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INTERVENTO DELL’ORATORE UFFICIALE, On. EMILIO DEL BONO, SINDACO DI BRESCIA

Il discorso ufficiale dell'on. Del Bono, Sindaco di Brescia

Il discorso ufficiale dell’on. Del Bono, Sindaco di Brescia

Ringrazio le Fiamme Verdi per questa bellissima occasione. Sono onorato non solo sul piano personale, ma a nome della Città per questo invito delle Fiamme Verdi. Questo luogo, come ha detto il Vescovo, è un luogo bellissimo dal punto di vista naturalistico ma è anche un luogo Sacro, nel quale persone giuste hanno donato la propria vita perché noi potessimo vivere una condizione di Libertà e di Democrazia. Questi luoghi hanno sicuramente una dimensione diversa dal consueto, perché qui si sente il respiro di molte anime che ci hanno aiutato a crescere.

Brescia è, lo si ricordava molto bene prima, Medaglia d’Argento al Valore Militare per l’impegno durante il periodo della Resistenza al fascismo e al nazismo; tra le motivazioni di questo riconoscimento così importante c’è proprio il riferimento all’impegno di tanti cittadini bresciani nelle Fiamme Verdi e nella Resistenza in Valcamonica. È un legame fortissimo quello tra la Città di Brescia e i luoghi della Resistenza in Valcamonica. Non è un caso che nelle biografie che brevemente intendo citare ci sono storie di persone diventate amministratori del Comune di Brescia, oppure impegnati attivamente nelle istituzioni cittadine, nell’associazionismo, nella società civile cittadina.

Ovviamente, se pensiamo a com’è nata la famosa “Preghiera del ribelle” e il giornale “il ribelle”, questo legame diventa subito evidente: “il ribelle” nacque dopo la fucilazione di Astolfo Lunardi e di Ermanno Margheriti. In Teresio Olivelli, che aveva conosciuto la Città di Brescia dopo l’internamento, scatta l’esigenza di produrre un foglio culturale, uno strumento che potesse essere diffuso su vasta scala. Pensate che questo foglio clandestino fu stampato da subito in quindicimila copie e venne distribuito nei luoghi della Resistenza, ma soprattutto divenne uno strumento popolare, molto popolare perché contribuì a costruire la cultura democratica.

In quella storia hanno agito figure straordinarie, che hanno segnato la nostra Città: Lionello Levi Sandri, giurista raffinato, non originario di Brescia ma che a Brescia s’impegna, addirittura diventa Consigliere comunale tra il 1946 e il 1950. Andrà a ricoprire cariche importantissime: Presidente del Consiglio di Stato e poi, addirittura Commissario Europeo ante-litteram. Per non parlare, poi, di coloro che aiutarono Teresio Olivelli a lavorare ne “il ribelle”: Laura Bianchini, cittadina bresciana, deputato – una tra le prime donne elette a quella carica, perché erano le primissime elezioni, quelle dell’Assemblea Costituente – e poi riconfermata nel primo Parlamento liberamente eletto. Laura Bianchini fu una delle poche donne elette nell’Assemblea Costituente e aveva lavorato spalla a spalla con Teresio Olivelli. E come non ricordare don Peppino Tedeschi, che tutti noi abbiamo letto, di cui abbiamo conosciuto le straordinarie gesta morali. E ancora Dario Morelli, partigiano, autore di libri, tra i quali spicca il più famoso La montagna non dorme, che racconta della Resistenza proprio su questi monti. E come non ricordare don Giacomo Vender, straordinaria figura di sacerdote. Osservate come agiscono i legami della storia: don Vender, impegnato nella Resistenza antifascista, nell’immediato dopoguerra si occupò delle centinaia di persone, e di famiglie sgomberate a causa della demolizione del quartiere delle Pescherie, nel cuore della Città di Brescia, per fare spazio a quella che diventerà “Piazza della Vittoria” per volontà del Podestà e del fascismo. Quelle persone, centinaia e centinaia, non ebbero nessun ristoro, furono relegate in una zona periferica, ai bordi del Fiume Mella, e rimasero in baracche fino agli anni Cinquanta. Nella stessa baracca dormivano fino a 8-12 persone: don Vender portò l’aiuto e la solidarietà della nostra popolazione, insieme al Pensiero di Cristo. E ricordiamo anora Franco Feroldi, che fu poi Presidente della Camera di Commercio, e ancora Ermes Gatti, che è stato anche un Amministratore del Comune di Brescia. Da dove originava questo legame così profondo, così intenso tra la Città di Brescia e la Valcamonica, in special modo alla Resistenza della Valcamonica? C’erano dei legami fortissimi, biografici, di amicizia, di conoscenze: pensate a Don Antonioli, Parroco di Ponte di Legno, che teneva rapporti costanti con i Padri Filippini dell’Oratorio della Pace, che sono stati il cuore dell’elaborazione intellettuale dell’antifascismo della nostra città.

M’interessa moltissimo fare alcune considerazioni.

Che cosa ci consegna la Resistenza, e cosa ci consegnano queste Figure gigantesche? Figure gigantesche, intendo, se guardiamo alla piccolezza, a volte, dei comportamenti degli uomini delle Istituzioni, anche oggi. Questi giganti avevano due grandi obiettivi: il primo, lo ricordiamo tutti, fu la Liberazione. Tutti noi pensiamo che la guerra di liberazione sia strettamente legata alla liberazione dal fascismo e da coloro che con il fascismo trovarono il modo di occupare il nostro territorio, i nazisti. Mussolini ci ha consegnato non un Paese libero, ma un Paese occupato militarmente, dalla più violenta dittatura del secolo scorso; e allora, la guerra di liberazione fu per prima cosa liberazione dall’oppressione. Tant’è che, pensate, la prima Divisione delle Fiamme Verdi si chiamò “Tito Speri”. La guerra di liberazione, infatti, è spesso associata al Risorgimento, è definita il “secondo Risorgimento”: allora il popolo s’era liberato dall’occupazione austriaca, nel 1943-1945 si doveva liberare dall’occupazione tedesca. Tutti noi capiamo il senso, l’assonanza di questa guerra con il concetto di liberazione: liberarsi dagli oppressori, liberarsi dal tacco militare degli oppressori.

Non è il caso che molte poesie, con bellissime parole, ricordano questa declinazione della guerra di liberazione. Possiamo concludere che quella di liberazione dal nazifascismo è stata una guerra patriottica: c’era un forte senso della patria, così com’era accaduto durante il Risorgimento. Patriottica ma non nazionalista: erano Patrioti perché volevano la Patria Libera, ma non volevano una Patria che a sua volta si gonfiasse di forza per opprimere altri popoli, bensì per lasciare la libertà dei propri cittadini. Pensate a come oggi è travisata la cultura della patria, che diventa e scade nel nazionalismo isolazionista e bellicoso nei confronti degli altri Paesi intorno a noi, in particolare di quelli europei.

Ma c’è un’altra ragione che m’interessa, di più, richiamare qui: non c’era solo una guerra di liberazione dall’oppressore, c’era anche una guerra di liberazione “per” qualcosa, con uno slancio progettuale e positivo. È forse questa seconda accezione quella su cui dobbiamo concentrarci oggi, che siamo molto distratti e diamo per scontati quei risultati e quegli obiettivi raggiunti allora.

Noi troviamo esattamente i valori di questa guerra di liberazione “per” nella “preghiera del ribelle”, nella quale non c’è solo un urlo, una poesia, una preghiera straordinaria di chi si trova a dover imbracciare un’arma per liberarsi da un oppressore – e pensate, per un cristiano, quanto è difficile essere ribelli per amore! – ma c’era anche qualcosa di più: vi erano esattamente indicati degli obiettivi ,“Giustizia e Carità”. Nella Preghiera si usa questa espressione: ci si libera, ma non ci si libera solo perché abbiamo finalmente allontanato l’oppressore, bensì perché dobbiamo costruire una società giusta. MA una società è giusta solo quando non perde la Carità.

Ma quanto è potente, in termini di attualità, questo obiettivo contenuto nella Preghiera del Ribelle? Noi siamo portati a declinare il concetto di giustizia con un lungo elenco di diritti (possibilmente nostri);  difficilmente siamo disponibili a declinare quella parte che Olivelli chiamava “Carità” e che, nel lascito più straordinario della Resistenza, la Costituzione, si chiama “Solidarietà”. Nella Carta Costituzionale, che è il lascito più alto che viene dato dalla Resistenza al nostro Paese, si parla moltissimo di Diritti – fortunatamente, dopo una lunga stagione dove i Diritti erano stati concultati – ma si parla di “Doveri inderogabili di solidarietà”. Se ci pensate, quest’eredità è un’eredità ancora incompiuta, tant’è che molte volte si è detto che la guerra di Liberazione – la Resistenza – non ci ha consegnato una Costituzione compiuta, né un Paese democraticamente compiuto ma piuttosto un obiettivo di Paese, un’idea di Paese, un impegno costante per avere quel Paese caratterizzato dalla Giustizia e dalla Carità.

Ancora due brevi considerazioni: si fa riferimento ad un altro concetto importantissimo, che è l’idea che la guerra di Liberazione sia stata una guerra patriottica, ma non nazionalista. La seconda guerra mondiale esplose, come la prima, per colpa dei nazionalismi, non per colpa dei patrioti. I patrioti sanno quale sia il valore della Pace, e non è un caso che nella “Preghiera del ribelle” e negli obiettivi della Resistenza c’è quello di conseguire la Pace, non la guerra, non l’occupazione militare di altri Paesi, non il gonfiarsi bellicoso dei nazionalismi che avevano portato alla prima e alla seconda guerra mondiale. Al contrario, la Resistenza ha costruito una lunga stagione di pace, di cooperazione, di collaborazione, tra le nazioni. Prima è stato detto benissimo: la Resistenza ci consegna l’unità del Popolo italiano. Dopo la profonda divisione del fascismo, la Resistenza ce lo consegna come un popolo che ritrova una sintesi tra culture politiche, tra diverse visioni religiose e trova un punto di raccordo dentro il momento che ci riporta alla democrazia, alle Istituzioni democratiche, alla Democrazia Parlamentare. Non è un caso che la democrazia che ci hanno consegnato i nostri Padri costituenti sia una Democrazia dei “pesi e dei contrappesi”; è una democrazia complessa, che sa che nessuno può governare da solo; pensate qual è l’importanza rispetto alle parole spropositate che oggi ascoltiamo o leggiamo da parte di “superuomini” che pensano di incarnare “di persona” la sovranità popolare. La sovranità popolare è dentro la concezione della guerra di Liberazione come un contenitore democratico fatto di pesi e di contrappesi, proprio per impedire che ciò che abbiamo conosciuto come Europei non si ripeta più.

Non c’è, dunque, solo la guerra di liberazione dall’oppressore nemico, che ci anche accomunato al Risorgimento; c’è anche una grandissima guerra di liberazione in termini propositivi, che è anche una guerra di liberazione dall’inerzia e, a volte, da un’attitudine al piegarsi passivamente del popolo. La “Preghiera del Ribelle” fa proprio riferimento a questo: al fatto che molti non riuscirono a comprendere il pericolo che il fascismo portava con sé per la libertà delle persone, per l’incolumità delle persone e, poi, per evitare quel baratro che è stato il secondo conflitto mondiale. Se ci pensiamo, abbiamo davanti degli esempi straordinari. Qualcuno dice che dovremmo tornare a metterci a cavalcioni dei giganti che ci hanno preceduti, perché di questa statura noi non siamo in grado di essere; ma abbiamo un’opportunità: siccome quei giganti sono ancora insieme a noi, sono giganti nello spirito e giganti nella presenza – perché noi pensiamo che chi se ne è andato, non s’è né andato per sempre, ma è e permane tra di noi (lo sentiamo bene quando muore una persona a noi vicina, che ci rimane a fianco) – possiamo ancora ascoltarli e seguirne l’esempio.

Io penso che questo sforzo lo dobbiamo in questo luogo Sacro, in questo bellissimo contesto, proprio per garantire ai nostri figli quei Valori che questi Grandi ci hanno consegnato.

(trascrizione di Luigi Mastaglia dalla registrazione audio-video)

 

FIAMME VERDI IN MORTIROLO 2019 – racconto della giornata

L'onore ai caduti con la deposizione della corona

L’onore ai caduti con la deposizione della corona

L’Associazione “Fiamme Verdi”, aderente alla Federazione Italiana Volontari della Libertà ha organizzato anche quest’anno il tradizionale raduno “Fiamme Verdi in Mortirolo” presso la Chiesetta di San Giacomo, per ricordare e onorare i Caduti delle battaglie del Gennaio e dell’Aprile 1945, combattute dalle Fiamme Verdi della Divisione “Tito Speri” contro la famigerata Brigata Nera “Tagliamento”, appoggiata dall’artiglieria tedesca.

Con la lotta, il sacrificio e a volte con il dono della vita, i “ribelli per amore”, come li definì il Beato Teresio Olivelli, contribuirono a liberare l’Italia dal fascismo e dall’oppressione tedesca dei nazisti.

Ricordare le vicende che si svolsero in questa bellissima località nella primavera del 1945 non è una sterile commemorazione o un raduno di nostalgici: è piuttosto l’affermazione della volontà di recuperare quei Valori per i quali i “ribelli per amore” con il sostegno della popolazione della Valle ci hanno indicato: la Pace, la Giustizia, la Democrazia, il rispetto delle Istituzioni, l’Accoglienza.

Quest’anno il raduno si è svolto sotto l’egida del tema associativo 2019: “Guardando l’Italia e l’Europa con gli occhi dei nostri Padri”.

I numerosi partecipanti si sono raccolti nella splendida conca del Mortirolo, davanti alla chiesetta di San Giacomo; la mattinata era fredda e minacciava la pioggia, ma appena iniziata la cerimonia, gli ombrelli, i pullover, le giacche, sono stati messi da parte. Uno splendido sole e un cielo terso hanno segnato l’inizio dell’incontro, con un breve saluto di Ezio Gulberti delle Fiamme Verdi Vallecamonica, seguito dall’alzabandiera con il canto dell’Inno Nazionale e dalla Santa Messa, officiata dal Vescovo di Brescia Mons. Pierantonio Tremolada, concelebrata con il Cappellano delle Fiamme Verdi don Tino Clementi e il Cappellano degli Alpini di Sondrio Padre Mario Bongio.

A seguire, gli interventi di saluto del Vice Presidente Nazionale della F.I.V.L. Roberto Tagliani, del Sindaco di Monno Romano Caldinelli, del Presidente della Provincia di Brescia Samuele Alghisi e, infine, il discorso ufficiale tenuto dall’On. Emilio Del Bono, Sindaco della Città di Brescia il cui Gonfalone si fregia della Medaglia d’Argento al Valore Militare per la Resistenza.

Numerose le Autorità Presenti: il Presidente della Comunità Montana di Vallecamonica Sandro Farisoglio; i Sindaci di molti Paesi della Valle e delle Province di Brescia e di Sondrio; il Vice Presidente dell’ANPI di Brescia e il Presidente dell’ANPI di Sondrio; le rappresentanze delle Organizzazioni Sindacali CISL, CGIL e UIL, delle Associazioni d’Arma e in congedo (Carabinieri, Alpini, Fanti, Autieri, Paracadutisti).

Ha accompagnato la cerimonia il Coro “Voci della Libertà” diretti dai M. Gatti e Fenaroli, che hanno contribuito alla solennità e al raccoglimento della giornata.

Mortirolo, 1 settembre 2019

Luigi Mastaglia

DOMENICA 1° SETTEMBRE LE FIAMME VERDI IN MORTIROLO

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La commemorazione dell’eccidio di Bovegno

Si è svolta a Bovegno, come ogni anno, la commemorazione dell’eccidio avvenuto il 15 agosto del 1944.
Riportiamo di seguito il discorso tenuto dal nostro Roberto Bondio.

Care cittadine, cari cittadini e cari antifascisti.

Per me è un onore essere qui oggi e la vostra presenza, oltre che un grande piacere, è un segnale importante di attenzione, senso civico e responsabilità.

Un cordiale saluto anche alle autorità civili, militari e religiose, alle associazioni combattentistiche e d’arma.

Un sincero ringraziamento a Rita Gatta dell’ANPI e al Sindaco di Bovegno per l’invito alla celebrazione del 75esimo anniversario dell’Eccidio.

Come è stato ben spiegato dal professore Franco Ceretti nel volume “Bovegno per la Libertà – Fatti, amnistie e armadi chiusi”, l’eccidio di Bovegno si colloca “nel quadro generale delle stragi nazifasciste in Italia” condotte “dalle truppe germaniche con il supporto entusiasta dei fascisti repubblichini”. Questo luogo e questa comunità sono stati tristi testimoni della strategia del terrore, avvenuta anche nei confronti dei civili, messa in piedi dai nazifascisti, per il controllo feroce e spietato del territorio. Queste violenze e barbarie (si parla di 5000/6000 stragi di civili in Italia) non si possono certo descrivere come un insieme di errori di percorso, come degli eccessi dovuti alla guerra o a una presunta guerra civile. No! Queste stragi e queste violenze sono frutto di una strategia che deriva direttamente dall’ideologia fascista poiché è coerente con quel credo che è stato perpetrato per più di un ventennio. Un’ideologia, quella fascista, che “accetta e promuove la violenza come strumento di azione politica legittima”.

E questo dobbiamo ricordarlo ogni qual volta sentiamo delle fantasiose ricostruzioni in cui si narra il fascismo come una dittatura dolce, un sistema autoritario tutto sommato poco violento e prepotente.

Padre Giulio Cittadini, partigiano della 76^ Brigata Garibaldi, educatore e guida morale bresciana, scomparso questo 2 agosto, diceva che la Resistenza “non fu una guerra civile nella quale ha ragione chi vince. Fondamentalmente fu una rivolta morale nei confronti di regimi spietati che minavano la dignità umana nella sua libertà di pensiero e di espressione”.

Ecco. Forse è proprio questa l’ottica con cui dobbiamo guardare questi momenti di ricordo collettivo. È questa la dimensione che dobbiamo mantenere viva nell’Italia di oggi. Resistenza come rivolta etica e morale.

Dopotutto i ribelli scrivevano nei giornali clandestini che il fascismo è stato frutto di una crisi di valori, uno scacco morale ancor prima che una crisi politica. La crisi politica è stata poi usata dal fascismo che l’ha aggravata e alimentata “facendo l’italiano più gretto e misero”, insomma più infelice.

Padre Cittadini sosteneva inoltre che: “O si crede in certi valori di universalità e nel rispetto della persona, oppure si crede nel predominio della razza. O si crede nella libertà del pensiero, oppure si dà obbedienza cieca ad un capo che pensa, decide e comanda al nostro posto”.

E quindi, se si crede in certi valori di universalità, rispetto della persona e libertà oggi non possiamo tacere o ostentare timidezza di fronte alle grandi e piccole ingiustizie che viviamo nelle nostra comunità locale, nazionale, europea e mondiale. Per questo oggi non possiamo snobbare i piccoli e grandi segnali che ci ricordano quanto libertà e democrazia non siano doni elargiti da altri ma un patrimonio che dobbiamo essere in grado di difendere, trasmettere e rielaborare continuamente.

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“Non ci sono liberatori ma uomini che si liberano”, recitava il motto del giornale clandestino “Il Ribelle”. La ribellione deve quindi partire da noi stessi e non parliamo di una semplice presa di posizione contro questo o quel governo, questo o quel partito. È qualcosa di più grande! Una rivolta etica e morale, per citare nuovamente le parole di padre Cittadini. Come diceva un altro grande prete antifascista, don Primo Mazzolari, è quindi tempo di attrezzarci “per metterci all’opposizione, ma non all’opposizione degli altri, all’opposizione di noi stessi: delle nostre grettezze, dei nostri egoismi, se necessario anche delle nostre ambizioni” riconnettendoci alla nostra comunità, tornando consapevoli che la realizzazione personale passa anche attraverso “lo stare bene” di chi ci sta vicino. Solo così potremo costruire quella “nuova città” “più libera, più giusta, più solidale” che Laura Bianchini, partigiana e madre Costituente, descriveva dalle pagine de Il Ribelle. Per questo i ribelli hanno lottato, per questo è arrivato fino ad oggi il loro esempio. L’arma più grande che esista.

L’impegno di Istituzioni, partiti, società civile e cittadini sia dunque quello di lavorare per un’Italia generosa che rimetta alla base del suo vivere civile l’idea di uomo che sta nella nostra Costituzione. Un’idea che ha permesso ai tanti antifascisti di trovare l’unità al di là delle diverse intuizioni politiche e di diversi orientamenti ideologici e religiosi. Quell’idea che pone la persona e la sua dignità, diciamo pure la sua felicità, al centro dell’azione politica e dello Stato.

E se questi tempi ci sembrano duri ricordiamo che, come nella poesia di Joseph Folliet, “dopo la notte, non c’è la notte ma l’aurora”. A noi tutti quindi il compito e la responsabilità di restare vigili e attenti come sentinelle durante la veglia, vigili e attenti come furono i “Ribelli per Amore”.

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Ricordo di Padre Giulio Cittadini (1924-2019)

Padre Giulio Cittadini ritratto durante la cerimonia di conferimento della Medaglia della Liberazione (2015)

Nella notte tra il 1 e il 2 agosto padre Giulio Cittadini è tornato alla casa del Padre. Classe 1924, partigiano nelle file nella 76a Brigata “Garibaldi”, fu ordinato sacerdote in seno alla congregazione dei Padri di San Filippo Neri, che per tutti i bresciani sono i “Padri della Pace, nel 1950.

Padre Giulio ha sperimentato nell’esperienza partigiana i valori della Libertà, della Giustizia, della Solidarietà, della Pace; valori che ha incarnato, difeso e messo a frutto nella sua lunga vita di educatore e di sacerdote, durante la quale ha sempre messo al centro l’Uomo, la sua dignità e la sua libertà.

Figura eminentissima della chiesa bresciana, padre Giulio si unisce idealmente alla lunga linea di sacerdoti della Pace che furono linfa e fermento dell’educazione democratica e antifascista della città e della provincia di Brescia, dal card. Giulio Bevilacqua a padre Luigi Rinaldini, da padre Paolo Caresana a mons. Carlo Manziana fino a padre Ottorino Marcolini, ai quali non si possono non avvicinare altri grandi e illuminati sacerdoti bresciani antifascisti, da don Giovanni Battista Picelli, barbaramente assassinato dai fascisti a Zazza di Malonno, a don Giacomo Vender, don Carlo Comensoli, don Giuseppe Almici, don Giovanni Antonioli, don Riccardo Vecchia e molti, molti altri.

Nel suo lungo ministero sacerdotale, svolto sempre a servizio dell’educazione e dei giovani, è stato uno straordinario esempio di rettitudine morale; generazioni di studenti e di scout che, per tanti anni, l’hanno avuto come assistente spirituale lo ricordano come uomo amabile e severo, sempre pronto al dialogo e aperto al confronto, mai fazioso ma con la dirittura morale di chi sa quanto valga – perché sa quanto sia costata – la Libertà di tutti e di ciascuno.

Ci mancheranno la sua voce amabile e ferma, il suo pensiero lucidissimo e la sua penna sferzante.

Nel 2012, su proposta dell’Associazione “Fiamme Verdi”, padre Giulio ha ricevuto la medaglia d’argento della Federazione Italiana Volontari della Libertà, prestigioso riconoscimento assegnato ai partigiani e alle partigiane aderenti alla Federazione che, come padre Giulio, hanno vissuto in prima persona i tragici momenti della lotta di liberazione contro il nazifascismo, perseguendo gli ideali di Libertà, Giustizia e Pace.

Nel 2015, in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione, padre Giulio ha ricevuto dal Governo Italiano la Medaglia della Liberazione, la più alta onorificenza partigiana istituita in ricordo dell’azione partigiana e dei lunghissimi anni di testimonianza e di azione per la difesa dei valori della Resistenza.

Nel grande dolore per la sua scomparsa, tutte le Fiamme Verdi ringraziano il Signore per il dono prezioso di padre Giulio Cittadini, e sono vicine ai familiari, ai confratelli, agli amici e a tutti quanti l’hanno conosciuto e amato con il ricordo grato e la fraterna preghiera.

Brescia, 2 agosto 2019

FIAMME VERDI IN MORTIROLO CON IL VESCOVO E IL SINDACO DI BRESCIA

L’appuntamento è per Domenica 1° settembre 2019, quando l’Associazione “Fiamme Verdi” di Brescia tornerà sui luoghi simbolo della propria idealità partigiana, invitando tutte le bresciane e tutti i bresciani a salire sui “monti ventosi” della Valcamonica, per il tradizionale appuntamento con le “Fiamme Verdi in Mortirolo”, in memoria dei Caduti per la Libertà.

Come sempre, la chiesetta di San Giacomo in Mortirolo (comune di Monno) sarà la cornice suggestiva della cerimonia in ricordo delle battaglie campali lì combattute tra il febbraio e il maggio del 1945; un teatro di durissimi scontri e di eroici sacrifici di molte giovani vite.

A rendere particolarmente solenne la cerimonia di quest’anno sarà la presenza di S. Ecc. Mons. Pierantonio Tremolada, Vescovo di Brescia, che presiederà la Santa Messa in ricordo dei caduti, affiancato dal cappellano delle FF.VV., mons. Tino Clementi. Oratore ufficiale della cerimonia sarà invece il Sindaco della città di Brescia, on. dott. Emilio Del Bono.

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La cerimonia si svolgerà secondo il seguente programma:

ore 9:30         Ritrovo presso la chiesetta di San Giacomo in Mortirolo

ore 10:15       Santa Messa presieduta da S. Ecc. Mons. Pierantonio Tremolada Vescovo di Brescia, accompagnata dal coro Voci della Libertà

a seguire:

Saluti della Presidenza provinciale “Fiamme Verdi”

Saluto delle Autorità

Orazione ufficiale tenuta dall’on. dott. Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia

Onore ai caduti

 

I 75 anni dall’uccisione dei partigiani “Caduti di Campelli”

Sono passati 75 anni dall’uccisione dei partigiani “Caduti di Campelli” Marioli Giacomo, Cotti Cottini Antonio , Pedersoli G. Battista, colti di sorpresa il 24 giugno 1944 nella malga sui monti di Gianico, dalle truppe fasciste guidate da una solerte spia informata dell’ospitalità offerta dal pastore Cotti Cottini Antonio di Piazze detto “maiahèc”, ai Partigiani fermatisi nella sua cascina, per la notte, con l’intento di raggiungere i compagni, il giorno seguente.

Come ogni anno, l’Associazione delle Fiamme Verdi, l’ANPI, di Vallecamonica insieme ai Comuni di Gianico, Artogne, PianCamuno, Darfo Boario Terme, Esine in collaborazione con le Sezioni di Vallecamonica dei Combattenti e Reduci, i Gruppi Alpini, l’Associazione Nazionale Ex Internati in occasione del 75° anniversario hanno organizzato una manifestazione per ricordare ed onorare i “Caduti di Campelli”.

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Sul prato antistante la Malga Campelli sulla quale spicca la Targa ricordo dei caduti, Domenica 30 Giugno 2019 alle ore 10 si sono radunati i partecipanti. Alla presenza del Sindaco di Gianico Mirco Pendoli accompagnato dall’Assessore Viviana Bonetti; del sindaco di Darfo Boario Terme Ezio Mondini; dell’Assessore Priscilla Ziliani per il Comune di Pian Camuno; di Nicola Donina Assessore al Comune di Esine e dell’Assessore della Comunità Montana Emilio Antonioli; Ravelli Damioli Roberto delle Fiamme Verdi ha aperto la cerimonia. Una nota di colore e di gioia l’hanno portata i Ragazzi delle scuole elementari di Gianico, in questi giorni ospiti della colonia montana del Comune che hanno accompagnato con la musica ed il canto i passaggi più significativi della S. Messa.

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Padre Mario Bongio, Frate del Convento dell’Annunciata di Piancogno, ha celebrato la S. Messa in suffragio dei Caduti di Campelli e di tutti i caduti della guerra di Liberazione. A seguire la benedizione e la posa della corona in onore ai Caduti, il saluto del Sindaco di Gianico e la commemorazione Ufficiale a cura di Giorgio Faccardi dell’ANPI Bassa Vallecamonica/Alto Sebino.

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Il campo scout a Provaglio Val Sabbia sui valori della Resistenza

Nel weekend di Sabato e Domenica 18-19  Maggio  si è svolto l’EPPPI (Eventi di progressione personale a partecipazione individuale) “sui moti ventosi” un workshop con lo scopo di sensibilizzare sul tema della resistenza e della dittatura nel ventennio fascista, situato nelle vicinanze del luogo dove una volta sorgeva lo “stato fantoccio” ovvero la repubblica sociale italiana o di Salò.

L’ evento, è stato l’occasione per incontrare  Elsa Pelizzari, ovvero una donna che all’epoca ha vissuto e fatto la resistenza in prima persona e che durante il pomeriggio, ci ha raccontato diversi aneddoti sulla vita dei cosiddetti “ribelli”.

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La sera è stata organizzata una veglia Rover, veglia che ha lo scopo di raccontare tematiche e far ragionare su determinati aspetti, attuali e passati, locali e lontani, senza alcuna eccezione.

La veglia consisteva inoltre, nel percorrere  il tracciato della “Resistenza” dedicato alla “VII Brigata Matteotti” in modo da raggiungere la cima del monte Besume, dove è situata una chiesetta nella quale hanno un tempo catturato 10 partigiani, che sono stati in seguito fucilati a valle.

La veglia, terminata con “il silenzio”, è stata molto sentita da tutti i partecipanti.

Tornati all’oratorio, abbiamo cenato e siamo andati a dormire, dato che era già l’una di notte e la mattina seguente dovevamo essere alle 9 a messa.

Finita la messa e fatta un’attività che puntava al miglioramento della carta di clan,  è arrivato il momento più importante della giornata: il pranzo con lo spiedo alla bresciana, un must per concludere alla grande l’uscita.

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Terminato il pranzo ognuno si è diretto, chi con il treno e chi in macchina verso casa, con nuove conoscenze ed esperienze da raccontare.

Un sentito ringraziamento va a Pietro Ghetti e Elsa Pelizzari che, con la collaborazione dell’associazione “Fiamme Verdi”, hanno reso in gran parte possibile quest’attività.

Grande interesse di pubblico per il libro su Teresio Olivelli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il resoconto delle numerose presentazioni del libro di Anselmo Palini Teresio Olivelli. Ribelle per amore (Roma, Edizioni AVE, 2018), tenutesi in molte realtà della nostra provincia.

Un grazie ad Anselmo per il grande lavoro di divulgazione che sta portando avanti!

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Il discorso ufficiale di Rolando Anni in Piazza Loggia, 25 Aprile 2019

Rolando Anni, oratore ufficale

Rolando Anni, oratore ufficiale del 25 Aprile 2019

Care amiche e cari amici,

permettete che vi chiami così, perché se oggi siamo qui significa che, al di là delle nostre differenze, condividiamo alcuni valori.

Ho pensato più volte, in questi giorni, a cosa avrei potuto dire di non banale o di già sentito, e, soprattutto, mi sono posto una domanda ineludibile anche se dolorosa: quale senso ha proporre il ricordo di una vicenda come quella della Resistenza a tanti anni di distanza?

Noi sappiamo che il trascorrere del tempo attenua irrimediabilmente il ricordo di ciò che è stato. Per i nostri figli e i nostri nipoti il tempo della Resistenza è sempre più lontano. Ma questo, come per ogni vicenda storica, è nell’ordine delle cose.

Contemporaneamente pare che si attenuino o addirittura scompaiano dal nostro orizzonte civile anche i valori e i principi per cui tanti giovani sono vissuti e sono morti. Basta guardare alla triste cronaca politica e non si può non pensare che sia perduto il senso morale, cioè di ciò che è bene e male, giusto e ingiusto. E questo non è nell’ordine delle cose.

Oggi ci troviamo di fronte alle quelle forme di pensiero e di azione che Umberto Eco, in uno scritto del 1997, più di venti anni fa, e recentemente ripubblicato, definiva Ur-fascismo, cioè fascismo eterno in contrapposizione al fascismo storico degli anni Trenta e Quaranta.

Esso è caratterizzato dal rifiuto della modernità, dal culto dell’azione per l’azione, dal sospetto nei confronti della cultura, dal rifiuto dello spirito critico, dalla paura delle differenze, dalla xenofobia, dal razzismo, dal disprezzo per i deboli, dal populismo secondo cui gli individui in quanto individui non hanno diritti ed il popolo è costituito da un’entità monolitica, di cui il leader pretende di essere l’interprete.

Ecco, di fronte a questa realtà possiamo opporci solo con le armi apparentemente deboli ma forti della democrazia. La democrazia è infatti debole perché consente a coloro che vi si oppongono la possibilità, nella libertà, di avere gli strumenti per limitarla o cancellarla.

Ma è forte perché si fonda sulle leggi e sulla Costituzione che la tutela. La libertà e la democrazia non sono conquiste ottenute per sempre e per tutti, anche e soprattutto per coloro che non condividono le nostre idee (altrimenti che libertà sarebbe?). Ma davvero (ne erano fortemente consapevoli i giovani ribelli di settant’anni fa) vanno riconquistate ogni volta, da ognuno di noi.

Ho pensato di proporre quattro brevi riflessioni a me in primo luogo, che ognuno di voi potrà poi, se lo vorrà, ripensare per se stesso.

 

1. La Resistenza venne fatta da giovani che erano stati educati dal fascismo a dire di sì, a credere, obbedire e combattere, secondo uno slogan diffuso. Ebbene proprio questi ragazzi, cresciuti nell’esaltazione dell’obbedienza assoluta e indiscutibile, si trovarono di fronte alla tragica realtà della guerra, dei bombardamenti, della fame, dell’occupazione tedesca e del fascismo che con i tedeschi collaborava.

Dovettero, dunque, con enorme fatica, imparare a dire di no, a rifiutare l’obbedienza ad un’autorità ingiusta e oppressiva. Non fu certo facile, ma alcuni giovani uomini (non migliori né peggiori di noi, non più o meno intelligenti di noi) impararono a dire di no e impararono, per dignità e non per odio, a combattere altri uomini.

A me pare che la scelta dei giovani di tanti anni fa, quella cioè di rifiutare i falsi valori e di prendere, con molta fatica e molti dubbi certamente, non la strada più comoda, ma quella più giusta costituisca una grande lezione per tutti noi ancora oggi.

Non vorrei che fossero chiamati eroi questi giovani uomini, ma chiamati col nome che è più adatto a loro: esseri umani, desiderosi di vivere. Perché i ribelli, i partigiani non desideravano la morte, ma desideravano vivere e per questo erano disposti anche a morire. E non sembri questo atteggiamento una contraddizione. Non esaltavano la “bella morte”, come i loro coetanei fascisti, ma sottolineavano il valore assoluto della vita.

 

2. E dunque, per tornare alla questione posta all’inizio, esiste un messaggio della Resistenza che possa assumere un significato per i giovani di oggi, per i nostri figli e i nostri nipoti e che, dunque abbia un senso per il nostro comune futuro?

Sono giovani, lo sappiamo bene, che vivono, al di là dei loro atteggiamenti esteriori, con un forte disagio, e con pena profonda, i problemi dell’oggi, che faticano a prendere le misure di una realtà difficile da affrontare e spesso persino a trovare un senso alla loro vita.

Devono anche convivere con questioni che rendono oscuro il loro futuro, in primo luogo la scarsità e la mancanza di lavoro.

Che cosa può dire loro una vicenda di oltre 70 anni fa?

Apparentemente nulla.

Eppure, se è vero che noi non possiamo trasmettere le nostre esperienze e le nostre convinzioni come un’eredità, è anche vero che possiamo però vivere secondo i principi in cui crediamo.

Si può essere indifferenti o infastiditi di fronte ai discorsi, è difficile invece esserlo di fronte ai valori vissuti e non solo proclamati.

Allora la memoria del passato è di fondamentale importanza per noi in quanto individui (siamo, infatti, letteralmente costruiti di memoria e se la perdiamo, perdiamo noi stessi), ma anche e soprattutto per la società in cui viviamo. Conservarla è un nostro compito.

Non posso, tuttavia, non rilevare due pericoli legati alla memoria.

Il primo: che si costruisca una memoria priva di coscienza e di razionalità. In questo caso il ricordo della Resistenza potrebbe ridursi a pura cerimonia e a una commozione che dura pochi istanti.

Accanto al sentimento deve trovare posto anche la ragione, lo scriveva Primo Levi, per capire, per riflettere e quindi per tradurre quella commozione in valori da vivere, altrimenti il ricordo diviene sterile, perde di significato e non svolge più alcuna funzione.

Il secondo pericolo: quello di costruire una memoria per così dire, pervasiva, tale cioè da legare totalmente al passato gli individui e le comunità in modo paralizzante e opprimente. È invece necessaria una memoria liberante, tale cioè che porti gli individui e le comunità a vivere nel presente e a guardare avanti, nella consapevolezza che conservare e preservare le proprie radici renda l’albero del futuro più saldo e rigoglioso.

 

3. Esiste un libro le cui parole risuonano sempre più forte col passare del tempo e che raccoglie le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea. Europea, ripeto, perché fu proprio attraverso la resistenza della «meglio gioventù» d’Europa, perseguitata e uccisa dal fascismo e dal nazismo che nacque l’Europa non del denaro, ma della comune fede nella democrazia, nella libertà e nella ricerca della giustizia sociale.

E fu grazie alla Resistenza che l’Italia, paese aggressore e invasore, poté ritrovare la propria dignità.

Questo libro è il vero monumento alla Resistenza, fatto di parole, deboli come lo sono le parole che possono essere soffocate, ma forti perché esse sono le più semplici, e perciò più profonde e sanno parlare al nostro cuore e alla nostra intelligenza.

Nella prefazione a quel libro Th. Mann scrisse:

«Ammiriamo la poesia perché sa parlare come la vita, ma siamo doppiamente commossi della vita che parla, senza saperlo, proprio come la poesia»

Coloro che le scrissero quelle lettere sono donne e uomini, come noi, che amavano la vita e non avrebbero voluto abbandonarla, eppure dovettero affrontare la morte.

Nelle loro lettere traspare una serenità che a noi, lettori di tanti anni dopo, ancora stupisce e pare incomprensibile.

Questa serenità era senz’altro dovuta al desiderio di non turbare e addolorare ancora di più i genitori, la moglie, i figli, la fidanzata.

In quel libro ci parla ancora oggi, con forza intatta, Giovanni Venturini, che torturato in modo brutale, scrive alla madre:

Ormai sono ridotto a misera cosa, non sono più uomo e qualche volta piango dal dolore dei miei piedi che non mi serviranno più.

Pazienza, sono rassegnato! Si vede che anche questo era scritto nel libro della mia vita. Perdono a tutti e auguro a nessuno quello che ho sofferto e soffro io, nemmeno a chi lo ha fatto a me, nemmeno alle bestie.

Si avverte però in esse qualcosa d’altro.

A me pare, il loro, un atteggiamento per così dire profetico in senso biblico. È cioè presente in quelle parole la profonda convinzione che il mondo dell’ingiustizia e della violenza sia destinato a finire e che ad esso stia per sostituirsi un mondo diverso e più giusto. Un mondo che può essere soltanto intravisto da coloro che scrivono le loro ultime lettere e stanno affrontando i giorni più difficili e dolorosi della loro esistenza, nella consapevolezza che quel mondo non lo vedranno.

Mi pare anche che ci sia una profonda convinzione: che la loro vita, per quanto breve, non sia stata vissuta inutilmente, che abbia avuto un significato. Con parole semplici e insieme profonde emergono valori e i sentimenti, per cui ogni essere umano sente che vale la pena di vivere.

 

4.  Un’ultima riflessione nasce da una lettera, probabilmente dell’ultimo partigiano caduto in combattimento il 1° maggio, il diciottenne Bortolo Fioletti, che, al momento di salire in montagna, di nascosto dalla madre, così le scrive:

 

Cara mamma,

non piangere per me. Perdonami e pensa se io fossi tra coloro che martirizzano la nostra gente […] Io sono qui per nessuno altro scopo che la fede, la giustizia e la libertà, e combatterò sempre per raggiungere il mio ideale […]

Presto verremo giù, e vedrai che uomini giusti saremo. Allora si vivrà con la soddisfazione di vivere e non con l’egoismo di oggi.

 

Sono queste parole un progetto di vita. Di fronte a problemi non meno complessi di quelli di 74 anni fa, sta a noi, donne e uomini di oggi, di essere o tornare a essere donne e uomini giusti.

 

Rolando Anni

Piazza della Loggia, 25 Aprile 2019

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