Rolando Anni, oratore ufficale

Rolando Anni, oratore ufficiale del 25 Aprile 2019

Care amiche e cari amici,

permettete che vi chiami così, perché se oggi siamo qui significa che, al di là delle nostre differenze, condividiamo alcuni valori.

Ho pensato più volte, in questi giorni, a cosa avrei potuto dire di non banale o di già sentito, e, soprattutto, mi sono posto una domanda ineludibile anche se dolorosa: quale senso ha proporre il ricordo di una vicenda come quella della Resistenza a tanti anni di distanza?

Noi sappiamo che il trascorrere del tempo attenua irrimediabilmente il ricordo di ciò che è stato. Per i nostri figli e i nostri nipoti il tempo della Resistenza è sempre più lontano. Ma questo, come per ogni vicenda storica, è nell’ordine delle cose.

Contemporaneamente pare che si attenuino o addirittura scompaiano dal nostro orizzonte civile anche i valori e i principi per cui tanti giovani sono vissuti e sono morti. Basta guardare alla triste cronaca politica e non si può non pensare che sia perduto il senso morale, cioè di ciò che è bene e male, giusto e ingiusto. E questo non è nell’ordine delle cose.

Oggi ci troviamo di fronte alle quelle forme di pensiero e di azione che Umberto Eco, in uno scritto del 1997, più di venti anni fa, e recentemente ripubblicato, definiva Ur-fascismo, cioè fascismo eterno in contrapposizione al fascismo storico degli anni Trenta e Quaranta.

Esso è caratterizzato dal rifiuto della modernità, dal culto dell’azione per l’azione, dal sospetto nei confronti della cultura, dal rifiuto dello spirito critico, dalla paura delle differenze, dalla xenofobia, dal razzismo, dal disprezzo per i deboli, dal populismo secondo cui gli individui in quanto individui non hanno diritti ed il popolo è costituito da un’entità monolitica, di cui il leader pretende di essere l’interprete.

Ecco, di fronte a questa realtà possiamo opporci solo con le armi apparentemente deboli ma forti della democrazia. La democrazia è infatti debole perché consente a coloro che vi si oppongono la possibilità, nella libertà, di avere gli strumenti per limitarla o cancellarla.

Ma è forte perché si fonda sulle leggi e sulla Costituzione che la tutela. La libertà e la democrazia non sono conquiste ottenute per sempre e per tutti, anche e soprattutto per coloro che non condividono le nostre idee (altrimenti che libertà sarebbe?). Ma davvero (ne erano fortemente consapevoli i giovani ribelli di settant’anni fa) vanno riconquistate ogni volta, da ognuno di noi.

Ho pensato di proporre quattro brevi riflessioni a me in primo luogo, che ognuno di voi potrà poi, se lo vorrà, ripensare per se stesso.

 

1. La Resistenza venne fatta da giovani che erano stati educati dal fascismo a dire di sì, a credere, obbedire e combattere, secondo uno slogan diffuso. Ebbene proprio questi ragazzi, cresciuti nell’esaltazione dell’obbedienza assoluta e indiscutibile, si trovarono di fronte alla tragica realtà della guerra, dei bombardamenti, della fame, dell’occupazione tedesca e del fascismo che con i tedeschi collaborava.

Dovettero, dunque, con enorme fatica, imparare a dire di no, a rifiutare l’obbedienza ad un’autorità ingiusta e oppressiva. Non fu certo facile, ma alcuni giovani uomini (non migliori né peggiori di noi, non più o meno intelligenti di noi) impararono a dire di no e impararono, per dignità e non per odio, a combattere altri uomini.

A me pare che la scelta dei giovani di tanti anni fa, quella cioè di rifiutare i falsi valori e di prendere, con molta fatica e molti dubbi certamente, non la strada più comoda, ma quella più giusta costituisca una grande lezione per tutti noi ancora oggi.

Non vorrei che fossero chiamati eroi questi giovani uomini, ma chiamati col nome che è più adatto a loro: esseri umani, desiderosi di vivere. Perché i ribelli, i partigiani non desideravano la morte, ma desideravano vivere e per questo erano disposti anche a morire. E non sembri questo atteggiamento una contraddizione. Non esaltavano la “bella morte”, come i loro coetanei fascisti, ma sottolineavano il valore assoluto della vita.

 

2. E dunque, per tornare alla questione posta all’inizio, esiste un messaggio della Resistenza che possa assumere un significato per i giovani di oggi, per i nostri figli e i nostri nipoti e che, dunque abbia un senso per il nostro comune futuro?

Sono giovani, lo sappiamo bene, che vivono, al di là dei loro atteggiamenti esteriori, con un forte disagio, e con pena profonda, i problemi dell’oggi, che faticano a prendere le misure di una realtà difficile da affrontare e spesso persino a trovare un senso alla loro vita.

Devono anche convivere con questioni che rendono oscuro il loro futuro, in primo luogo la scarsità e la mancanza di lavoro.

Che cosa può dire loro una vicenda di oltre 70 anni fa?

Apparentemente nulla.

Eppure, se è vero che noi non possiamo trasmettere le nostre esperienze e le nostre convinzioni come un’eredità, è anche vero che possiamo però vivere secondo i principi in cui crediamo.

Si può essere indifferenti o infastiditi di fronte ai discorsi, è difficile invece esserlo di fronte ai valori vissuti e non solo proclamati.

Allora la memoria del passato è di fondamentale importanza per noi in quanto individui (siamo, infatti, letteralmente costruiti di memoria e se la perdiamo, perdiamo noi stessi), ma anche e soprattutto per la società in cui viviamo. Conservarla è un nostro compito.

Non posso, tuttavia, non rilevare due pericoli legati alla memoria.

Il primo: che si costruisca una memoria priva di coscienza e di razionalità. In questo caso il ricordo della Resistenza potrebbe ridursi a pura cerimonia e a una commozione che dura pochi istanti.

Accanto al sentimento deve trovare posto anche la ragione, lo scriveva Primo Levi, per capire, per riflettere e quindi per tradurre quella commozione in valori da vivere, altrimenti il ricordo diviene sterile, perde di significato e non svolge più alcuna funzione.

Il secondo pericolo: quello di costruire una memoria per così dire, pervasiva, tale cioè da legare totalmente al passato gli individui e le comunità in modo paralizzante e opprimente. È invece necessaria una memoria liberante, tale cioè che porti gli individui e le comunità a vivere nel presente e a guardare avanti, nella consapevolezza che conservare e preservare le proprie radici renda l’albero del futuro più saldo e rigoglioso.

 

3. Esiste un libro le cui parole risuonano sempre più forte col passare del tempo e che raccoglie le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea. Europea, ripeto, perché fu proprio attraverso la resistenza della «meglio gioventù» d’Europa, perseguitata e uccisa dal fascismo e dal nazismo che nacque l’Europa non del denaro, ma della comune fede nella democrazia, nella libertà e nella ricerca della giustizia sociale.

E fu grazie alla Resistenza che l’Italia, paese aggressore e invasore, poté ritrovare la propria dignità.

Questo libro è il vero monumento alla Resistenza, fatto di parole, deboli come lo sono le parole che possono essere soffocate, ma forti perché esse sono le più semplici, e perciò più profonde e sanno parlare al nostro cuore e alla nostra intelligenza.

Nella prefazione a quel libro Th. Mann scrisse:

«Ammiriamo la poesia perché sa parlare come la vita, ma siamo doppiamente commossi della vita che parla, senza saperlo, proprio come la poesia»

Coloro che le scrissero quelle lettere sono donne e uomini, come noi, che amavano la vita e non avrebbero voluto abbandonarla, eppure dovettero affrontare la morte.

Nelle loro lettere traspare una serenità che a noi, lettori di tanti anni dopo, ancora stupisce e pare incomprensibile.

Questa serenità era senz’altro dovuta al desiderio di non turbare e addolorare ancora di più i genitori, la moglie, i figli, la fidanzata.

In quel libro ci parla ancora oggi, con forza intatta, Giovanni Venturini, che torturato in modo brutale, scrive alla madre:

Ormai sono ridotto a misera cosa, non sono più uomo e qualche volta piango dal dolore dei miei piedi che non mi serviranno più.

Pazienza, sono rassegnato! Si vede che anche questo era scritto nel libro della mia vita. Perdono a tutti e auguro a nessuno quello che ho sofferto e soffro io, nemmeno a chi lo ha fatto a me, nemmeno alle bestie.

Si avverte però in esse qualcosa d’altro.

A me pare, il loro, un atteggiamento per così dire profetico in senso biblico. È cioè presente in quelle parole la profonda convinzione che il mondo dell’ingiustizia e della violenza sia destinato a finire e che ad esso stia per sostituirsi un mondo diverso e più giusto. Un mondo che può essere soltanto intravisto da coloro che scrivono le loro ultime lettere e stanno affrontando i giorni più difficili e dolorosi della loro esistenza, nella consapevolezza che quel mondo non lo vedranno.

Mi pare anche che ci sia una profonda convinzione: che la loro vita, per quanto breve, non sia stata vissuta inutilmente, che abbia avuto un significato. Con parole semplici e insieme profonde emergono valori e i sentimenti, per cui ogni essere umano sente che vale la pena di vivere.

 

4.  Un’ultima riflessione nasce da una lettera, probabilmente dell’ultimo partigiano caduto in combattimento il 1° maggio, il diciottenne Bortolo Fioletti, che, al momento di salire in montagna, di nascosto dalla madre, così le scrive:

 

Cara mamma,

non piangere per me. Perdonami e pensa se io fossi tra coloro che martirizzano la nostra gente […] Io sono qui per nessuno altro scopo che la fede, la giustizia e la libertà, e combatterò sempre per raggiungere il mio ideale […]

Presto verremo giù, e vedrai che uomini giusti saremo. Allora si vivrà con la soddisfazione di vivere e non con l’egoismo di oggi.

 

Sono queste parole un progetto di vita. Di fronte a problemi non meno complessi di quelli di 74 anni fa, sta a noi, donne e uomini di oggi, di essere o tornare a essere donne e uomini giusti.

 

Rolando Anni

Piazza della Loggia, 25 Aprile 2019