Pubblichiamo la replica di Rolando Anni, dell’Archivio Storico della Resistenza bresciana e dell’Età Contemporanea, alle ennesime accuse sul cosiddetto “caso Menici” rivolte a Dario Morelli e alle Fiamme Verdi di ieri e di oggi da Mimmo Franzinelli in occasione della presentazione del libro Storia della Resistenza scritto con Marcello Flores (Laterza, 2019).

L’articolo è pubblicato a p. 13  dell’edizione del “Corriere della Sera” di Brescia di oggi, 8 dicembre 2019.

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CASO MENICI, LE CARTE INVIATE A MILANO

Sul «Corriere della sera» del 25 novembre scorso è stato recensito da Paolo Mieli il volume Storia della Resistenza di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, recentemente edito da Laterza. Nel volume viene presentata anche la vicenda dell’uccisione di Raffaele Menici, sulla quale per la sua drammatica complessità non è qui possìbile discutere, e che è stata già oggetto nel 1995 di un libro di Mimmo Franzinelli. In esso era centrale la tesi che l’uccisione di Menici fosse stata organizzata da elementi delle Fiamme Verdi camune in collaborazione con i tedeschi nel novembre del 1944. Ora Franzinelli, nel volume appena uscito, va oltre le accuse formulate nel libro del 1995. A suo parere, le Fiamme Verdi e i loro dirigenti fino ad oggi hanno scientemente nascosto la verità sulla morte di Menici. In una sorta di congiura del silenzio, anzi in una consapevole operazione di nascondimento della verità, Dario Morelli che era il direttore dell’lstituto storico della Resistenza bresciana sarebbe arrivato fino alla distruzione o alla sottrazione delle carte riguardanti la vicenda e lì conservate.
Alcune considerazioni vanno fatto su queste ultime accuse, senza animosità e con imparzialità.
È verosimile che Morelli abbia eliminato i documenti al fine di nascondere le colpe delle Fiamme Verdi, lasciando ingenuamente la sola cartella con l’indicazione «Menici» vuota? Poteva semplicemente eliminarla. Perché allora non lo ha fatto? Ora, Dario Morelli in tutta la sua attività archivistica e di storico non era persona da perdere e tanto meno distruggere dei documenti. Anzi, conservava tutto, persino foglietti di nessun rilievo archivistico: li teneva tutti e comunque. Semmai fu accusato, e spesso non senza ragione, di non concedere a chiunque di consultare l’archivio, come riteneva fosse suo compito di fare. L’uomo aveva un carattere difficile, lo testimonia chi lo conosceva bene, ed era sempre intransigente e deciso nelle sue posizioni, talora aspro, in realtà più con se stesso che con gli altri. Non dirò di lui e della sua attività nella Resistenza e poiché lui stesso non ne avrebbe parlato, ora non ne parlerò io. Ma chi desiderasse conoscere chi veramente fosse potrebbe leggere alcune pagine di un suo libro (La Resistenza in carcere. Giacomo Vender e gli altri) in cui, apparentemente scrivendo di altri, dice, lui così restio, finalmente anche di sé. Ho dunque la certezza fondata, almeno quanto la certezza contraria di Franzinelli, che egli non ha distrutto nulla. Ha conservato così come gli era pervenuto tutto il faldone, che comprendeva varie cartelle, compresa quella vuota intitolata a Menici. Il fatto che la cartella sia vuota significa necessariamente e indubitabilmente che i documenti li ha distrutti lui?
Cosa poteva essere contenuto nella cartella di tanto grave da doverlo celare? Forse c’è una risposta. In una lettera di Enzo Petrini a Romolo Ragnoli del 23 marzo 1945 si viene a sapere che tutta la documentazione concernente i dissidi tra Fiamme Verdi e garibaldini doveva essere nuovamente mandata al CLNAI che «sta discutendo a fondo anche il caso Nino e compagni che si sta ripetendo dappertutto in forme più o meno acute. La battaglia non sarà facile, ma ci sono buoni appoggi. Tuttavia (Auf! Che barba) è indispensabile rinnovare copia di tutti i papiri in nostro possesso e già più di una volta inviati. Fa ancora questo sforzo e abbi pazienza. È bene mandare tutto, se le copie esistono ancora e cioè: caso Nino, caso Bigio, caso Menici, accordi coi Tedeschi, inchiesta, lettere varie».
Con ogni probabilità, i documenti riguardanti il caso Menici, contenuti nella cartella vuota, non potevano che essere questi. Ma anche questa documentazione da Milano è scomparsa, dal momento che Franzinelli, sempre attento nella ricerca archivistica, non l’ha trovata o non la conosce. Anche a Milano dunque una congiura? In questo caso Morelli non può certo essere incolpato della loro sparizione. Dario Morelli è morto nel 2003. Nell’attuale Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea ci sono documenti in diverse buste e fascicoli che, direttamente o indirettamente, riguardano Menici. Si possono poi consultare gli importanti «Diari Comensoli». In questi sedici anni Franzinelli non ha mai chiesto di vederli. Non sarebbe stato il caso di farlo? Magari per meglio delineare la figura del colonnello Menici e la sua drammatica vicenda.

Rolando Anni
Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea

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