Si è spento a Milano, all’età di 96 anni, don Giuseppe Barabareschi.  Sacerdote, protagonista dell’antifascismo cattolico tra i preti «ribelli per amore», Giusto tra le nazioni e Medaglia d’argento della Resistenza, monsignor Barbareschi nacque a Milano l’11 febbraio 1922.

Prima di essere ordinato presbitero, assieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio e Dino Del Bo, partecipò agli incontri che portarono alla fondazione de Il Ribelle, giornale che «esce quando può»

Oltre a questa attività si impegnò con le Aquile randagie, il gruppo che durante il fascismo portò avanti clandestinamente lo scautismo, e l’O.S.C.A.R. (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati), per portare in salvo in Svizzera ebrei, militari alleati e ricercati politici.

Il 10 agosto 1944, ancora diacono, fu incaricato dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster di andare a impartire la benedizione ai partigiani uccisi in piazzale Loreto. Tre giorni dopo (13 agosto) venne ordinato sacerdote e celebrò la sua prima messa il 15 agosto; la notte stessa fu arrestato dalle SS, mentre si stava preparando per accompagnare in Svizzera alcuni ebrei fuggitivi. Restò in prigione fino a quando il Cardinale non ne ottenne la liberazione. Quando in seguito si presentò a lui, Schuster si inginocchiò e gli disse: «Così la Chiesa primitiva onorava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli Alemanni?».

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Dopo qualche giorno don Barbareschi partì per la Valcamonica, aggregandosi alle Brigate Fiamme Verdi e divenne cappellano dei partigiani. Dopo essere stato arrestato, fu portato nel campo di concentramento di Bolzano, da dove riuscì a fuggire prima di essere trasferito in Germania. Ritornato a Milano divenne il “corriere di fiducia” tra il Comando alleato e quello tedesco durante le trattative per risparmiare la città da rappresaglie. Dal 25 aprile 1945, su mandato del cardinale Schuster, si adoperò per evitare rappresaglie contro i vinti.

Conseguita la licenza in Teologia nel 1944 e la laurea in Diritto canonico nel 1948, nel dopoguerra tornò all’attività pastorale e all’insegnamento di religione nelle scuole medie superiori, senza mai abbandonare l’impegno a tenere vivi i sentimenti e i valori della resistenza.

“La distinzione fra atei e credenti è una distinzione culturale, la vera distinzione, che trovo nella Bibbia, è quella tra uomo schiavo e uomo libero. Io ho desiderato diventare libero”.