunità di persone.

Questa è la memoria della quale ci occupiamo oggi: una memoria che parla, che racconta la verità, che mette in guardia dal ripetere gli errori del passato; una memoria che scombussola le nostre certezze di benpensanti, che mette in crisi l’egoismo che teniamo nascosto dentro di noi, che scomoda le nostre comodità, che sbugiarda il nostro pregiudizio; che ci obbliga a mettere la nostra storia individuale e collettiva a confronto con quella di chi incontriamo lungo il cammino, per costruire insieme un futuro possibile.

Una comunità che rinuncia alla sua memoria diventa un accidentale agglomerato di persone mosse unicamente dai desideri del singolo: una comunità senza memoria, o che smarrisce la sua memoria, mette sempre prima l’io al posto del noi, mentre è esattamente il contrario che si dovrebbe fare.

Pensate, cari amici e care amiche, se le donne e gli uomini della resistenza – a Gussago come altrove – avessero detto io, e non noi: quale sarebbe stata la sorte dell’Italia?

La lezione più grande che ci viene dalla Resistenza è quella di aver scelto il noi come pronome personale con il quale coniugare il proprio agire. Un noi che non è il noi fascista, formale e militaresco, utile solo a rendere più veemente e altisonante l’io mussoliniano; un noi, quello dei partigiani, dei patrioti, dei ribelli, fatto di storie diverse, di esperienze diverse, di pensieri diversi che INSIEME s’univano per un obiettivo comune, un ideale comune, un percorso comune: costruire insieme un’Italia nuova, più libera e più giusta. Per sé, ma soprattutto per chi sarebbe venuto dopo.

Non facciamoci ingannare, dunque, da quanti ci spingono a coniugare la nostra vita alla prima persona singolare: scegliamo sempre il noi, un noi più ampio e articolato possibile, in cui ogni io possa davvero sentirsi a casa, trovare accoglienza, sperimentare la fraternità.

Questo è lo spirito che ci consegna il 25 Aprile; questo è il messaggio che dobbiamo imparare dai nostri partigiani.

Solo allora potremo davvero gridare, con convinzione: “Viva il XXV Aprile! Viva l’Italia!”

25 Aprile 2017 – interventi di Silvia Cappa e Marco Sanvitti, studenti dell’IS “Perlasca”, a Vestone

Buongiorno a tutti.

Sono Silvia Cappa e frequento la classe quarta liceo scientifico al “Perlasca” di Idro e oggi, a nome di tutta la mia comunità scolastica, sono qui per festeggiare insieme a voi il 25 aprile 2017.

Prima di me hanno già parlato in questa occasione molti miei compagni e non vi nascondo che anch’io, da tempo, nutrivo il desiderio di poterlo fare, per rappresentare il mio istituto e, con la mia voce, dare spazio ai pensieri dei giovani.

Lo desideravo per me stessa ma soprattutto per il mio nonno Giovanni, che per la libertà ha regalato, all’Italia, i suoi sogni e, a me, un MONDO NUOVO. In pace.

E’ per questo che sono qui stamattina. Per dire GRAZIE a tutti coloro che nella Resistenza hanno combattuto.

Fin da bambina sentivo parlare i grandi di questa nostra pagina di storia e i loro racconti mi apparivano interessanti, quanto lo possono essere per i bambini le storie vere, dove i protagonisti sono uomini o donne del proprio paese, magari anche conosciuti di persona.

Sicuramente allora non capivo appieno il significato della Resistenza e certamente non sapevo che, in questo modo, io stavo invece imparando, piano piano, a conoscerne il sapore, un sapore fatto di entusiasmo, fatica, rinunce e speranza.

Ma anche un sapore pieno di sogni, belli, come quello di mio nonno Giovanni, che voleva per me un mondo senza guerra né oppressione.

Ascoltavo attentamente quei discorsi da adulti, recitati ogni 25 Aprile davanti al monumento dei Caduti (la mamma mi ci ha sempre portata) ma non capivo molto: diritto civile, costituzione, libertà individuale, resistenza passiva e attiva, per me erano solo parole.

Ora che sono diventata più grande e studio storia con maggior consapevolezza critica, capisco che quelle parole erano, anche se non lo sapevo, per me come “pillole nutrienti” per la mia anima “in divenire”, capaci di dare energia ai miei valori quotidiani e tali da permettermi di apprezzare, come dono, tutto quanto posseggo, libertà compresa.

Il significato del 25 aprile l’ho imparato così.

Oggi so che questa commemorazione è necessaria per tenere alto il livello della memoria, per ricordare che la democrazia non è nata con noi, ma l’ abbiamo ricevuta da altri che, ribelli per amore o patrioti per ideale, l’hanno voluto costruire anche a costo della propria vita.

Noi giovani spesso pensiamo che il diritto ad essere liberi sia acquisito, direi quasi dovuto; noi crediamo che esso sia inalienabile, cioè non a rischio; eppure il sottile confine tra libertà e autoritarismo, ce lo insegna anche la storia attuale, è facilmente superabile e deve essere continuamente e strenuamente difeso.

Mi sono detta tante volte che noi giovani siamo egoisti, pretendiamo a priori senza porci il problema di verificare quanto costi ad altri la nostra richiesta.

Mi domando se sapremmo mai essere capaci di sacrificio come chi partecipò alla Resistenza, o in grado di assumerci il peso di responsabilità collettive, come fecero invece mio nonno e i suoi compagni.

Eppure un ragazzo oggi, per difendere questi diritti, potrebbe fare molto.

Basterebbe si impegnasse seriamente nello studio, perché più si conosce più si è liberi, come dice Malala (premio Nobel per la pace nel 2014),che rispettasse tutte le regole che la costituzione prevede (rispetto degli altri, indipendentemente dal colore della pelle e dal pensiero, rispetto dell’ambiente e delle libertà altrui) e che praticasse l’abitudine all’accoglienza e al dialogo in aula, in strada, in discoteca.

Viviamo in tempi non facili, ma per fortuna non siamo in guerra, eppure i nostri gesti esprimono troppo spesso rabbia, sdegno, schifo, mancanza di rispetto per le istituzioni. Nel nostro vocabolario abbondano parole cattive e scarseggiano quelle buone, come giustizia, tolleranza, ascolto, condivisione, solidarietà.

Eppure su queste parole i nostri nonni, i resistenti, i patrioti hanno costruito il proprio programma!

Sono stata costretta a riflettere, più a lungo del solito, sul tema della Resistenza e mi sono fatta l’idea che conoscere è necessario per capire, per vedere “dentro” ai problemi, per cercare soluzioni e soprattutto per poter accettare le nuove sfide globali, come quelle dell’immigrazione.

Se non si sa, non si può nemmeno capire.

Poi ho intuito che forse anche oggi ci sono i patrioti: sono quei giovani, quelle donne, quei magistrati, quelle forze dell’ordine, quegli imprenditori, quelle istituzioni religiose o laiche che, con le loro prese di posizione, a volte controcorrente, garantiscono la democrazia, aiutano a pensare, invitano a partecipare.

La resistenza oggi forse è proprio questa: resistere alle tentazioni dell’egoismo e dell’indifferenza che spengono le luci di una civiltà.

Più parlo e più mi convinco che il 25 aprile è importantissimo, serve a ricordare i principi ed i valori di chi è morto, serve a non dimenticare mai il loro sacrificio, ma soprattutto serve a dare una scossa alle nostre apatie!

Ricordare è più che mai nostro dovere.

Concludo con un verso di una poesia di Giuseppe Ungaretti “Per i morti della Resistenza”:

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
          perché tutti
li avessero aperti
          per sempre
          alla luce

Viva l’Italia, viva il 25 aprile, viva la Libertà!

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Anche quest’anno si celebra la Liberazione dal Nazifascismo: siamo già al suo 72° anniversario.

«Liberazione da chi, e da cosa?» dicono alcuni, giovani e meno giovani, quelli che ormai hanno perso il valore autentico di quel lontano 25 aprile 1945, quando gli italiani tutti, uniti da nord a sud e da un unico spirito nazionale, combatterono strenuamente contro un regime totalitario, antitetico alla Libertà.

25 aprile: oggi, è solo un giorno di vacanza, un ponte per un’allegra scampagnata? Forse. Ma è nostro dovere soffermarsi un attimo a commemorare quanti hanno lottato e versato il proprio sangue per garantirci ciò che oggi ci appare scontato e dovuto: la Libertà….

Ecco, quindi, celebrazioni a Roma, a Vestone e in tutta Italia, da nord a sud dello stivale, per rendere omaggio ai caduti, con gli onori militari.

Ma chi, ancora, ci crede davvero? Quanti sono coloro che ancora oggi combatterebbero per difendere il valore autentico della Libertà?

Una libertà mancata per l’intero ventennio fascista, quando non era possibile esprimere il proprio pensiero, le proprie idee…

La sconfitta del nazifascismo e la liberazione dell’Italia devono essere un monito affinché si scongiuri la nascita di movimenti che, facendo leva su una situazione economica difficile, vivono sull’onda del populismo.

È bene anche ricordare che grazie alla resistenza dei partigiani, è nato quel grande compendio di diritti e doveri che chiamiamo Costituzione, sul quale si fonda la nostra Repubblica democratica.

Nella Costituzione sono dettati i principi del vivere civile, della solidarietà, della sussidiarietà e dell’uguaglianza: principi che oggi ci consentono di beneficiare a pieno delle libertà conquistate dai nostri genitori, dai nostri nonni, dai nostri bisnonni. Principi che tutelano la nostra amata libertà e che le nuove generazioni dovrebbero imparare a riconoscere, rispettare e difendere.

La libertà viene apprezzata solo quando viene soffocata da un regime ingiusto, un regime in grado di adulare le masse, spesso incapaci di intendere il valore autentico della libertà che può essere offerta solo dalla democrazia.

Oggi siamo liberi di partecipare alle attività sociali, culturali, di costituire libere associazioni, di aderire a partiti e sindacati, di votare liberamente per poter scegliere la nostra classe dirigente: tutte libertà che ci sembrano normali, ma lo sono solamente grazie a quel 25 aprile 1945 che va ricordato per non sciupare il dono prezioso della libertà consegnatoci dai partigiani, che anche in questa nostra valle hanno offerto la propria giovinezza e spesso la vita, proprio per la Libertà.

Marco Sanvitti

Bienno ricorda la figura di Luigi Ercoli

Nell’ambito delle iniziative per la Festa della Liberazione, a Bienno, presso il Teatro Simoni Fè si è tenuta una serata in Omaggio a Luigi Ercoli, tra i fondatori delle Fiamme Verdi Divisione Tito Speri.

L’iniziativa è stata promossa dalla sezione di Vallecamonica dell’Associazione “Fiamme Verdi” – FIVL, dall’Ecomuseo della Resistenza in Mortirolo, dall’Associazione per la Valorizzazione Luoghi e Sentieri Grande Guerra e Resistenza, con il patrocinio del Comune di Bienno e della Comunità Montana di Vallecamonica.

Luigi Ercoli era nato a Bienno nel 1919 diplomato Geometra, animatore dell’Azione Cattolica, progetta e contribuisce con i Giovani alla realizzazione dell’Oratorio in stretta collaborazione con il Curato don Giuseppe Menassi. All’indomani dell’8 settembre del 1943, insieme al Prof. Coccoli del quale era amico, inizia la sua attività per la costituzione dei primi gruppi di giovani Biennesi, di renitenti alla chiamata alle armi da parte della neonata Repubblica di Salò e di soldati che, senza direttive, rientravano dai fronti di guerra e si rifugiavano sui monti.

Prende contatto e si mette a disposizione di don Carlo Comensoli arciprete di Cividate e nativo di Bienno, impegnato ad accogliere e indirizzare prigionieri di tutte le nazionalità, fuggiaschi dai campi Fascisti, Ebrei in cerca di una via di salvezza verso la Svizzera, soldati sbandati in cerca della via di casa. Don Carlo conoscendo la sua Famiglia e lo stesso Luigi chiede aiuto per l’accoglienza di questi fuggiaschi, quindi la sua casa a Bienno diventa rifugio temporaneo per questi profughi bisognosi d’aiuto.

Inviato a Brescia da don Carlo presso l’Oratorio della Pace retto dai Padri Filippini, per chiedere aiuto e consigli, torna in Vallecamonica con una mezza lira quale strumento di riconoscimento di un inviato che avrà il compito di organizzare i nuclei di Resistenza locali. Conosce così l’Ufficiale degli Alpini reduce di Russia medaglia d’argento Romolo Ragnoli, futuro Comandante della Divisione Tito Speri delle Fiamme Verdi che opererà prevalentemente in Vallecamonica, inizia così la sua avventura nella Resistenza bresciana.

Svolge a Brescia, ruolo di controspionaggio, di approvvigionamento di viveri, armi e vestiario, per le Fiamme Verdi e le altre formazioni Partigiane che operano nelle Valli Bresciane. Tradito, viene arrestato, nel settembre del 1944, in casa della Signora Agnese Coccoli insieme a lei e a Letizia Pedretti di Bienno allora collaboratrice domestica della Famiglia Coccoli. Tradotto nelle carceri di Brescia, ripetutamente torturato, non svela nulla che possa danneggiare i suoi compagni e le formazioni che ha contribuito a costruire. Dopo un passaggio nel lager di Bolzano, viene inviato a Mauthausen come internato politico muore nel campo di Gusen per pesante lavoro, fame e maltrattamenti il 15 Gennaio 1945 a poco più di 25 anni.

La serata, in omaggio a Luigi Ercoli, è condotta dall’Avv. Francesco Ercoli del Direttivo dell’Associazione Fiamme Verdi Camune in sostituzione di Ravelli Damioli Roberto, assente per motivi di salute. Interviene per i Saluti il Vice Sindaco di Bienno Ottavio Bettoni, prende poi la parola la Pronipote di Luigi, l’Avv. Gabriella Ercoli che contribuisce a far conoscere, con lettere e testimonianze inedite lasciate dalle Sorelle, la figura del giovane Luigi.

Prende poi la parola il Prof. Paolo Franco Comensoli, nipote di don Carlo che ha tenuto una dotta, interessantissima e toccante lezione storica sulla vita e le opere dell’illustre Biennese. La partecipazione alla serata è stata altissima come numero di partecipanti e per l’attenzione riservata agli interventi, ciò a significare l’interesse e l’affetto che ancora la popolazione di Bienno e dei paesi vicini riservano a Luigi Ercoli.

A completare la coreografia della serata, oltre allo storico Labaro Partigiani di Bienno, la Bandiera della Brigata Ferruccio Lorenzini Divisione Tito Speri e la mostra delle opere dell’Artista Edoardo Nonelli “Volti e Luoghi della Resistenza”, opere che sono servite per illustrare il libro “la terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia edito dall’Ecomuseo della Resistenza in Mortirolo e dal Comune di Sonico.

L’Associazione delle Fiamme Verdi di Vallecamonica, l’Ecomuseo della Resistenza in Mortirolo, l’Associazione per la Valorizzazione Luoghi e Sentieri Grande Guerra e Resistenza, esprimono un sentito ringraziamento agli Oratori ed ai partecipanti e s’impegnano a realizzare una Pubblicazione con il completo resoconto della serata.

(resoconto e immagini di Luigi Mastaglia)

Bienno, Paolo F. Compensoli ricorda Luigi Ercoli

Bienno, Paolo F. Compensoli ricorda Luigi Ercoli

Bienno, Ricordo di Luigi Ercoli

Bienno, Ricordo di Luigi Ercoli

Breno festeggia la Liberazione – 22 aprile 2017

Sabato 22 Aprile nel 72° anniversario della Liberazione, l’amministrazione comunale di Breno, in collaborazione con ANPI, Fiamme Verdi e Museo della Resistenza ha organizzato una manifestazione per celebrare il 25 aprile.

La manifestazione si è svolta secondo questo programma: alle 10 il ritrovo presso il monumento alla Resistenza nel piazzale antistante il palazzo BIM. Dopo l’alza bandiera e l’esecuzione dell’Inno d’Italia interpretato dalla banda musicale di Breno, la posa e la benedizione di una corona di alloro alla base del monumento in ricordo di tutti i caduti della Resistenza, si è formato un corteo per le vie della cittadina, verso Piazza della Vittoria ove c’è stato il posizionamento della corona e la benedizione, in ricordo dei caduti di tutte le guerre.

A ciò è seguito il discorso commemorativo tenuto dal sindaco Sandro Farisoglio, che ha sottolineato l’importanza della celebrazione che ricorda la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione del nostro paese da parte delle forze naziste. Ha sottolineato i grandi sacrifici della popolazione e dei combattenti che, anche a prezzo della loro vita hanno ridato alle popolazioni del nostro Paese la libertà e la pace. Ha ricordato i martiri Cefalonia uccisi per non aver consegnato le armi al nemico e le migliaia di militari italiani, arrestati e tradotti nei campi di concentramento che con il loro sacrificio ed il rifiuto di aderire alla Repubblica di Salò hanno di fatto sostenuto la Resistenza, quella che ha visto migliaia di giovani impegnati per 20 lunghi mesi a combattere sulle nostre montagne per donarci la Libertà, la Costituzione, la pace. Sandro Farisoglio ha terminato il suo intervento dicendo:

Oggi abbiamo voluto cogliere un altro invito, è stata organizzata una rappresentazione teatrale all’interno del rifugio antiaereo realizzato sotto la collina del castello. Abbiamo quindi un simbolo inequivocabile del passaggio della guerra nel nostro territorio, anche se, da quanto ho potuto apprendere, il rifugio non è stato utilizzato tantissimo e non è forse neanche stato ultimato secondo il piano di costruzione; ma qualche volta è stato utilizzato. Ho avuto l’occasione, in questi anni, di raccogliere le confidenze di persone che hanno dovuto rinchiudersi in questo rifugio, e vi assicuro, che dalle loro parole, dai sentimenti che facevano trasparire e dall’espressione dei loro sguardi, si capiva quale timore avessero provato nel trovarsi al buio, rinchiusi, senza sapere cosa stesse succedendo fuori. Ho provato a immaginare come poteva essere il nostro paese in quei giorni e in questo mi ha aiutato anche un piccolo volumetto che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, grazie anche alla professoressa Garlandi, che racchiude la raccolta delle lettere di suo zio Antonio (Tunì) catturato dai fascisti, torturato e fucilato nel cimitero di Breno. Grazie a questi frammenti e racconti ho potuto immaginare come si svolgesse la vita in quei giorni nel nostro paese. Oggi sembra tutto irreale, impossibile e mi auguro che queste cose non possono più accadere. Servono senz’altro a farci capire, come non cadere negli stessi errori. Quel 28 aprile, va detto che a Breno il giorno vero della liberazione è avvenuto nei fatti dopo il 25, quando le ultime colonne tedesche e fasciste avevano smobilitato sotto la pressione dei combattenti Partigiani scendevano da Monte Piano e dal Cerreto, voglio pensare che la festa sia stata celebrata in una giornata splendida come quella odierna. Ora l’invito è a partecipare alla rappresentazione teatrale che si terrà tra poco nel rifugio antiaereo. Ringrazio tutti per la partecipazione, la Banda che ha fino ad ora accompagnato la manifestazione ed un particolare ringraziamento va al Gruppo Teatro Oratorio di Bienno che ci presenterà, dentro al rifugio, lo spettacolo – Lettera al Futuro – Shoah, Resistenza e Liberazione.
Buon 25 Aprile a tutti.

lo spettacolo teatrale, gratuito, è stato realizzato con la regia di Bibi Bertelli per il CCTC, verrà replicato anche nel Pomeriggio in quanto la partecipazione è riservata, per motivi di spazio, a soli 50 spettatori per volta.

 

Lettera al Futuro – Shoah, Resistenza, Liberazione.

Veniamo accolti nel rifugio, nel buio più profondo, ad un tratto il suono straziante di una sirena, un allarme … sprazzi di luce che vanno e vengono, poi, illuminati da una tenue luce i ragazzi attori del GTOB, vestiti come se dovessero fare un lungo viaggio, muniti di valige di cartone, insieme recitano:

La vita di un uomo può accendersi e spegnersi in un battibaleno, perdendosi come una goccia nel mare immenso della storia, ma l’unica cosa che può fare in modo che quella goccia, quella piccolissima briciola di polvere, non sia stata vana, è la nostra memoria.

Un perentorio invito a procedere, fatto da due giovani in divisa SS muniti di fischietto per attirare l’attenzione ai loro ordini. Si procede lentamente, nel ventre della montagna nel buio quasi completo. Dopo ogni richiamo del fischietto una SS pronuncia il nome di un lager: Bergen-Belsen, Theresienstadt, Mauthausen-Gusen, Ausckwitz, Buchenwald, Dachau, Flosseburg, Treblinka e altri ancora. I due giovani in divisa davanti a noi con forte rimbombo di passo militare ci conducono avanti fino ad un antro nel quale quattro attori ci fanno partecipi di alcune letture di cui si riportano alcuni brani:

Ribelli, così ci chiamano, così siamo, così ci vogliamo. Il loro disprezzo è la nostra esaltazione, … la loro sospettosa complice viltà aumenta la nostra amarezza. Siamo ribelli, la nostra è anzitutto una rivolta morale. Di questo parla – Il Ribelle – la discussione è aperta, la parola a chi la sa prendere. Il Ribelle non vuole essere un giornale di partito, è un foglio per i giovani, non ha riguardi per nessuno, vuole essere fermento di una libera, sana, profonda cultura … Chi può e vuole, spinga e segua oltre con l’idea e con le armi. Nelle officine e nelle biblioteche a questa nuova città tendiamo con tutte le forze, più libera, più giusta, più solidale, più cristiana, per essa lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita da altri. Non vi sono liberatori! Ma uomini che si liberano! Lottiamo per la più vasta solidarietà degli spiriti e del lavoro, nei popoli e fra i popoli. Perché siamo consapevoli che la vitalità d’Italia, risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di combattimento, di resurrezione, nel nostro amore. Lottiamo perché sentiamo in noi nascere il dolore e la speranza del popolo italiano … Sentiamo di essere l’avanguardia dello spirito e delle armi, l’esercito reale della nazione e dell’umanità.

Proseguiamo dietro alle SS verso un altro quadro sempre accompagnati da un sottofondo musicale che suscita strane sensazioni. Una ragazza:

Sono nata nel 1920, … ho frequentato la scuola fino alla quarta elementare perché allora i mezzi finanziari erano scarsi e solo i più ricchi potevano continuare gli studi. Ho cominciato a lavorare subito dopo come cameriera Breno, poi per motivi salariali ho dovuto trasferirmi, lavoravo soprattutto per aiutare la famiglia dato che mio padre era disoccupato a causa del suo antifascismo. Non seppi come Don Carlo Comensoli mi conoscesse, vivevo a Berzo Inferiore, mi fece chiamare mandando a dire che aveva bisogno di me. Dapprincipio pensai a qualche offerta di lavoro e comunque avevo sempre avuto fiducia in lui. Quando giunsi in casa sua mi disse, senza tanti giri, che la situazione in Italia e in tutto il resto del mondo era grave, i fascisti repubblichini e i tedeschi continuavano a reprimere la popolazione. Con parole semplici ma vere disse che nel nostro piccolo avremmo potuto fare qualcosa e che quindi c’era bisogno del mio aiuto. Non sapevo come io, donna, potessi fare qualcosa. Egli mi spiegò il mio primo incarico come staffetta, dovevo portare un messaggio al maestro Giacomo Cappellini, mi chiese come avrei nascosto il biglietto, dapprima rimasi un po’ impacciata poi dissi che avrei scucito un lembo del soprabito e che, dopo avervi infilato il biglietto l’avrei ricucito, mi rispose che anche se era una soluzione un poco ingenua avrebbe funzionato. Nel ritorno mi fermai al passaggio a livello di Breno, alcuni repubblichini videro che dalla tasca del mio soprabito fuoriusciva un fazzolettino rosso a puntini neri. Voglio dire ai giovani come questa libertà che è costata migliaia di vite umane, enormi sacrifici alla maggioranza della gente, come sia stata difficile da conquistare e che bisogna stare attenti a non farsela scappare.

Vorrei concludere, infine, sottolineando quanto sia importante riportare testimonianze come questa, per rendere l’idea di come sia la situazione quando ogni individuo è privato dalla propria libertà, quanto diamo noi per scontata quest’ultima senza pensare che ci sono state persone che l’hanno guadagnata anche a costo della propria vita.

Si continua il percorso, nel cuore del rifugio con il malinconico sottofondo musicale, ad un tratto una ragazza recita una struggente poesia:

Non cresce più l’erba ad Auschwitz, nemmeno una spiga di grano, ma solo pioggia eterna, fredda. La ruggine dei pali, i grovigli di ferro dei recinti, lungo la pianura nordica gela la vita, gela il nostro animo al cospetto della morte. La terra sterile non coglie più i semi fecondi che porgono a piene mani. Ecco il macabro spettacolo che è innanzi ai nostri occhi inorriditi. Come può un uomo essere spogliato, deriso, marchiato. Come può una donna, essere ingannata, umiliata, sfruttata. Non cresce più un fiore in questa terra maledetta, nessuna colomba di pace sbatte le sue candide ali né si posa sugli aridi rami.

Ancora avanti fino ad un antro nella roccia dove gli attori, alternandosi, recitano brani della Preghiera del Ribelle di Teresio Olivelli.

Dio che sei verità e libertà, facili liberi e intensi; alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, rivestici della tua armatura … Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocefisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la tua vittoria; sii nell’indulgenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più si addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti. Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare. … Tu che dicesti – io sono la resurrezione e la vita -, rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberarci dalla tentazione degli affetti veglia sulle nostre famiglie. Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni, noi ti preghiamo sia in noi la pace che tu solo sai dare. Dio della pace degli eserciti, signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi, Ribelli per Amore.

Sempre al seguito dei giovani in divisa delle SS che marciano al passo, cadenzato e rumoroso che rimbomba nel rifugio passiamo ad un altro quadro.

Resistenza italiana detta anche resistenza partigiana – un insieme di movimenti politici e militari si opposero al nazifascismo. Partigiano, letteralmente anche di parte – combattente che non faceva parte di un esercito regolare, ma di un movimento di resistenza. Fiamme Verdi – le Fiamme Verdi furono formazioni partigiane il cui nome deriva dal terzo corpo d’armata durante la prima guerra mondiale operante sul fronte dell’Adamello. CLN Comitato Liberazione Nazionale – organizzava il movimento partigiano, prima raggruppato in bande autonome. Liberazione – festa in cui si ricorda la fine del regime fascista, dell’occupazione nazista e la fine della seconda guerra mondiale.

Continua la spiegazione delle comuni definizioni.

Antisemitismo – movimento ideologico, politico, religioso, di ostilità nei confronti degli ebrei, fondato su una serie di pregiudizi. Partito nazista – partito filo politico tedesco che propugnava la superiorità razziale tedesca. Campo di concentramento – luogo in cui le persone venivano confinate a causa della loro identità, comportamento, o convinzioni. Shoah – in ebraico significa annientamento, indica lo sterminio di oltre 6 milioni di ebrei da parte dei nazisti.

Si prosegue verso un altro Quadro:

Lo avrai camerata Kesserling il monumento che pretendi da noi italiani, ma con che pietra si costruirà, a deciderlo tocca a noi, non con i sassi affumicati dei borghi straziati dal tuo sterminio, non con la terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità, non con la neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono, non con la primavera di queste valli che per anni ti fecero fuggire, ma soltanto col silenzio dei torturati, più duro di ogni macigno, soltanto con la roccia di questo patto giurato tra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio. Su queste strade se vorrai tornare, ai nostri posti ci ritroverai, morti e vivi con lo stesso impegno, Popolo serrato attorno al monumento che si chiama – Ora e sempre – Resistenza.

Il cammino continua … dal Diario di Anna Frank:

A me piaceva scrivere e soprattutto aprire il mio cuore a ogni sorta di cose, a fondo e completamente. La carta è più paziente degli uomini, proprio così, la carta è paziente e siccome non ho per niente intenzione di far leggere ad altri questo quaderno, che chiamerò diario, salvo il caso di trovare un giorno un amico, o un’amica, la faccenda non riguarda chi me. Eccomi al momento in cui prese origine l’idea di questo diario, io non ho un’amica, per essere più chiara devo aggiungere una spiegazione, giacché nessuno potrebbe pensare che una ragazza di 13 anni sia sola al mondo. Eppure questo è vero, ho dei cari genitori, una sorella di 16 anni, conosco tutto sommato una trentina di ragazze, alcune delle quali potreste pensare che siano mie amiche, ho un corteo di ammiratori, in classe cercano di afferrare la mia immagine con uno specchietto tascabile, ho dei parenti, care zie e cari zii, un buon ambiente familiare. No, apparentemente non mi manca nulla, salvo la vita. Con i miei conoscenti non posso far altro che chiacchierare, di parlare dei piccoli fatti quotidiani, forse questa mancanza di confidenza, è colpa mia, comunque è una realtà ed è un peccato non poterci fare nulla. Perciò questo diario, ha lo scopo di dare maggiore rilievo alla mia fantasia, all’idea che ho lungamente attesa, non mi limiterò a scrivere i fatti del diario come farebbe chiunque altro, ma farò del diario la mia amica e la mia amica si chiamerà Kitty. Cara Kitty, quando viene qualcuno di fuori … vorrei ficcare sotto la testa per non pensare. Quando ci sarà di nuovo concesso di respirare un pò di aria fresca, che quando si è stata chiusa un anno e mezzo, capitano giorni che non ne puoi più. Sarò forse ingiusta e ingrata, ma i sentimenti non si possono redimere. Vorrei andare in bicicletta, ballare, fischiettare, guardare il mondo, sentirmi giovane, sapere che sono libera, eppure non devo farmi notare perché se tutti fossimo … a fare la faccia scontenta. A volte mi domando che non ci sia nessuno capace … Io sono soltanto una ragazzina che ha voglia di sentirsi viva e allegra. Cara Kitty, oggi non posso darti che notizie brutte i deprimenti, stanno arrestando tutti, tutti i nostri amici ebrei, la Gestapo è tutt’altro che riguardosa di questa gente, vengono trasportati in carri bestiame a Westerbork, il grande campo di concentramento per ebrei. Westerbork deve essere terribile, per centinaia di persone un solo lavatoio e pochissime latrine, fuggire è impossibile. Quasi tutti gli ospiti del campo sono riconoscibili dai loro crani rasati, molti anche dal loro aspetto ebraico. Se in Olanda stanno già così male, come staranno nelle contrade lontane, barbare dove li mandano? Supponiamo che per lo più, vengano assassinati, la radio inglese dice che li gasano, forse è il metodo più spiccio per morire, sono molto turbata! Oggi il Ghetto prova una paura diversa, stretta nella sua morsa la morte brandisce una falce di ghiaccio, un male malvagio sparge terrore nella sua scia, le vittime della sua ombra piangono e si contorcono. Oggi il battito di un cuore di padre narra del suo terrore e le madri nascondono la testa tra le mani. Adesso qui i bimbi rantolano e muoiono di tifo, il loro sudario sconta un’amara agonia, il mio cuore batte ancora nel mio petto.

Proseguiamo con passo lento, ascoltando la Canzone di Guccini “Auschwitz” verso un altro quadro.

Son morto che ero bambino, son morto con altri 100, passato per un camino ed ora sono nel vento …

Poi di nuovo:

Rudolf ed i suoi uomini avevano quindi trovato un metodo veloce ed economico per uccidere centinaia di persone tutte insieme e cosa ancora più importante un metodo che comparato ad altre forme di esecuzione teneva a distanza le guardie dalle loro vittime. Tuttavia, in quel periodo, i pestaggi non erano la principale causa di morte ad Auschwitz, infatti nel giugno del 1941, Rudolf approvò il cosiddetto programma di eutanasia in età adulta, che i dottori dei lager avevano quindi provato, ricevendo una lettera da Rudolf stesso, dovevano girare nelle baracche e indicare le guardie quali detenuti dovevano essere portati nel blocco 20 dove venivano fatti entrare uno alla volta nella sala visite. Una volta dentro il dottore faceva alla vittima una domanda sull’età, anamnesi, e poi mentre altri due detenuti ritenevano le braccia di un terzo gli bendava gli occhi, si avvicinava all’infermiere che iniettava una fiala di fenolo dritta al cuore del prigioniero che moriva all’istante.

Testimonianza di un dottore:

Nell’estate del 1941, quando personalmente Himmler mi diede l’ordine di preparare Auschwitz a diventare un sito di sterminio di massa, io non riuscivo a farmi una minima idea della portata e delle conseguenze di queste esecuzioni, naturalmente quello era un ordine mostruoso, inusuale, ma il ragionamento alla base del processo mi sembrò utile. All’epoca non ci pensai più, l’ordine era stato dato, io dovevo semplicemente eseguirlo, non potevo permettermi di chiedermi se quelle esecuzioni fossero giuste o meno”. Testimonianza di una SS … “Il Fuhrer ha ordinato che sia dato inizio alla soluzione finale del problema ebraico e noi le SS dobbiamo eseguire quest’ordine. Gli ebrei sono gli eterni nemici del popolo tedesco e devono essere spazzati via dalla faccia della terra, tutti gli ebrei sui quali potremo mettere le mani per tutta la durata di questa guerra, dovranno essere sterminati senza eccezioni. Se noi non riusciremo a distruggere le fondamenta genetiche del popolo ebraico adesso, allora gli ebrei saranno un giorno loro a distruggere il popolo tedesco.

La canzone di sottofondo che accompagna il nostro procedere è “Bella ciao”.

Voglio parlare di Luigi Ercoli e di Letizia Pedretti, due eroi di Bienno che si sono lasciati torturare pur di non tradire gli amici tenendo la bocca chiusa. La loro tragica avventura era iniziata nello stesso momento, lei era la donna di fiducia dei professori Coccoli di Brescia che aveva conosciuto in una località sui monti di Bienno, avevano tutti rapporti con i partigiani. Il 30 settembre del 1944, Letizia e Luigi erano a Brescia in casa dei professori quando vennero arrestati dalle SS tedesche. Già da un po’ di tempo si temeva per Luigi che si sapeva essere sorvegliato. Quella mattina evidentemente, qualcuno aveva fatto una soffiata molto sicura, i due Biennesi e la signora Irene, vennero arrestati e portati in Castello. Luigi raccontò la sua triste esperienza in una lettera ad un amico, pregandolo di distruggerla subito per paura che ne venissero a conoscenza i suoi parenti, Letizia ne parlò ai suoi fratelli quando riuscì a tornare a casa. Durante la prigionia cercavano sempre di tranquillizzare le famiglie che erano a conoscenza dei metodi molto efficaci con cui le SS cercavano di far parlare i loro prigionieri. Letizia Pedretti quando tornò a casa, raccontò che le SS cercarono con ogni mezzo di farla parlare, portata in una cella di isolamento veniva svegliata con un secchio di acqua gelida e veniva portata della stanza degli interrogatori senza mai avere la possibilità di cambiarsi, diceva che i dolori più atroci erano prodotti da una paletta che le veniva battuta ripetutamente sulla schiena, queste torture le avevano fatto perdere tutti i denti e lasciato dei segni sul dorso che si è portata fino alla tomba.

La lettera di Luigi all’amico:

Carissimo Beppe, ti scrivo come uno che sta per essere deportato. Mi martellavano in faccia qui al carcere poi al loro covo in viale Venezia, con lo scudiscio, mi mandarono in cella senza pane e acqua, il lunedì mi prelevarono e qui fui lasciato nella cantina del loro covo per tutto il giorno. Alla sera verso le 19:30 chiesi al milite, che di tanto in tanto passava di lì per vedere se ero ancora bocconi sulle scale, perché in piedi non potevo stare a causa delle lividure, se poteva chiedere per pietà al soldato di darmi un po’ di acqua e un po’ di pane e fui chiamato in ufficio dal padrone, le solite domande, mi martellò di nuovo il viso finché il sangue non mi uscì dal viso, gli sporcò le mani e il pavimento. Le sue sante mani certo io non potevo pulirle, ma il pavimento si perché li doveva passare lui e mettere i suoi stivali. Dovetti inghiottire il sangue, mi accorsi che era un buon dissetante. Ero schifoso in quello stato e l’addio, con relativo pedata, fu il via per il carcere e col permesso, finalmente, di mangiare quella sera. Passarono 17 giorni, isolatissimo, grande sorveglianza, 17 giorni, nemmeno una ciotola di minestra calda o un po’ di pane. Sabato 21 ottobre si ricomincia – Dove si stampa Il Ribelle? – Io, non lo so, cosa vi devo dire, non ne so nulla – i pugni sullo stomaco dopo gli scossoni, di schiaffi sulle guance appena rimessesi, andai con la schiena contro il muro il quale mi ribatteva prenderne degli altri, altre pedate, la promessa di riprendere la settimana prossima e poi, la Germania. Ora sono qui in attesa di altre riprese, vogliono la rivincita, non l’avranno! Si può anche immolarsi per iddio ma anche l’Italia viva e sia libera. Ora mi scorrono le lacrime, le prime da che sono qua, piango e non so il perché, forse è l’essere qui inattivo per quella libertà, ma se Iddio ci guarda, dovrà pur concedere: Dio, Patria, Famiglia, accompagnate da Fede, Pace, Libertà, sei cose che noi vogliamo ed avremo, costi quel che costi. Della mia sofferenza non dire a nessuno, auguri, grazie di tutto e scusa. Luigi.

E ancora:

Giacomo Mottinelli nato il 20 gennaio 1927 a Sonico. Arrestato a Sonico e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, immatricolato il 04 febbraio 1945, deceduto Gusen alla sola età di 18 anni. Quando sono arrivato a Mauthausen pensavo di essere all’inferno, Gusen era l’inferno dentro l’inferno. Nel campo di Gusen classificato tra i peggiori campi di concentramento, la vita di un deportato non durava più di quattro mesi, costretti a lavorare per la realizzazione di gallerie, praticamente un senza il ricambio d’aria, seviziati per ogni ordine non è eseguito o non svolto o non capito nei tempi imposti. Rifocillati con mezzo litro di brodaglia per ogni pasto, brodaglia da loro definita zuppa, un chilo di pane al giorno fatto con castagne d’India e segatura ogni 24 uomini. Estenuanti appelli all’aperto che potevano durare ore, prima di poter entrare nelle baracche con temperature che potevano arrivare a -20°, con addosso le misere divise da carcerati. Dormivamo su pagliericci larghi 80 cm sui quali dovevano prendere posto tre persone. Perché ci si ammalava l’unica cura era spesso una iniezione di benzina, oltre alle violenze fisiche erano costretti a subire violenze psicologiche costantemente minacciati dai sadici Kapò che indicavano come via d’uscita le alte ciminiere dalle quali usciva un fumo nero che giorno e notte spandevano le ceneri di questi corpi già consumati dalla fame e dalle fatiche.

Risuonano le parole di Primo Levi:

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che tornando a casa trovate cibo caldo e visi amici, considerate – se questo era un uomo – che vive nel fango, che non conosce pace, che lotta per un pezzo di pane e che muore per un si o per un no”. … “Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e fredda in ventre come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato, queste parole scolpitele nel vostro cuore. Stando in casa, andando per via, piegandovi, alzandovi, ripetetele ai vostri simili, o vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

Riprende il cammino nel cuore della montagna … Lo spettacolo riprende con la testimonianza della figlia di Lionello Levi Sandri, il comandante delle Fiamme Verdi in Mortirolo durante le due battaglie campali con le quali 220 partigiani respinsero gli attacchi delle milizie della brigata Tagliamento appoggiate dall’artiglieria tedesca, oltre 2000 uomini:

Il Mortirolo e la Vallecamonica, hanno permesso a mio padre, il capitano Sandro, di continuare ad essere un uomo libero, di combattere per la sua libertà e per la libertà e l’onore del nostro Paese. Le Fiamme Verdi nacquero innanzitutto come movimento di resistenza contro lo straniero, il tedesco che ci aveva invaso e ci voleva sottomettere e contro altri italiani, i fascisti, che ne avevano sposato la folle ideologia. Le battaglie del Mortirolo e in generale la resistenza della Vallecamonica hanno avuto un ruolo importante e delicato, da molti punti di vista. La Resistenza e la riconciliazione successiva in Europa sono state alla base dei decenni di pace che abbiamo conosciuto nel nostro continente, in un mondo ancora lacerato da molti conflitti. Sono tante le sfide che ci aspettano ancora, ma le dobbiamo affrontare con fiducia e spirito positivo. Da allora, dopo guerre e lotte, viviamo in pace nella nostra Europa, che rimane saldamente, anche nei momenti difficili come l’attuale, un faro di civiltà ed un esempio di democrazia per tutti i Paesi.

Di nuovo in cammino dietro al passo cadenzato delle due SS che ci guidano verso un altro quadro:

La Resistenza non è stata solo un fatto militare. La Resistenza è stata, in primo luogo, un fatto politico. La nostra fu innanzitutto una rivolta morale e non a caso ci qualificammo non solo partigiani, ma anche ribelli. Ribelli a un sistema che calpestava i diritti fondamentali della persona umana e si reggeva sulla forza bruta e sull’arbitrio che rinnegava ogni forma di libertà, di fronte a chi reggeva con la forza la prepotenza totalitaria, alla deportazione di massa, abbiamo voluto affermare il diritto dell’uomo alla libertà di fronte alla civiltà, alla civiltà nazista delle camere a gas e di campi di concentramento. Abbiamo voluto riaffermare l’insopprimibilità della dignità della persona di fronte alla falsità e alla menzogna erette a sistema di governo. Abbiamo voluto gridare sempre più forte il nostro desiderio di verità, per questo abbiamo combattuto. La libertà l’abbiamo conquistata, non ci è stata donata, grazie alla Resistenza sono state poste le premesse ideali e morali perché una nuova società libera, giusta e pacifica potesse sorgere sulle rovine di quella che andava miseramente scomparendo.

“… La notte scorsa sono rimasta sveglia a pensare come dovrebbe essere la fine della mia storia, nel giro di trent’anni non ci saranno più sopravvissuti all’Olocausto, perciò questo dovrà essere un pensiero da leggere e meditare molto dopo che sarò morta, che rimanga scioccato ed attonito al pensiero che un tempo il mondo è stato così. Perseguitare le persone perché sono ebree, neri, zingari, musulmani, omosessuali, appare ridicolo e oltraggioso come il commercio di schiavi ci appare oggi. Mi fa sorridere quando sento le persone parlare degli interminabili conflitti che imperversano in altre parti del mondo, come in Africa, paragonato al nostro modo civile di fare in Europa. Posso assicurare che non troppo tempo fa, l’Europa non era affatto civile! Perciò servirebbero sempre più monumenti e giornate della commemorazione, ma la vita procede solo in avanti ed io sono sempre stata una persona molto attiva, la vita va avanti!.

Ancora uno struggente sottofondo musicale, poi gli attori, ora alternandosi, ora recitando a più voci, si ricompattano e completano l’ultimo quadro della rappresentazione:

L’ebreo pregò con il suo rabbino per non dimenticare quel lungo cammino che lo ha portato fin qua … Tra odio e violenza … La bestia umana non sa quando la pace verrà … Figlio ti perderai nei campi di sterminio della vita, nella tragedia infinita che ti prende e ti da … Il Padre Cristiano, il Monaco Buddista, scrissero a piè di lista una bella canzone … ballate, ti perderai nelle danze di fuoco della vita, nella favola infinita che ti prende e ti da. E l’agnostico disse – ti ringrazio vita mia per provare vergogna, ogni volta che vedo un bambino con il viso coperto di mosche che stanno immobili come figure losche e una madre sfinita che non ce la fa più, nemmeno ad alzare la mano e a cacciarle via ed un vecchio solo senza compagnia, questo mi addolora e fin che provo vergogna, finché sento la gogna di queste ferite, sono ancora un uomo. Figlio ti perderai e cercherai il fondo della vita, nella commedia infinita che ti prende e ti da. Perciò bambino mio ascolta il dolore del mondo, perché il dolore è in te, ti piegherà le gambe e ti spezzerà il cuore e non avrai più fiato non avrai più parole, anche se sarai Re.

Il bellissimo e suggestivo spettacolo termina. Si apre una porta, scatta un lunghissimo applauso e … “uscimmo fuori a riveder le stelle”.

(Registrazione e trascrizione a cura di Luigi Mastaglia)

 

Breno, Deposizione della corona al monumento dei Caduti

Breno, Deposizione della corona al monumento dei Caduti

Breno, Corteo

Breno, Corteo

Breno, Onore ai Caduti per la Libertà

Breno, Onore ai Caduti per la Libertà

Breno, Immagini dello spettacolo nel rifugio antiaereo

Breno, Immagini dello spettacolo nel rifugio antiaereo

Breno, Immagini dello spettacolo nel rifugio antiaereo

Breno, Immagini dello spettacolo nel rifugio antiaereo

Breno, Immagini dello spettacolo nel rifugio antiaereo

Breno, Immagini dello spettacolo nel rifugio antiaereo

Appuntamento a Bienno per l’omaggio a Luigi Ercoli (28 aprile 2017)

luigi-ercoli

Il videomessaggio del Presidente Nazionale FIVL, Francesco Tessarolo, per il 25 Aprile

Clicca sul video per ascoltare il messaggio del Presidente Nazionale FIVL, Francesco Tessarolo, in occasione del 25 Aprile.

Consulta anche il sito della FIVL  www.filv.eu

 

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