In una domenica che è parsa preannunciare l’imminente autunno, si è tenuta in Mortirolo, presso la Chiesetta di San Giacomo, la cerimonia annuale, organizzata dall’Associazione FFVV e dall’infaticabile Ezio Gulberti , per commemorare le vicende belliche e umane che proprio in questa località si svolsero nella primavera del 1945.

I numerosi accorsi, le autorità civili, militari e religiose, si sono stretti in un atto di memoria doveroso, sentito e partecipato, e hanno saputo riscaldare l’atmosfera, a dispetto del grigiore del cielo e della pioggia.

La cerimonia ha preso ufficialmente il via con l’istituzionale alzabandiera, al quale è seguita la S. Messa celebrata da Monsignor Tino Clementi, nome caro all’associazione FFVV, che ha saputo trovare, come di consueto, parole capaci di toccare il cuore, volte a rinfrancare la volontà di fede e di fiducia dell’uomo verso Dio e verso ogni prossimo. In questa occasione ha concelebrato Padre Mario Bongio, frate dell’Eremo dell’Annunciata e Cappellano Militare degli Alpini di Sondrio. Ad accompagnare la messa e l’intera cerimonia il Coro Voci della Libertà, nato dalla collaborazione dei 4 cori camuni di Edolo, Sellero, Breno e Borno, diretto dal maestro Piercarlo Gatti.

Al termine della santa celebrazione hanno trovato spazio i discorsi ufficiali. Dopo il saluto del prof. Roberto Tagliani, portavoce ufficiale dei saluti della cara Agape Nulli Quilleri e vicepresidente della FIVL, ha dato il benvenuto il Sindaco di Monno Dott. Roberto Trotti e quindi l’oratore ufficiale, prof. Filippo Perrini, presidente della Cooperativo cattolico-democratica di cultura di Brescia, attiva da più di 40 anni nella difesa e nella diffusione dei valori della libertà di pensiero, di impegno civile e di democrazia. Nel discorso chiaro e appassionato del prof. Perrini hanno trovato largo spazio i termini Europa, libertà, democrazia e rispetto, nella diversità, dell’identità di ogni uomo.  

Infine, a chiusura delle orazioni ufficiali, è stato proprio Ezio Gulberti, presidente delle FFVV e membro dell’Ecomuseo della Resistenza in Mortirolo, a ringraziare quanti hanno partecipato, in maniera sentita, all’appuntamento, ormai consueto e atteso. Ezio ha sottolineato che l’associazione FFVV nacque proprio nel 1945, all’indomani del termine delle vicende belliche e resistenziali, e il primo ritrovo celebrativo e commemorativo in Mortirolo si tenne appunto il 25 luglio del 1945.

Oggi i partigiani reduci sono,  purtroppo, pochi: erano presenti ieri, tra gli altri, la staffetta Rosi Romelli e il combattente Rocco Ramus.  Tuttavia resta vivo il dovere della memoria, nell’accezione dello scrittore Primo Levi, ovvero di tramandare nomi, volti, fatti alle generazioni future, impedendo loro di voltarsi altrove, ma guidandoli a capire il passato, un passato radicalmente legato al presente e garanzia di un futuro che sa ancora di speranza, di occasione da cogliere.

In coda alla manifestazione una delegazione di Sindaci e autorità militari e quanti hanno voluto accodarsi, si è recata presso la località Albero Alto al cippo in ricordo del Maresciallo Tosetti. E’ stato proprio il Tenente Colonnello Salvatore Malvaso, da oggi cittadino onorario Brenese, pronto a lasciare la Valle Camonica per nuovi incarichi, a deporre la corona di fiori in memoria dell’illustre predecessore, con parole dense di commozione verso la terra e la gente camuna, e a quanti, nella recente storia, questa terra e questa gente le hanno amate, profondamente, fino al sacrificio della vita stessa.

Ancora una volta, ritrovarsi la prima domenica di settembre in Mortirolo, è stata più di una semplice commemorazione, è stato un vero e proprio passo nella Storia, con la S maiuscola perché è la Storia delle storie degli uomini, profondamente umani, piccoli, talvolta deboli o imperfetti, ma disposti a farsi carico di un destino più grande, portandolo sulle spalle, con la responsabilità di darne conto ai discendenti, nel testamento ideale che tiene legati i padri ai figli; ma oggi il passaggio di testimone si fa ancora più urgente, pressante in un mondo che, troppo spesso, pare avere smarrito la memoria.

Di seguito l’orazione ufficiale, tenuta dal professor Filippo Perrini.

“Sono commosso per essere con voi in questo luogo altamente simbolico – dove si tenne la più grande battaglia campale sostenuta dalla Resistenza in Italia – , essendo stato educato da mio padre agli ideali antifascisti e a una profonda ammirazione verso la Resistenza delle Fiamme Verdi.

Sono stato invitato quale presidente della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura (Ccdc), che in oltre 40 anni di attività ha più volte realizzato iniziative che vogliono tenere desta l’attenzione sui valori della Resistenza, sulle donne e gli uomini assassinati dai nazifascisti per motivi politici o razziali (con la posa di decine di pietre d’inciampo) e sul pericolo, mai completamente annullato, di un possibile ritorno a sistemi autoritari e illiberali.

Cronologicamente noi italiani col termine Resistenza indichiamo il periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, anche se in Alta Vallecamonica si combattè fino al 2 maggio. In quei 20 mesi si rimise in moto la storia dell’Italia:

  • con la Resistenza l’Italia visse, a livello di popolo, la sua grande “rivolta morale”;
  • riscoprì un più alto senso della Patria, in antitesi al bellicismo fascista;
  • vide la sua gente progressivamente impegnarsi in una scelta politica che faceva sue le ragioni dell’antifascismo e della democrazia;
  • si ricongiunse finalmente all’Europa dei popoli che insorgevano contro la dominazione nazista.

La Resistenza italiana infatti si inserisce, sia pur con caratteri propri, nel più vasto quadro della resistenza europea, che ebbe inizio ben prima dell’8 settembre in Francia, Olanda, Norvegia, Belgio, Danimarca, Polonia, Grecia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Russia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Albania, ma anche – ed è stata la Resistenza più ardua e più lunga temporalmente – nella stessa Germania.

Parlare di Resistenza significa infatti parlare di un movimento e di un fatto che investì l’intera Europa. Resistere significò rifiutare moralmente e politicamente il nazifascismo e, di conseguenza, scendere in campo contro gli occupanti nazisti e contro i governi e le forze che con loro collaborarono.

I partigiani di tutta Europa che si opposero al totalitarismo nazifascista salvarono per tutti noi quell’idea di Europa per cui, come notò nell’Ottocento François Guizot, «nessun europeo potrebbe essere completamente esule in alcuna parte d’Europa».

L’Europa è infatti multisignificante e multiforme e non monistica e uniforme. La libertà nasce dalla impossibilità per una sola forza di soffocare le altre e l’Europa è il continente in cui tale impossibilità accompagna tutta la sua storia, da Serse a Hitler. La libertà è così diventata, nello stesso tempo, il risultato della storia d’Europa e il valore che caratterizza la nostra civiltà. Il tentativo di assoggettare tutta la realtà a un solo potere, a un solo principio, a una sola razza, a una sola ideologia è stato tentato, e più volte, nel passato; ma è sempre provvidenzialmente fallito, e il tentativo più colossale, quello operato nel secolo scorso dalla barbarie totalitaria, è sprofondato nella sconfitta e nell’ignominia.

L’Europa ha potuto resistere alle violente negazioni della sua civiltà generate dal suo interno, e farsi portatrice di libertà nel mondo, perché il messaggio religioso che l’ha fecondata, il Vangelo, porta dentro di sé inequivocabilmente il principio stesso della pluralità delle sfere della vita.

A questi valori si ricongiunge la Fiamma Verde Bortolo Fioletti (Poldo) di 19 anni, ucciso in battaglia dai tedeschi il 1° maggio 1945 a Monno nell’ultima battaglia in Alta Vallecamonica: “Cara mamma, non piangere per me. Perdonami e pensa se io fossi tra coloro che martirizzano la nostra gente… Io sono qui per nessun altro scopo che la fede, la giustizia e la libertà, e combatterò sempre per raggiungere il mio ideale… Presto verremo giù, e vedrai che uomini giusti saremo”.

Non diversamente Teresio Olivelli, il nostro santo delle Fiamme Verdi, nel secondo numero del Ribelle datato 26 marzo 1944 a firma Cursor, scrive: “A questa nuova città noi aneliamo con tutte le nostre forze, più libera, più giusta, più solidale, più cristiana. Per essa lottiamo: lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono liberatori. Solo, uomini che si liberano… Lottiamo anche perché sappiamo di essere l’esercito reale della nazione e dell’umanità”.

La consapevolezza che la lotta partigiana è una lotta per gli ideali europei è presente fin dall’inizio. Esaminando la stampa clandestina, si constata quanto fosse viva in quelle pubblicazioni la coscienza che la nuova Italia non poteva avere un futuro libero e degno se non in un’Europa riconciliata, decisa a costruire giorno dopo giorno la sua unità politica ed economica. Riporto due citazioni. “Sapremo perdonare anche ai tedeschi – si legge nel primo numero di Risorgimento liberale del 18 agosto 1943 – quando saremo nella comunità di un’Europa libera e civile. Ad un’Europa libera e civile, affratellata nello sforzo di civile rinascita, tendono le speranze di tutto il nostro popolo”. E nel maggio 1944, in piena clandestinità, L’unità europea aveva scritto: “Alla fine di questa guerra l’unificazione dell’Europa rappresenterà un compito possibile ed essenziale: il solo capace di far cessare per sempre la guerra fra i popoli del nostro continente e di ridare alla sua storia un nuovo significato, un ruolo più alto”.

Questa coscienza europea è stata corroborata dalla collaborazione tra i ribelli di tutte le nazionalità europee nei campi di concentramento nazisti e nei campi di battaglia.

Rinchiusi negli stessi campi, i rappresentanti delle tre Chiese cristiane -  cattolici, evangelici e ortodossi – riscoprirono la comune identità nel Vangelo e tornarono a riconoscersi fratelli, avendo compreso che l’era razziale, se fosse stata vittoriosa, avrebbe cancellato l’era cristiana. Lo ricordò la Fiamma Verde Carlo Manziana, deportato a Dachau insieme ad altri 2.500 ecclesiastici e poi Vescovo di Crema, in una memorabile conferenza tenutasi presso i Padri filippini della Pace nel 1977 su invito della Ccdc. Nel lager cominciò il suo cammino il movimento ecumenico, che avrebbe segnato profondamente la seconda metà del secolo XX, contribuendo altresì a preparare in campo cattolico la svolta del Concilio Vaticano II.

I partigiani italiani caduti o giustiziati combattendo nei movimenti di liberazione all’estero sono stati più di 30.000. Si tratta di militari sorpresi dall’armistizio in altri Paesi (Albania, Grecia, Jugoslavia, isole dello Ionio e dell’Egeo, Francia).

Ma anche molti cittadini europei combatterono per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, sia nelle truppe alleate sia nel movimento partigiano.

Sul Mortirolo, tra le 317 Fiamme Verdi che respinsero in due epiche battaglie circa 2.000 militi fascisti della famigerata Legione Tagliamento e delle SS italiane appoggiati dall’artiglieria tedesca, combatterono sette polacchi, due francesi e due jugoslavi.

E tra i 25 eroi della Brigata Schivardi, morti per noi nell’Alta Valle Camonica, ricordiamo con commozione anche il francese Charles Douard e il russo Stefan Rudienko.

Uno dei grandi insegnamenti della stagione resistenziale è stato quello di congiungere coscienza nazionale e libertà, amor patrio e fervide aspirazioni europeistiche. E questi ideali, solo in parte realizzati, hanno assicurato all’Europa 70 anni di pace, cosa che non si era mai attuata nella più che millenaria storia conosciuta del nostro continente.

È un insegnamento a mio parere quanto mai attuale e che non dobbiamo dimenticare in un momento in cui si affacciano nuovi nazionalismi e razzismi”.

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