Si è svolta a Bovegno, come ogni anno, la commemorazione dell’eccidio avvenuto il 15 agosto del 1944.
Riportiamo di seguito il discorso tenuto dal nostro Roberto Bondio.

Care cittadine, cari cittadini e cari antifascisti.

Per me è un onore essere qui oggi e la vostra presenza, oltre che un grande piacere, è un segnale importante di attenzione, senso civico e responsabilità.

Un cordiale saluto anche alle autorità civili, militari e religiose, alle associazioni combattentistiche e d’arma.

Un sincero ringraziamento a Rita Gatta dell’ANPI e al Sindaco di Bovegno per l’invito alla celebrazione del 75esimo anniversario dell’Eccidio.

Come è stato ben spiegato dal professore Franco Ceretti nel volume “Bovegno per la Libertà – Fatti, amnistie e armadi chiusi”, l’eccidio di Bovegno si colloca “nel quadro generale delle stragi nazifasciste in Italia” condotte “dalle truppe germaniche con il supporto entusiasta dei fascisti repubblichini”. Questo luogo e questa comunità sono stati tristi testimoni della strategia del terrore, avvenuta anche nei confronti dei civili, messa in piedi dai nazifascisti, per il controllo feroce e spietato del territorio. Queste violenze e barbarie (si parla di 5000/6000 stragi di civili in Italia) non si possono certo descrivere come un insieme di errori di percorso, come degli eccessi dovuti alla guerra o a una presunta guerra civile. No! Queste stragi e queste violenze sono frutto di una strategia che deriva direttamente dall’ideologia fascista poiché è coerente con quel credo che è stato perpetrato per più di un ventennio. Un’ideologia, quella fascista, che “accetta e promuove la violenza come strumento di azione politica legittima”.

E questo dobbiamo ricordarlo ogni qual volta sentiamo delle fantasiose ricostruzioni in cui si narra il fascismo come una dittatura dolce, un sistema autoritario tutto sommato poco violento e prepotente.

Padre Giulio Cittadini, partigiano della 76^ Brigata Garibaldi, educatore e guida morale bresciana, scomparso questo 2 agosto, diceva che la Resistenza “non fu una guerra civile nella quale ha ragione chi vince. Fondamentalmente fu una rivolta morale nei confronti di regimi spietati che minavano la dignità umana nella sua libertà di pensiero e di espressione”.

Ecco. Forse è proprio questa l’ottica con cui dobbiamo guardare questi momenti di ricordo collettivo. È questa la dimensione che dobbiamo mantenere viva nell’Italia di oggi. Resistenza come rivolta etica e morale.

Dopotutto i ribelli scrivevano nei giornali clandestini che il fascismo è stato frutto di una crisi di valori, uno scacco morale ancor prima che una crisi politica. La crisi politica è stata poi usata dal fascismo che l’ha aggravata e alimentata “facendo l’italiano più gretto e misero”, insomma più infelice.

Padre Cittadini sosteneva inoltre che: “O si crede in certi valori di universalità e nel rispetto della persona, oppure si crede nel predominio della razza. O si crede nella libertà del pensiero, oppure si dà obbedienza cieca ad un capo che pensa, decide e comanda al nostro posto”.

E quindi, se si crede in certi valori di universalità, rispetto della persona e libertà oggi non possiamo tacere o ostentare timidezza di fronte alle grandi e piccole ingiustizie che viviamo nelle nostra comunità locale, nazionale, europea e mondiale. Per questo oggi non possiamo snobbare i piccoli e grandi segnali che ci ricordano quanto libertà e democrazia non siano doni elargiti da altri ma un patrimonio che dobbiamo essere in grado di difendere, trasmettere e rielaborare continuamente.

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“Non ci sono liberatori ma uomini che si liberano”, recitava il motto del giornale clandestino “Il Ribelle”. La ribellione deve quindi partire da noi stessi e non parliamo di una semplice presa di posizione contro questo o quel governo, questo o quel partito. È qualcosa di più grande! Una rivolta etica e morale, per citare nuovamente le parole di padre Cittadini. Come diceva un altro grande prete antifascista, don Primo Mazzolari, è quindi tempo di attrezzarci “per metterci all’opposizione, ma non all’opposizione degli altri, all’opposizione di noi stessi: delle nostre grettezze, dei nostri egoismi, se necessario anche delle nostre ambizioni” riconnettendoci alla nostra comunità, tornando consapevoli che la realizzazione personale passa anche attraverso “lo stare bene” di chi ci sta vicino. Solo così potremo costruire quella “nuova città” “più libera, più giusta, più solidale” che Laura Bianchini, partigiana e madre Costituente, descriveva dalle pagine de Il Ribelle. Per questo i ribelli hanno lottato, per questo è arrivato fino ad oggi il loro esempio. L’arma più grande che esista.

L’impegno di Istituzioni, partiti, società civile e cittadini sia dunque quello di lavorare per un’Italia generosa che rimetta alla base del suo vivere civile l’idea di uomo che sta nella nostra Costituzione. Un’idea che ha permesso ai tanti antifascisti di trovare l’unità al di là delle diverse intuizioni politiche e di diversi orientamenti ideologici e religiosi. Quell’idea che pone la persona e la sua dignità, diciamo pure la sua felicità, al centro dell’azione politica e dello Stato.

E se questi tempi ci sembrano duri ricordiamo che, come nella poesia di Joseph Folliet, “dopo la notte, non c’è la notte ma l’aurora”. A noi tutti quindi il compito e la responsabilità di restare vigili e attenti come sentinelle durante la veglia, vigili e attenti come furono i “Ribelli per Amore”.

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