FIAMME VERDI IN MORTIROLO CON IL VESCOVO E IL SINDACO DI BRESCIA

L’appuntamento è per Domenica 1° settembre 2019, quando l’Associazione “Fiamme Verdi” di Brescia tornerà sui luoghi simbolo della propria idealità partigiana, invitando tutte le bresciane e tutti i bresciani a salire sui “monti ventosi” della Valcamonica, per il tradizionale appuntamento con le “Fiamme Verdi in Mortirolo”, in memoria dei Caduti per la Libertà.

Come sempre, la chiesetta di San Giacomo in Mortirolo (comune di Monno) sarà la cornice suggestiva della cerimonia in ricordo delle battaglie campali lì combattute tra il febbraio e il maggio del 1945; un teatro di durissimi scontri e di eroici sacrifici di molte giovani vite.

A rendere particolarmente solenne la cerimonia di quest’anno sarà la presenza di S. Ecc. Mons. Pierantonio Tremolada, Vescovo di Brescia, che presiederà la Santa Messa in ricordo dei caduti, affiancato dal cappellano delle FF.VV., mons. Tino Clementi. Oratore ufficiale della cerimonia sarà invece il Sindaco della città di Brescia, on. dott. Emilio Del Bono.

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La cerimonia si svolgerà secondo il seguente programma:

ore 9:30         Ritrovo presso la chiesetta di San Giacomo in Mortirolo

ore 10:15       Santa Messa presieduta da S. Ecc. Mons. Pierantonio Tremolada Vescovo di Brescia, accompagnata dal coro Voci della Libertà

a seguire:

Saluti della Presidenza provinciale “Fiamme Verdi”

Saluto delle Autorità

Orazione ufficiale tenuta dall’on. dott. Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia

Onore ai caduti

 

I 75 anni dall’uccisione dei partigiani “Caduti di Campelli”

Sono passati 75 anni dall’uccisione dei partigiani “Caduti di Campelli” Marioli Giacomo, Cotti Cottini Antonio , Pedersoli G. Battista, colti di sorpresa il 24 giugno 1944 nella malga sui monti di Gianico, dalle truppe fasciste guidate da una solerte spia informata dell’ospitalità offerta dal pastore Cotti Cottini Antonio di Piazze detto “maiahèc”, ai Partigiani fermatisi nella sua cascina, per la notte, con l’intento di raggiungere i compagni, il giorno seguente.

Come ogni anno, l’Associazione delle Fiamme Verdi, l’ANPI, di Vallecamonica insieme ai Comuni di Gianico, Artogne, PianCamuno, Darfo Boario Terme, Esine in collaborazione con le Sezioni di Vallecamonica dei Combattenti e Reduci, i Gruppi Alpini, l’Associazione Nazionale Ex Internati in occasione del 75° anniversario hanno organizzato una manifestazione per ricordare ed onorare i “Caduti di Campelli”.

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Sul prato antistante la Malga Campelli sulla quale spicca la Targa ricordo dei caduti, Domenica 30 Giugno 2019 alle ore 10 si sono radunati i partecipanti. Alla presenza del Sindaco di Gianico Mirco Pendoli accompagnato dall’Assessore Viviana Bonetti; del sindaco di Darfo Boario Terme Ezio Mondini; dell’Assessore Priscilla Ziliani per il Comune di Pian Camuno; di Nicola Donina Assessore al Comune di Esine e dell’Assessore della Comunità Montana Emilio Antonioli; Ravelli Damioli Roberto delle Fiamme Verdi ha aperto la cerimonia. Una nota di colore e di gioia l’hanno portata i Ragazzi delle scuole elementari di Gianico, in questi giorni ospiti della colonia montana del Comune che hanno accompagnato con la musica ed il canto i passaggi più significativi della S. Messa.

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Padre Mario Bongio, Frate del Convento dell’Annunciata di Piancogno, ha celebrato la S. Messa in suffragio dei Caduti di Campelli e di tutti i caduti della guerra di Liberazione. A seguire la benedizione e la posa della corona in onore ai Caduti, il saluto del Sindaco di Gianico e la commemorazione Ufficiale a cura di Giorgio Faccardi dell’ANPI Bassa Vallecamonica/Alto Sebino.

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Il campo scout a Provaglio Val Sabbia sui valori della Resistenza

Nel weekend di Sabato e Domenica 18-19  Maggio  si è svolto l’EPPPI (Eventi di progressione personale a partecipazione individuale) “sui moti ventosi” un workshop con lo scopo di sensibilizzare sul tema della resistenza e della dittatura nel ventennio fascista, situato nelle vicinanze del luogo dove una volta sorgeva lo “stato fantoccio” ovvero la repubblica sociale italiana o di Salò.

L’ evento, è stato l’occasione per incontrare  Elsa Pelizzari, ovvero una donna che all’epoca ha vissuto e fatto la resistenza in prima persona e che durante il pomeriggio, ci ha raccontato diversi aneddoti sulla vita dei cosiddetti “ribelli”.

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La sera è stata organizzata una veglia Rover, veglia che ha lo scopo di raccontare tematiche e far ragionare su determinati aspetti, attuali e passati, locali e lontani, senza alcuna eccezione.

La veglia consisteva inoltre, nel percorrere  il tracciato della “Resistenza” dedicato alla “VII Brigata Matteotti” in modo da raggiungere la cima del monte Besume, dove è situata una chiesetta nella quale hanno un tempo catturato 10 partigiani, che sono stati in seguito fucilati a valle.

La veglia, terminata con “il silenzio”, è stata molto sentita da tutti i partecipanti.

Tornati all’oratorio, abbiamo cenato e siamo andati a dormire, dato che era già l’una di notte e la mattina seguente dovevamo essere alle 9 a messa.

Finita la messa e fatta un’attività che puntava al miglioramento della carta di clan,  è arrivato il momento più importante della giornata: il pranzo con lo spiedo alla bresciana, un must per concludere alla grande l’uscita.

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Terminato il pranzo ognuno si è diretto, chi con il treno e chi in macchina verso casa, con nuove conoscenze ed esperienze da raccontare.

Un sentito ringraziamento va a Pietro Ghetti e Elsa Pelizzari che, con la collaborazione dell’associazione “Fiamme Verdi”, hanno reso in gran parte possibile quest’attività.

Grande interesse di pubblico per il libro su Teresio Olivelli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il resoconto delle numerose presentazioni del libro di Anselmo Palini Teresio Olivelli. Ribelle per amore (Roma, Edizioni AVE, 2018), tenutesi in molte realtà della nostra provincia.

Un grazie ad Anselmo per il grande lavoro di divulgazione che sta portando avanti!

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Il discorso ufficiale di Rolando Anni in Piazza Loggia, 25 Aprile 2019

Rolando Anni, oratore ufficale

Rolando Anni, oratore ufficiale del 25 Aprile 2019

Care amiche e cari amici,

permettete che vi chiami così, perché se oggi siamo qui significa che, al di là delle nostre differenze, condividiamo alcuni valori.

Ho pensato più volte, in questi giorni, a cosa avrei potuto dire di non banale o di già sentito, e, soprattutto, mi sono posto una domanda ineludibile anche se dolorosa: quale senso ha proporre il ricordo di una vicenda come quella della Resistenza a tanti anni di distanza?

Noi sappiamo che il trascorrere del tempo attenua irrimediabilmente il ricordo di ciò che è stato. Per i nostri figli e i nostri nipoti il tempo della Resistenza è sempre più lontano. Ma questo, come per ogni vicenda storica, è nell’ordine delle cose.

Contemporaneamente pare che si attenuino o addirittura scompaiano dal nostro orizzonte civile anche i valori e i principi per cui tanti giovani sono vissuti e sono morti. Basta guardare alla triste cronaca politica e non si può non pensare che sia perduto il senso morale, cioè di ciò che è bene e male, giusto e ingiusto. E questo non è nell’ordine delle cose.

Oggi ci troviamo di fronte alle quelle forme di pensiero e di azione che Umberto Eco, in uno scritto del 1997, più di venti anni fa, e recentemente ripubblicato, definiva Ur-fascismo, cioè fascismo eterno in contrapposizione al fascismo storico degli anni Trenta e Quaranta.

Esso è caratterizzato dal rifiuto della modernità, dal culto dell’azione per l’azione, dal sospetto nei confronti della cultura, dal rifiuto dello spirito critico, dalla paura delle differenze, dalla xenofobia, dal razzismo, dal disprezzo per i deboli, dal populismo secondo cui gli individui in quanto individui non hanno diritti ed il popolo è costituito da un’entità monolitica, di cui il leader pretende di essere l’interprete.

Ecco, di fronte a questa realtà possiamo opporci solo con le armi apparentemente deboli ma forti della democrazia. La democrazia è infatti debole perché consente a coloro che vi si oppongono la possibilità, nella libertà, di avere gli strumenti per limitarla o cancellarla.

Ma è forte perché si fonda sulle leggi e sulla Costituzione che la tutela. La libertà e la democrazia non sono conquiste ottenute per sempre e per tutti, anche e soprattutto per coloro che non condividono le nostre idee (altrimenti che libertà sarebbe?). Ma davvero (ne erano fortemente consapevoli i giovani ribelli di settant’anni fa) vanno riconquistate ogni volta, da ognuno di noi.

Ho pensato di proporre quattro brevi riflessioni a me in primo luogo, che ognuno di voi potrà poi, se lo vorrà, ripensare per se stesso.

 

1. La Resistenza venne fatta da giovani che erano stati educati dal fascismo a dire di sì, a credere, obbedire e combattere, secondo uno slogan diffuso. Ebbene proprio questi ragazzi, cresciuti nell’esaltazione dell’obbedienza assoluta e indiscutibile, si trovarono di fronte alla tragica realtà della guerra, dei bombardamenti, della fame, dell’occupazione tedesca e del fascismo che con i tedeschi collaborava.

Dovettero, dunque, con enorme fatica, imparare a dire di no, a rifiutare l’obbedienza ad un’autorità ingiusta e oppressiva. Non fu certo facile, ma alcuni giovani uomini (non migliori né peggiori di noi, non più o meno intelligenti di noi) impararono a dire di no e impararono, per dignità e non per odio, a combattere altri uomini.

A me pare che la scelta dei giovani di tanti anni fa, quella cioè di rifiutare i falsi valori e di prendere, con molta fatica e molti dubbi certamente, non la strada più comoda, ma quella più giusta costituisca una grande lezione per tutti noi ancora oggi.

Non vorrei che fossero chiamati eroi questi giovani uomini, ma chiamati col nome che è più adatto a loro: esseri umani, desiderosi di vivere. Perché i ribelli, i partigiani non desideravano la morte, ma desideravano vivere e per questo erano disposti anche a morire. E non sembri questo atteggiamento una contraddizione. Non esaltavano la “bella morte”, come i loro coetanei fascisti, ma sottolineavano il valore assoluto della vita.

 

2. E dunque, per tornare alla questione posta all’inizio, esiste un messaggio della Resistenza che possa assumere un significato per i giovani di oggi, per i nostri figli e i nostri nipoti e che, dunque abbia un senso per il nostro comune futuro?

Sono giovani, lo sappiamo bene, che vivono, al di là dei loro atteggiamenti esteriori, con un forte disagio, e con pena profonda, i problemi dell’oggi, che faticano a prendere le misure di una realtà difficile da affrontare e spesso persino a trovare un senso alla loro vita.

Devono anche convivere con questioni che rendono oscuro il loro futuro, in primo luogo la scarsità e la mancanza di lavoro.

Che cosa può dire loro una vicenda di oltre 70 anni fa?

Apparentemente nulla.

Eppure, se è vero che noi non possiamo trasmettere le nostre esperienze e le nostre convinzioni come un’eredità, è anche vero che possiamo però vivere secondo i principi in cui crediamo.

Si può essere indifferenti o infastiditi di fronte ai discorsi, è difficile invece esserlo di fronte ai valori vissuti e non solo proclamati.

Allora la memoria del passato è di fondamentale importanza per noi in quanto individui (siamo, infatti, letteralmente costruiti di memoria e se la perdiamo, perdiamo noi stessi), ma anche e soprattutto per la società in cui viviamo. Conservarla è un nostro compito.

Non posso, tuttavia, non rilevare due pericoli legati alla memoria.

Il primo: che si costruisca una memoria priva di coscienza e di razionalità. In questo caso il ricordo della Resistenza potrebbe ridursi a pura cerimonia e a una commozione che dura pochi istanti.

Accanto al sentimento deve trovare posto anche la ragione, lo scriveva Primo Levi, per capire, per riflettere e quindi per tradurre quella commozione in valori da vivere, altrimenti il ricordo diviene sterile, perde di significato e non svolge più alcuna funzione.

Il secondo pericolo: quello di costruire una memoria per così dire, pervasiva, tale cioè da legare totalmente al passato gli individui e le comunità in modo paralizzante e opprimente. È invece necessaria una memoria liberante, tale cioè che porti gli individui e le comunità a vivere nel presente e a guardare avanti, nella consapevolezza che conservare e preservare le proprie radici renda l’albero del futuro più saldo e rigoglioso.

 

3. Esiste un libro le cui parole risuonano sempre più forte col passare del tempo e che raccoglie le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea. Europea, ripeto, perché fu proprio attraverso la resistenza della «meglio gioventù» d’Europa, perseguitata e uccisa dal fascismo e dal nazismo che nacque l’Europa non del denaro, ma della comune fede nella democrazia, nella libertà e nella ricerca della giustizia sociale.

E fu grazie alla Resistenza che l’Italia, paese aggressore e invasore, poté ritrovare la propria dignità.

Questo libro è il vero monumento alla Resistenza, fatto di parole, deboli come lo sono le parole che possono essere soffocate, ma forti perché esse sono le più semplici, e perciò più profonde e sanno parlare al nostro cuore e alla nostra intelligenza.

Nella prefazione a quel libro Th. Mann scrisse:

«Ammiriamo la poesia perché sa parlare come la vita, ma siamo doppiamente commossi della vita che parla, senza saperlo, proprio come la poesia»

Coloro che le scrissero quelle lettere sono donne e uomini, come noi, che amavano la vita e non avrebbero voluto abbandonarla, eppure dovettero affrontare la morte.

Nelle loro lettere traspare una serenità che a noi, lettori di tanti anni dopo, ancora stupisce e pare incomprensibile.

Questa serenità era senz’altro dovuta al desiderio di non turbare e addolorare ancora di più i genitori, la moglie, i figli, la fidanzata.

In quel libro ci parla ancora oggi, con forza intatta, Giovanni Venturini, che torturato in modo brutale, scrive alla madre:

Ormai sono ridotto a misera cosa, non sono più uomo e qualche volta piango dal dolore dei miei piedi che non mi serviranno più.

Pazienza, sono rassegnato! Si vede che anche questo era scritto nel libro della mia vita. Perdono a tutti e auguro a nessuno quello che ho sofferto e soffro io, nemmeno a chi lo ha fatto a me, nemmeno alle bestie.

Si avverte però in esse qualcosa d’altro.

A me pare, il loro, un atteggiamento per così dire profetico in senso biblico. È cioè presente in quelle parole la profonda convinzione che il mondo dell’ingiustizia e della violenza sia destinato a finire e che ad esso stia per sostituirsi un mondo diverso e più giusto. Un mondo che può essere soltanto intravisto da coloro che scrivono le loro ultime lettere e stanno affrontando i giorni più difficili e dolorosi della loro esistenza, nella consapevolezza che quel mondo non lo vedranno.

Mi pare anche che ci sia una profonda convinzione: che la loro vita, per quanto breve, non sia stata vissuta inutilmente, che abbia avuto un significato. Con parole semplici e insieme profonde emergono valori e i sentimenti, per cui ogni essere umano sente che vale la pena di vivere.

 

4.  Un’ultima riflessione nasce da una lettera, probabilmente dell’ultimo partigiano caduto in combattimento il 1° maggio, il diciottenne Bortolo Fioletti, che, al momento di salire in montagna, di nascosto dalla madre, così le scrive:

 

Cara mamma,

non piangere per me. Perdonami e pensa se io fossi tra coloro che martirizzano la nostra gente […] Io sono qui per nessuno altro scopo che la fede, la giustizia e la libertà, e combatterò sempre per raggiungere il mio ideale […]

Presto verremo giù, e vedrai che uomini giusti saremo. Allora si vivrà con la soddisfazione di vivere e non con l’egoismo di oggi.

 

Sono queste parole un progetto di vita. Di fronte a problemi non meno complessi di quelli di 74 anni fa, sta a noi, donne e uomini di oggi, di essere o tornare a essere donne e uomini giusti.

 

Rolando Anni

Piazza della Loggia, 25 Aprile 2019

25 Aprile 2019 – Immagini dalle piazze bresciane

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Qualche immagine del 74° Anniversario della Liberazione a Brescia e Provincia.

Grazie a tutti quelli che hanno partecipato!

Francesco Tessarolo, Presidente FIVL, sul senso del 25 Aprile

La Resistenza oggi: antidoto al razzismo, impegno per il bene comune

Il presidente della Federazione italiana volontari della libertà ricorda il sacrificio dei partigiani e la lotta popolare per la ricostruzione etica e morale dell’Italia, piegata dal ventennio fascista e dalla guerra mondiale. “L’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, deve continuare a essere tenuta in grande evidenza anche in questa fase della vita del Paese”

Il Presidente FIVL, Francesco Tessarolo, col medagliedre della Federazione

Il Presidente FIVL, Francesco Tessarolo, col medagliedre della Federazione

“Ecco che cos’è difficile in quest’epoca: gli ideali, i sogni e le belle aspettative non fanno neppure in tempo a nascere che già vengono colpiti e completamente devastati dalla realtà più crudele. È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo. […] Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace. Nel frattempo devo conservare alti i miei ideali, che forse nei tempi a venire si potranno ancora realizzare”. Sono le parole di una lettera che Anna Frank scrisse nel luglio del 1944, pochi giorni prima di essere arrestata, su delazione, e deportata ad Auschwitz; le ho scelte in primo luogo per non dimenticare i ricorrenti episodi di razzismo che dimostrano fin dove possano arrivare l’ignoranza e l’irrazionalità dei nostri tempi; in secondo luogo, perché nella lettera della quindicenne tedesca si ritrovano la stessa radicalità, la stessa spinta ideale che nei medesimi giorni dell’estate 1944 portavano tanti altri giovani europei a combattere il nazifascismo sulle nostre montagne, nelle nostre città, nelle nostre fabbriche e campagne; una spinta ideale che mise insieme persone di ogni posizione sociale e di ogni colore politico.
spesso cercato di dare alla guerra partigiana un significato angustamente politico, anzi partitico, identificando le formazioni partigiane con le varie sigle dei partiti antifascisti che, annullati dal fascismo, avevano ripreso la scena dopo la destituzione di Mussolini del 25 luglio 1943; ma va detto che allora, per intellettuali e contadini, industriali e operai, giovani e anziani, militari esperti e renitenti che non avevano mai imbracciato un’arma, non credenti e cattolici praticanti, uomini e donne, non era importante dichiarare la propria appartenenza politica, ma andare oltre l’indifferenza e il comodo stare alla finestra in attesa dei liberatori.

Va ricordato con forza che la loro, prima di tutto, fu una scelta di libertà:

nulla e nessuno li costringeva a lasciare le proprie case e occupazioni, a scegliere consapevolmente i disagi della vita in montagna, i duri sacrifici quotidiani della clandestinità e il rischio continuo di essere catturati, torturati e uccisi. A spingerli non erano certo l’interesse o il tornaconto personale, bensì gli alti ideali descritti dalle parole di Anna Frank, come ebbe a dire il 25 settembre 1945, alla prima riunione della Consulta nazionale, Mario Argenton, futuro presidente della Federazione italiana volontari della libertà, che iniziò il suo discorso con queste parole, per riassumere cosa fu la Resistenza: “Abbiamo combattuto per tornare a testa alta fra gli uomini liberi in una libera Patria”.
Questa scelta di libertà era l’aspirazione ad agire secondo i propri ideali e ad operare per un futuro dell’Italia nel quale le nozioni di libertà, democrazia e giustizia avessero un significato più autentico e reale rispetto ai vuoti proclami del regime fascista, alle crescenti prevaricazioni e ai continui soprusi che l’avevano caratterizzato.
Questa scelta di libertà, inoltre, non era né facile né scontata, anzi; essa nasceva nelle giornate più tragiche della nostra storia nazionale: in fuga il Sovrano e il Governo, che, in cambio della propria salvezza, non avevano esitato a lasciare la capitale ai tedeschi e il paese nel caos; allo sbando l’Esercito, disorientato da un capovolgimento di fronte non preparato e da ordini equivoci e contraddittori; allo sbando la popolazione civile, in un primo momento ignara e festante, credendo finiti tre anni di guerra segnati drammaticamente da impreparazione e improvvisazione, da bombardamenti e restrizioni, poi smarrita e sconvolta sotto il peso di un’occupazione tedesca particolarmente dura e feroce: era questo il quadro dell’Italia all’indomani dell’8 settembre.

In questo quadro, iniziò la Resistenza.

Fu una Resistenza dalle molteplici forme, con la popolazione civile che aiutava i partigiani e nascondeva ricercati, ebrei e prigionieri alleati; con gli internati militari italiani che, a più riprese, rifiutarono cibo e condizioni migliori proposti dai tedeschi; con i giovani che, con armamento insufficiente e in situazioni difficili, seppero infliggere gravi colpi alla stessa Wehrmacht.
Fu una Resistenza che sbocciò spontanea contro l’occupazione straniera e contro il “nuovo ordine europeo”, il progetto nazista basato sull’oppressione e sulla schiavitù, sulla supremazia razziale e su un conformismo forzato e illiberale; un progetto esplicitamente condiviso dai fascisti della cosiddetta “repubblica sociale”, che si schierarono accanto ai tedeschi. La Resistenza diventò così anche guerra fratricida e fu questa, fra le tante responsabilità di Mussolini e del fascismo, la più grave e cominciò in tal modo una lunga serie di violenze, eccidi e rappresaglie, che si aggiunsero agli orrori e alle distruzioni dell’intera penisola, divenuta teatro di una guerra combattuta palmo a palmo.
È indubbio che la Resistenza armata abbia avuto un ruolo importante nella vittoria alleata: tuttavia, a distanza di oltre settant’anni, credo sia giunto il momento di dare il giusto rilievo alla dimensione morale e ideale della Resistenza, la dimensione che accomunò tutte le diverse e colorate culture politiche delle formazioni partigiane: sia quelle comuniste, che quelle socialiste e quelle ispirate al Partito d’azione, sia quelle liberali, che le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche, le formazioni che poi confluirono nella Fivl. Seppur con limiti e difficoltà, tutte le formazioni partigiane avevano ben compreso come prima del dibattito democratico, segnato da inevitabili e necessarie divergenze, occorresse rinsaldare i vincoli, tanto preziosi quanto fragili, del bene comune, quei vincoli che il comandante piemontese Enrico Martini Mauri così riassumeva: “Durante i periodi di relativa quiete sui monti, erano sempre i progetti di un’Italia più bella, quelli che occupavano le menti dei partigiani”.

Brigata Settecomuni, 1945

Brigata Settecomuni, 1945

L’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, deve continuare a essere tenuta in grande evidenza anche oggi, in un’epoca in cui si abbattono ostacoli e frontiere per merci e denaro, ma si erigono barriere e muri sempre nuovi per gli esseri umani, in un contesto nel quale appare difficile, se non impossibile, andare oltre all’individualismo esasperato e al tornaconto immediato assunti come unici criteri di riferimento.
In questa fase delicata e complessa della storia dell’Italia repubblicana, segnata dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette e miopi, sorrette solo da paure e cinismo, rievocare le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica italiana e commemorare la Liberazione significa

uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione,

significa ricordarci il dovere di combattere tutti i fascismi, quale sia la forma in cui la storia li ripropone, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte individuali e quelle collettive, per ritrovare, il coraggio di amare la verità, di credere ai propri ideali e ai propri sogni, come affermava Anna Frank, il coraggio di riaffermare, tutelare, rinsaldare sempre quella dimensione etica e ideale, quel futuro comune e condiviso che furono la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita.

Francesco Tessarolo,
Presidente Nazionale della Federazione italiana volontari della libertà

24 aprile 2019

IL 25 Aprile in Bassa Valle Camonica

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L’Anniversario della Liberazione a Borno

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A Pegognaga sulle orme del colonnello Lorenzini

Più di sessanta persone hanno partecipato alla Visita a Pegognaga (MN), paese natale del Colonnello Ferruccio Lorenzini medaglia d’argento al valore Partigiano. La visita, organizzata da ANPI e Fiamme Verdi di Vallecamonica in collaborazione con il Circolo Culturale Ghislandi, il Circolo Aldo Caprani e il Comune di Malegno, aveva lo scopo di visitare il paese dove nel 1885 nacque il Valoroso Martire fucilato a Brescia 31 Dicembre del 1943 insieme a Giuseppe Marino Bonassoli, Réne Renault, Costantino Jorgiu.

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Ferruccio Lorenzini, ha partecipato alla guerra di Libia ed alla prima guerra mondiale, pluridecorato. Congedato nel 1919 per riduzione di quadri, ha vissuto per anni a Bienno presso la famiglia di un suo Fratello, viene richiamato nel 1939 e a 57 anni chiede di essere messo in congedo definitivo e si trasferisce a vivere con una sorella in una frazione di Desenzano dove, dopo un diverbio con uno “squadrista” viene fermato e messo in prigione per cinque giorni per porto abusivo d’arma (era la sua rivoltella d’ordinanza), dopo questo episodio non si è più sentito sicuro. Pur essendo stato un militare di carriera, non è mai stato un sostenitore del regime fascista ed ebbe a dire “… sono stato scosso dal tragico travaglio nazionale e sfiduciato particolarmente per le continue asportazioni dei nostri beni da parte dei tedeschi. Mi sono ritirato nel mio silenzio e nel mio dolore, così ha fatto breccia nell’animo mio la necessità di un’azione mirante all’organizzazione dei Patrioti …”. Dopo l’8 settembre 1943, nel bresciano verranno costruiti i primi gruppi autonomi delle Fiamme Verdi alle quali non sarà estraneo il Colonnello Ferruccio Lorenzini. Sarà contattato dal C.N.L. con la proposta di costituire il Battaglione Vallecamonica del quale dovrà assumere il comando. Contemporaneamente si costituiranno il Valsabbia comandato da Giacomo Perlasca e il Valtrompia comandato da Peppino Pelosi, in città si formeranno le prime squadre d’azione Tito Speri organizzate da Astolfo Lunardi, Ermanno Margheriti e Luigi Ercoli. Il 2 dicembre 1943, il Colonnello, con la sua formazione, da Sella di Polaveno si trasferirà, passando per la Vallecamonica, nella Valle di San Giovanni di Terzano sopra Angolo Terme, presso la Malga Guccione e alla cascina di Pratolungo dove, l’8 dicembre il gruppo Lorenzini, grazie anche alla complicità della nebbia verrà preso tra due fuochi dai militi della Tagliamento, avvertiti e guidati da solerti spie. Dopo la battaglia di Pratolungo che ha segnato la morte di cinque Partigiani e due fascisti, il Colonnello verrà catturato con altri quattordici compagni. A Darfo verrà pubblicamente bastonato, insieme ad alcuni dei suoi. Denudato e legato mani e piedi, esposto alla berlina, agli insulti ed alle percosse dei fascisti accorsi nella pubblica piazza, verrà poi trasferito a Brescia nel castello ormai trasformato in prigione, torturato e fucilato.

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Il Sindaco di Pegognaga Dimitri Melli con l’Assessore Francesca Tellini ed Elia Scanavini Presidente dell’A.N.P.I. di Pegognaga hanno accolto i Camuni davanti al Municipio e li hanno accompagnati nella sala consiliare. Il Sindaco, dopo i saluti di rito ha ricordato la Figura del Concittadino Ferruccio Lorenzini al quale nel 2017, l’Amministrazione ha intitolato all’illustre Personaggio, il Parco della Memoria della Torretta che sarà una tappa della visita. Il Sindaco ha poi aggiunto una serie di importanti informazioni sulla comunità di Pegognaga toccata dal terremoto insieme a vaste aree dell’Emilia Romagna e sulle opere realizzate o ancora in fase di realizzazione, ha ringraziato le Associazioni che hanno voluto organizzare questo importante incontro storico/culturale e, rivolto ai numerosi partecipanti, ha ricordanto che è doveroso coltivare la memoria del passato, per onorare chi ha dato la vita per conquistare la Libertà e la Democrazia e per rispondere al pericolo di rinascita di idee e comportamenti di chiara matrice autoritaria.

Al Parco intitolato al Colonnello Ferruccio Lorenzini, subito dopo, per visitare la Torretta Simbolo della Resistenza di Pegognaga. Lo è diventata perché utilizzata dalle formazioni partigiane che ne avevano fatto centro d’incontro, di scambio di informazioni, di armi, di alimenti, di vestiario ma, soprattutto centro per la stampa (con ciclostile) di fogli informativi clandestini da distribuire alla popolazione. Ora, al suo interno sono affisse alle pareti le fotografie dei Patrioti, delle Staffette, e copie anastatiche della stampa Partigiana.

La visita prosegue al Civico Museo Archeologico di Pegognaga che fa parte del Centro Culturale Livia Bottardi Milani (tragicamente deceduta nella strage di Piazza della Loggia a Brescia), collocato in un edificio storico costruito alla fine degli anni trenta come “Casa del Fascio”.  L’efficientissimo Centro Culturale ospita Migliaia di libri che insieme alle più moderne attrezzature informatiche sono messi a disposizione di Insegnanti, Ricercatori e Studenti (per i quali sono previsti progetti didattici, percorsi tematici e laboratori pratici volti a trasmettere competenze e sviluppare manualità e creatività attraverso l’acquisizione di nuove conoscenze). Nelle sale del Museo sono alloggiati reperti che sono la testimonianza archeologica di insediamenti romani rinvenuti nell’area della Pieve voluta da Matilde di Canossa, di San Lorenzo che si trova alle porte dell’abitato moderno. In una sala si trova un capitello che porta l’iscrizione “PADO PATR(I)” dedicata al padre PO.

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