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Il nostro omaggio a Laura Bianchini

Nella giornata in cui si festeggia la nascita della Repubblica Italiana, il nostro presidente Alvaro Peli ha rappresentato tutte le Fiamme Verdi di Brescia, presso il Famedio del cimitero Vantiniano,  al ricordo per Laura Bianchini , una delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente.

 

 

 

 

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“La Preghiera del Ribelle” in video

Care Amiche, Cari Amici,

in questo 25 Aprile così particolare, vi giunga il nostro affettuoso augurio di Buona Festa della Liberazione!

Per ricordare questo 75° Anniversario, i nostri giovani hanno realizzato due bellissimi filmati, diffusi sulla pagina Facebook dell’Associazione, con due versioni speciali e “partecipate” della Preghiera del Ribelle del Beato Teresio Olivelli.

Guardatele cliccando su questo link per il primo e su questo link per il secondo!

Condivideteli liberamente e… Buon 25 Aprile a tutti e a tutte!

Associazione Fiamme Verdi Brescia

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25 Aprile: “Non tradire più l’uomo”

Pubblichiamo volentieri la riflessione dell’amico Anselmo Palini comparsa su “La voce del popolo” di oggi, 23 aprile 2020 (n. 17, pag. 8).

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«Il motto con cui abbiamo fatto la Resistenza era: “Non tradire più l’uomo”. Resistenza era la scelta dell’umano contro il disumano, quale presupposto di ogni ideologia e di ogni etica personale. Se nel campo morale la Resistenza significò la rivendicazione della dignità umana uguale per tutti, e il rifiuto di tutte le tirannie, nel campo politico la Resistenza significò la volontà di creare una società retta sulla collaborazione volontaria degli uomini liberi».

Queste parole, pronunciate da padre David Maria Turoldo il 31 maggio 1985, in occasione di un incontro con gli studenti dell’istituto Castelli di Brescia, esprimono bene il senso e l’attualità del 25 aprile. Non un rito retorico e stantìo, ma l’occasione per riflettere sul nostro passato con lo sguardo però rivolto al presente e al futuro.

Nel suo intervento al Castelli, padre Turoldo ricordava una riflessione di Piero Calamandrei in cui si dice che le nuove generazioni «imparano, forse, chi è Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi; non sanno chi fu quel giovanotto della Lunigiana che, crocifisso ad una porta perché non voleva rivelare i nomi dei propri compagni, rispose: li conoscerete il giorno della Liberazione».
Non sanno, possiamo continuare noi, chi furono i “ribelli per amore”, chi furono Astolfo Lunardi ed Ermanno Margheriti, padre Manziana e padre Bevilacqua, Mario Bettinzoli e Giacomo Perlasca, Luigi Ercoli e Gian Andrea Trebeschi, Teresio Olivelli e Romolo Ragnoli, Emiliano e Federico Rinaldini, don Carlo Comensoli, don Giacomo Vender e padre Luigi Rinaldini, Ferruccio Lorenzini e Tita Secchi…, tutte persone che hanno pagato con la vita, con il carcere o con la clandestinità il proprio amore per la libertà. Ecco allora che il 25 aprile innanzitutto ci deve far ricordare da dove veniamo e ci deve aiutare a rinnovare la memoria di quanti hanno lottato per la liberazione dal nazifascismo. Poiché, come osserva Liliana Segre,«la memoria è l’unico vaccino che abbiamo contro l’indifferenza».

Ma la celebrazione del 25 aprile ci deve aiutare anche a capire meglio il presente e a progettare il futuro. Ha scritto don Primo Mazzolari: «I veri valori della Resistenza sono contenuti e difesi da questa formula evangelica: la verità non si difende con la menzogna, la giustizia con l’iniquità, la libertà con la sopraffazione, la pace con la guerra». È come dire, per usare le parole di papa Francesco ripetute anche nei riti del periodo pasquale, che «non abbiamo bisogno di muri e di reticolati, ma di ponti», che «non ci servono fucili e bombe ma pane e sanità».

Luisito Bianchi, autore de La messa dell’uomo disarmato, alla domanda «Quale fu la ragione della Resistenza?» ha così risposto: «Il pensare che era possibile un mondo che non fosse asservito ad un potere strumentalizzante l’uomo, un mondo in cui non ci fossero più guerre e ingiustizie, un mondo in cui ci fosse il riconoscimento di tutti, dove a un dovere corrispondesse un diritto e viceversa».
Ad ognuno di noi il compito di contribuire a realizzare tutto ciò.

Anselmo Palini

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Riflessioni sui Valori della Resistenza e delle Fiamme Verdi

Cliccando su questo link è possibile accedere al lavoro che i nostri ragazzi hanno svolto pensando, in particolare, ai gruppi scout di Brescia e del Sebino.

Riflessioni che, naturalmente, valgono e varranno sempre per tutti noi.

Li ringraziamo e li condividiamo volentieri con tutti voi, in occasione di questo 25 Aprile.

 

“Vedrai che uomini giusti saremo”. Lettere della Resistenza bresciana – 25 aprile 2020

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Il progetto di lettura collettiva “MAGIC BOX, ASCOLTA TI SENTO”, nato il 12 Marzo 2020 da un’idea di Beatrice Faedi e realizzato insieme a Tiberio Faedi, Elisa Lancini e SomebodyTeatro, su invito e in collaborazione con l’ASSOCIAZIONE FIAMME VERDI presenta

VEDRAI CHE UOMINI GIUSTI SAREMO
Lettere della resistenza bresciana

Letture a cura di Beatrice Faedi

con i contributi e la partecipazione libera dei lettori di Magic Box

Come celebrare oggi, in pieno tempo di reclusione da coronavirus, un anniversario importante come quello del 25 Aprile e della Liberazione? Quanto è necessario tenere viva la memoria in un momento in cui ci sentiamo sperduti e reclusi e i ricordi diventano parte ancora più viva, se possibile, dei nostri giorni? Il progetto di lettura collettiva Magic Box, quasi 600 iscritti e più di 100 partecipanti attivi, in questo mese di inattività forzata dove affidarsi alle pagine della letteratura è diventato per tanti un piccolo grande momento di sollievo e forza, dedica, su invito ed in collaborazione con le Fiamme Verdi, la giornata del 25 Aprile alla lettura delle lettere dei condannati della Resistenza bresciana.

Sabato 25 Aprile, senza soluzione di continuità, a partire dalle 9 del mattino, all’interno della piattaforma Magic Box https://www.facebook.com/groups/637681896793731/) che per l’occasione sovverte il suo palinsesto, sulla pagina Facebook dell’Associazione Fiamme Verdi https://www.facebook.com/pg/fiammeverdibrescia/posts/?ref=page_internal e su questo sito,  Beatrice Faedi leggerà, insieme a un testo di Giannetto Valzelli,  le lettere – spesso di giovanissimi (l’ultimo caduto della Resistenza, Bortolo Fioletti detto “Poldo”, aveva 17 anni, e il titolo dato all’iniziativa che vi presentiamo “Vedrai che uomini giusti saremo” lo dobbiamo alla sua penna) – raccolte nel libro, edito da Einaudi (prima ed. 1952) dal titolo Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana, 8 Settembre 1943 – 25 Aprile 1945 a cura di Pietro Malvezzi e Giovanni Pirelli.

Il gruppo di lettori di Magic Box contribuirà a questa giornata partecipando con la lettura di brani scelti secondo suggestioni personali: sentiremo riecheggiare voci, racconti e narrazioni di una memoria viva e collettiva.

Le letture saranno rilanciate dai social media dell’Associazione “Fiamme Verdi”.

 

 

Il nostro saluto a Cesare Trebeschi

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Le Fiamme Verdi salutano con affetto e riconoscenza Cesare Trebeschi, che oggi ci ha lasciato.
Vogliamo ricordare l’Amico e la guida, sempre al nostro fianco e pronto a trasmettere anche alle nuove generazioni il valore dell’impegno e della libertà, grazie anche all’esempio della figura del padre Andrea, deportato e poi morto in campo di concentramento.
L’attività politica, vissuta nella sua accezione più alta ed i suoi insegnamenti morali rappresentano per noi un ricordo indelebile ed uno stimolo per mantenere nel tempo il nostro impegno in difesa dei valori della Resistenza.

 

Un messaggio e un augurio per la Pasqua 2020

Rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.

(Teresio Olivelli)

Care amiche, cari amici,

è passato oltre un mese da quando l’emergenza per il COVID-19 ci ha confinati dentro le nostre case.

Mai avremmo pensato di vivere, in un tempo così breve e dall’oggi al domani, una situazione tanto dura da sembrarci crudele.

Abbiamo visto scene di affollamento spaventato nei supermercati, nei negozi, sui treni, per cercare di sfuggire dall’ansia del contagio.

Abbiamo visto le nostre strade svuotarsi e le piazze diventare deserte e metafisiche.

Abbiamo visto le scuole, le università, i bar, i negozi, le diverse attività chiudere, una dopo l’altra.

Abbiamo visto gli ospedali riempirsi rapidamente e andare in sofferenza per i pochi posti letto disponibili.

Abbiamo visto i nostri conoscenti, i nostri amici, i nostri cari, specie quelli più fragili e preziosi, ammalarsi e andarsene in silenzio, soli, lontano dai nostri occhi.

Abbiamo visto estinguersi una generazione di anziani, molti dei quali erano stati testimoni degli orrori della dittatura fascista e protagonisti della lotta di liberazione.

Abbiamo visto le bare allungarsi in file interminabili, nelle camere mortuarie degli ospedali, nelle navate delle chiese, nei magazzini un tempo dedicati alle nostre attività.

Abbiamo visto i camion militari sfilare lenti sulle nostre strade per portare via i nostri morti, perché qui non c’era più posto per tenerli.

Abbiamo visto seppellire i nostri morti senza un funerale, senza un fiore, senza il calore di una partecipazione umana.

Abbiamo visto le nostre aziende rallentare, fermarsi, chiudere i battenti, sospendere l’attività nella speranza di poter ripartire, sapendo che potrebbe anche non accadere.

Abbiamo visto persone perdere il lavoro, il sostentamento economico, gli affetti.

Abbiamo visto qualcuno che ha smarrito la propria identità, persino la propria dignità.

Abbiamo visto la nostra libertà, la nostra democrazia, la nostra società occidentale – condizioni di normalità che abbiamo sempre dato per scontate, e che invece erano state pagate a tanto caro prezzo – venire sospese, congelate, messe in discussione, annichilite da un virus microscopico, insidioso, sconosciuto, subdolo, e per molti letale.

Siamo sgomenti. Siamo preoccupati. Siamo spaventati. Siamo impotenti.

Anche oggi, che è il Giovedì Santo, all’inizio del Triduo Pasquale, abbiamo di fronte la Passione e la Morte, e fatichiamo a guardare alla Risurrezione.

Ma abbiamo visto anche altro.

Abbiamo visto le persone affacciarsi alle finestre.

Abbiamo visto le persone parlare e interessarsi del destino quotidiano dei loro vicini.

Abbiamo visto le persone sostenersi a distanza, disegnare arcobaleni, cantare canzoni.

Abbiamo visto i medici, gli infermieri, il personale sanitario donarsi con generosità per aiutare chi soffre, a rischio della propria pelle.

Abbiamo visto i volontari, le forze dell’ordine, i lavoratori delle filiere che sostentano la nostra esistenza spendersi con grande impegno per tener viva la rete sociale che ci protegge.

Abbiamo visto i lavoratori impossibilitati a uscire industriarsi per lavorare da casa, a distanza.

Abbiamo visto i maestri, i professori, i musicisti, i poeti continuare da casa la loro meravigliosa azione di educare e arricchire i nostri giorni.

Abbiamo visto i sacerdoti, i religiosi e le religiose di ogni confessione pregare Dio – con qualunque nome ciascuno lo chiami – affinché ci aiuti e ci sostenga in questo momento di smarrimento.

Abbiamo visto gesti di generosità, di solidarietà, di condivisione.

Vedendo tutto questo, abbiamo imparato.

Abbiamo imparato che siamo fragili, deboli, mortali anche quando ci sentiamo onnipotenti.

Abbiamo imparato che le cose davvero importanti si apprezzano di più quando vengono a mancare.

Abbiamo imparato che ciascuno di noi, anche il più piccolo e il più apparentemente insignificante, è importante.

Abbiamo imparato che non possiamo essere felici da soli.

Abbiamo imparato a sorridere con gli occhi.

Abbiamo imparato che abbiamo bisogno di umanità.

Imparando, abbiamo fatto delle promesse.

Abbiamo promesso di ricordare ciò che è stato.

Abbiamo promesso di guardare alla lezione del nostro passato per guidare consapevolmente il futuro.

Abbiamo promesso di impegnarci a scegliere il bene, a lottare per il bene.

Abbiamo promesso di lavorare perché ciascuno abbia la sua parte di bene.

Abbiamo promesso di essere persone migliori.

Care amiche, cari amici: abbiamo vissuto momenti terribili, abbiamo sperimentato sentimenti contrastanti, come i nostri padri, settantacinque anni fa.

Un giorno questo inferno finirà, e come Dante, torneremo “a riveder le stelle”.

Porteremo con noi quel che abbiamo visto e quel che abbiamo imparato.

E potremo dimostrare di essere all’altezza delle nostre promesse.

Toccherà a noi fare ciò che i nostri padri fecero allora: avere il coraggio di investire tutti noi stessi sulla libertà, nella libertà, per la libertà.

Perché nessuno resti solo.

Perché nessuno resti indietro.

Perché ciascuno possa essere felice.

Buona Pasqua di Risurrezione. Buona Pasqua di Liberazione.

Associazione Fiamme Verdi, Brescia

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Pubblicati on line i «Quaderni del ribelle»

In preparazione alle celebrazioni per il Settantacinquesimo Anniversario della Liberazione, l’Associazione “Fiamme Verdi” Brescia mette a disposizione in formato digitale la ristampa anastatica dei «Quaderni del ribelle», che idealmente completano le serie complete di «Brescia Libera» e de «il ribelle» (1943-1945), già disponibili dal 2017 sul sito www.il-ribelle.it.

Gli undici preziosi «Quaderni» sono consultabili e scaricabili (http://www.il-ribelle.it/quaderni/) nella versione PDF ad alta risoluzione impiegata per la ristampa cartacea del 2018 promossa dall’Associazione “Fiamme Verdi” in collaborazione con l’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, con il patrocinio della Federazione Italiana Volontari della Libertà e della Provincia di Brescia; nello stesso formato possono essere letti e scaricati anche i numeri di «Brescia Libera» e de «il ribelle» (http://www.il-ribelle.it/numeri/). Un particolare ringraziamento a Danilo Aprigliano per aver curato la parte tecnica.

Il sito mette anche a disposizione una breve Storia de «il ribelle» (http://www.il-ribelle.it/storia/), accompagnata da una Guida alla lettura de «il ribelle» (http://www.il-ribelle.it/guida-ribelle/) e da una Lettura tematica dei «Quaderni del ribelle» (http://www.il-ribelle.it/guida-quaderni/), entrambe opera di Rolando Anni dell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea.

In una stagione come quella in cui stiamo vivendo, segnata dal costante riemergere di rigurgiti d’intolleranza fascista – si legge nella premessa alla ristampa – i semplici fogli di questi «Quaderni» propongono una risposta valoriale e nonviolenta al risollevarsi di atteggiamenti d’intolleranza, di rivendicazione sovranista, di egoismo sociale e politico, di ricerca del capro espiatorio da abbattere a ogni costo, che furono il primo nutrimento del fascismo.

Una risposta che – ieri come oggi – è prima di tutto morale, ma che si propone di essere programmatica, per aiutare a costruire un futuro che tenga ben salde le sue radici nell’antifascismo e nell’amore per la libertà, valori che ispirarono il pensiero e l’azione delle donne e degli uomini del nostro migliore passato, che si chiama – ora e sempre – Resistenza.

Per ricordare Emi Rinaldini, 75 anni dopo – Belprato, 16 febbraio 2020

 

Emiliano Rinaldini, maestro e “ribelle per amore”, ricordato nel 75° anniversario della barbara uccisione.

Dopo 75 anni, quale traccia resta della Resistenza e delle persone che nel Bresciano vissero, e morirono, per gli ideali della lotta partigiana?

Per iniziativa della parrocchia di Sant’Antonio Abate in Belprato, del Centro studi “la Brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi e la Resistenza Bresciana”, delle Fiamme Verdi Provinciali, del Museo della Resistenza di Pertica Bassa, a Belprato, nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate, domenica 16 febbraio 2020, si è svolta la commemorazione del partigiano Emiliano Rinaldini, maestro e “ribelle per amore”.

Il programma si è articolato tre momenti:

Il suffragio:

ore 9.30: S. Messa, celebrata da don Raffaele Maiolini, Parroco;

La commemorazione:

ore 10.30 :

  • Il ricordo delle Fiamme Verdi
  • Il profilo storico, letture a cura di Daria Gabusi e Margherita Mensi
  • Il sacrificio dell’eroe, racconto di Giuseppe Biati

L’omaggio:

ore 11.30: visita al cippo, presso la chiesa di S. Bernardo.

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Il 10 febbraio del 1945, veniva barbaramente trucidato, nei cruenti fatti della lotta di Liberazione dal nazi-fascismo, il partigiano-maestro, Emiliano Rinaldini, detto “Emi”, luminosa figura di “ribelle per amore”.

Veniva ucciso dai repubblichini, dopo una avventurosa cattura e in seguito al suo pervicace silenzio nella richiesta di delazione.

Aveva 23 anni!

Suo il diario: “Il sigillo del sangue”.

Ma chi era Emiliano Rinaldini?

Il deportato nei lager di sterminio tedeschi, Lino Monchieri, da Rinaldini definito “l’amico più caro”, commemorando proprio in Belprato (in occasione del 50° anniversario, il 2 luglio 1995) la figura del partigiano, “ribelle per amore”, ne tratteggiava così le radici valoriali.

“Nato a Brescia il 19 Gennaio 1922, studente all’Istituto Magistrale “Gambara”; assiduo della Casa della Pace, ebbe un’educazione privilegiata da una famiglia autenticamente cristiana, salda nella fede.

La sua vocazione alla scuola maturò con gli esempi che gli venivano dai genitori, dai maestri, dall’oratorio filippino.

La sua coscienza antitotalitaria si consolidò vivendo accanto al padre antifascista e al fratello maggiore che un giorno gli diede da leggere l’enciclica di Pio XI “Non possumus” sull’educazione della gioventù e di aperta denuncia dei metodi sopraffattori del regime fascista.

E fu ancora il padre ad avviare Emi, con un primo serio discorso, verso un giudizio morale di condanna della tirannia littoria.

Le letture, suggerite e consigliate dai padri della Pace, specialmente dal suo direttore spirituale P. Carlo Manziana, fecero il resto.

Scelto da Vittorino Chizzolini – eminente figura di apostolo e di studioso dei problemi dell’educazione e della scuola – come collaboratore di redazione della rivista “Scuola Italiana Moderna”, Emi perfezionò la sua preparazione e affinò la sua sensibilità, prima in seno al “Gruppo Pedagogico” dell’Editrice “La Scuola”, poi nei convegni di studio promossi dal “Paedagogium”, un Istituto sorto in collaborazione tra l’Università Cattolica di Milano e il Gruppo di S. I. M.

Insegnò, anche, come supplente, nelle scuole elementari “Papa” della Mandolossa e “Tito Speri” di Corso Magenta in città. (…)

Quando la storia d’Italia voltò pagina e la Resistenza segnò il momento del riscatto, Emiliano Rinaldini non si sottrasse all’impegno, cui veniva chiamato da una coscienza limpida e dritta, sotto il segno delle coraggiose innovazioni che dovevano portare al ritorno delle libertà democratiche e alla Costituzione repubblicana.

Il 13 Febbraio, a Belprato, si svolsero i funerali di Emi. Fu un accorrere di valligiani che volevano vedere per l’ultima volta il volto del maestra-partigiano “che – come scriverà il suo biografo Antonio Fappani – aveva incoronato il sorriso del fanciullo con l’aureola del martire”.

Una mano ignota volle fermare la convinzione comune, con una scritta incisa sul tronco dell’albero presso il quale Emi era caduto, falciato dalla raffica omicida e fratricida. “Qui uccisero un angelo della terra”.

Mai epigrafe più bella fu scritta per la morte di un uomo. (…)

…rileggendolo quando scrive ”Chi è morto rimane tra noi non come ricordo, ma come un fratello, un amico che ad ogni istante c’insegna la via da percorrere” non ci sono dubbi: Emi ci addita la via da seguire. Insieme al bisogno di testimoniare un impegno e rinnovare una promessa.

Infatti, non ha senso commemorare Emiliano Rinaldini se non rinnoviamo l’impegno per l’avvento di una società migliore e la promessa di difendere la libertà contro ogni tentativo di involuzione reazionaria. Mentiremmo a noi stessi se ritenessimo di invocare da Emi uno spirito rinunciatario che ci emargini alla indifferenza e alla periferia del nostro tempo, anziché la forza e il coraggio di respingere ogni ambiguità e ogni ipocrisia, in nome di una fedeltà a tutta prova ai valori e agli ideali (che valgono per quel che costano e non per quel che rendono, come ha dimostrato con il sacrificio supremo della sua stessa vita!) necessari ad un autentico progresso civile ed a un’auspicata promozione morale.

Dalla testimonianza di Emi noi dobbiamo trarre la conferma che soltanto il rispetto della persona e della sua spiritualità suscita la capacità di operare scelte responsabili sia nel campo sociale che in quello politico.

Sul suo alto esempio, soprattutto noi educatori, uomini di scuola e di comunità, dobbiamo imparare a vivere le libertà democratiche come autodisciplina, come regole di vita tollerante e solidale, come concreto amor di prossimo, come ricerca di civile convivenza, come impegno a non crescere indifferenti, disamorati, disimpegnati, disancorati dalla fede nell’uomo e nei valori che lo aiutano a maturare in un contesto di crescita civile e di guadagno spirituale.

Emi è morto per additarci le scelte degne di essere operate: e prima di tutte la scelta che fu di Olivelli e dei “ribelli per amore”: contro il fascismo come scelta di verità e di civiltà. Ai cristiani non è consentito di servire due padroni: l’amor del prossimo e la violenza contro il proprio simile, l’odio e la chiamata a servire gli altri.

Così Emi ci ricorda che non si amano i poveri senza lavorare per il loro riscatto; non si amano i bambini se non si educano alla pace con giustizia, alla libertà nella tolleranza; non si ama la scuola senza lottare perché torni al centro della vita morale e civile…

Nel nome di Emi, qui e dove egli offrì la sua giovinezza perché la patria fosse diversa, in un progetto di pace e di bene, facciamo giuramento che ci batteremo per la libertà chiudendo ai fascismi del nostro tempo ogni strada che non sia quella della concordia e della consapevole certezza innovatrice.

I molti che l’hanno conosciuto si chiedono: se oggi Emi fosse qui, che farebbe? Noi che gli siamo rimasti fedeli, abbiamo il dovere di ricordarlo per quel che era, per la scelta che ha fatto, per la morte che ha incontrato. Con lui, nel buio del tempo, prendemmo solenne impegno di non seguire false piste e falsi profeti.

Saremmo spergiuri se ci attestassimo su comode e codarde posizioni di retroguardia e di disimpegno di fronte al pericolo di una rifascistizzazione strisciante.

L’esempio di Emi ci propone non attendismi, risparmi d’energia, ambigue prudenze; al contrario ci stimola alla generosità, alla dedizione, al sacrificio.

Lo squallido spettacolo dei moderni trionfalismi, figli degeneri dell’era pubblicitaria e del nefasto consumismo, non deve infiacchire la nostra volontà di resistenza, per non incoraggiare – con la nostra impertinente vacanza dello spirito – l’arroganza e la prepotenza dei nuovi idoli dalle false promesse e dalle accertate inconsistenze morali; gli stessi che hanno immolato Emiliano Rinaldini e insanguinato le piazze d’Italia…

Oggi non è più tempo di catacomba, ma di azione manifesta: Emi ci precede, ci aiuta a non cedere, a vigilare con spirito pronto.

In questo luogo, bagnato dal sangue d’un giovane “giusto e pio”, vogliamo riscattare, nel nome del popolo bresciano – fedele alla fede e alla giustizia –   la nostra meschinità e la nostra accidia, per rinnovare con intrepida fede la nostra “ribellione per amore”, ripetendo con Lui e con quanti lo hanno amato, le parole consacrate dalla storia: “Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti e se cadremo fa’ che il nostro sangue si unisca a quello dei nostri morti per crescere al mondo giustizia e carità”.

Il discorso di Lino Monchieri è oggi ancora attualissimo.

Celebrare questo 75° significa, per noi del Centro Studi, incentivare ad una proficua riflessione su violenti ed inenarrabili fatti che sembrano lontani nel tempo, ma che hanno sfaccettature drammatiche nella quotidianità spesso intessuta ancora e purtroppo di rigurgiti fascisti, di proclami di intolleranza, di contrapposizioni acerbe e improntate all’odio e alla discriminazione.

Non basta condannare, è necessario agire nella linea di una Costituzione italiana da attuare e vivificare, Costituzione nata dalla lotta resistenziale di “uomini liberi e forti”.

Nel gelido febbraio di 75 anni fa, a due passi dalla chiesetta di S. Bernardo, Emi veniva fucilato all’alba della Liberazione da altri italiani.

Basterebbe ricordarsene, sempre.

(a cura del Centro Studi “la Brigata Giacomo Perlasca delle Fiamme Verdi e la Resistenza Bresciana”)

 

 

 

 

 

 

Giornata della Memoria 2020 – discorso del presidente tedesco Steinmeier allo Yad Vashem (Israele)

In occasione della Giornata della Memoria 2020 pubblichiamo, come spunto di riflessione, il testo – tradotto in italiano – del discorso ufficiale del Presidente Federale Frank-Walter Steinmeier in occasione del quinto World Holocaust Forum allo Yad Vashem (Israele), il 23 gennaio 2020.

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“Sia lodato il Signore (…) che mi permette di essere qui oggi.”

Poter parlare a Voi oggi qui allo Yad Vashem è una grande fortuna, un dono.

Signor Presidente Rivlin, Signor Moshe Kantor, grazie per quest’invito!

Stimati Capi di Stato e di Governo,

Eccellenze, ospiti dal mondo intero, soprattutto stimati testimoni del passato e superstiti della Shoah, qui allo Yad Vashem arde la fiamma eterna del ricordo dei morti nella Shoah.

Questo luogo ci ricorda la sofferenza di milioni di persone.

E ricorda le loro vite – ogni singolo destino.

Questo luogo ricorda Samuel Tytelman, un appassionato nuotatore, che vinse nelle gare del Maccabi Varsavia e ricorda la sua sorellina Rega che aiutava la madre a cucinare per lo shabbat.

Questo luogo ricorda Ida Goldiş e il suo bambino Vili di tre anni. In ottobre furono deportati dal Ghetto di Chișinău e a gennaio, nel freddo gelido, Ida scriveva per l’ultima volta ai genitori: “Sono profondamente dispiaciuta per non aver compreso appieno, quando ci siamo salutati, l’importanza di quell’attimo, […] per non avervi abbracciati strettamente, senza lasciarvi andare.”

Furono deportati da tedeschi. Tedeschi tatuarono dei numeri sui loro avambracci. Tedeschi tentarono di privare queste persone della loro umanità, di trasformarle in numeri, di cancellare nei campi di sterminio ogni ricordo di loro.

Non vi riuscirono.

Samuel e Rega, Ida e Vili erano esseri umani. E nella nostra memoria restano esseri umani.

Qui a Yad Vashem vengono concessi loro – come recita il libro del profeta Isaia – “un monumento e un nome”.

E mi trovo di fronte a questo monumento, anch’io come essere umano – e come tedesco.

Mi trovo di fronte al loro monumento, leggo i loro nomi, ascolto le loro storie. E mi inchino con profondo dolore.

Samuel e Rega, Ida e Vili erano esseri umani.

E anche questo va detto qui oggi: gli autori dei crimini erano esseri umani. Erano tedeschi. Gli assassini, le guardie, i complici, i conniventi erano tedeschi.

Lo sterminio di massa su scala industriale di sei milioni di ebrei, uomini e donne, il maggior crimine nella storia dell’umanità – è stato compiuto da miei concittadini.

La spietata guerra che avrebbe causato ben oltre 50 milioni di vittime è stata scatenata dal mio Paese.

A settantacinque anni dalla liberazione di Auschwitz mi trovo dinnanzi a Voi tutti quale Presidente tedesco, sotto il peso di una grande colpa storica. Allo stesso tempo provo una profonda gratitudine per la mano tesa dei sopravvissuti, per la nuova fiducia della gente in Israele e in tutto il mondo, per la vita ebraica che è tornata a fiorire in Germania. Mi anima lo spirito della riconciliazione che ha indicato alla Germania e a Israele, alla Germania, all’Europa e agli Stati del mondo una nuova via, una via di pace.

La fiamma eterna di Yad Vashem non si spegnerà mai. E la nostra responsabilità tedesca non avrà fine. Una responsabilità che vogliamo assumerci e in base alla quale dovete misurarci.

Sono grato per il miracolo della riconciliazione e per questo sono dinanzi a Voi e vorrei poter dire: la memoria ci ha reso immuni alla malvagità.

Sì, noi tedeschi ricordiamo. Anche se talvolta ho l’impressione che comprendiamo meglio il passato del presente.

Gli spiriti malvagi si presentano oggi in una nuova veste. E non è tutto, propongono il loro pensiero antisemitico, etnocentrico, autoritario come risposta per il futuro, come nuova soluzione ai problemi del nostro tempo.

Vorrei poter dire: noi tedeschi abbiamo imparato per sempre dalla storia.

Ma non lo posso dire se dilagano l’odio e l’istigazione all’odio.

Non lo posso dire se c’è chi sputa addosso ai bambini ebrei nei cortili delle scuole.

Non lo posso dire se, con la scusa di una presunta critica alla politica israeliana, si scatena un antisemitismo feroce.

Non lo posso dire se solo una pesante porta di legno impedisce a un terrorista di destra di compiere un massacro in una sinagoga ad Halle nel giorno di Yom Kippur.

Certo, i nostri tempi non sono gli stessi tempi di allora.

Le parole non sono le stesse.

I criminali non sono gli stessi.

Ma la malvagità è la stessa.

E rimane solo una possibile risposta: Mai più! Assolutamente mai più!

Per tale motivo il capitolo della memoria non potrà mai venire chiuso.

Fin dal primo giorno questa responsabilità è un principio fondante della Repubblica Federale di Germania.

Ma ci mette alla prova – qui e oggi!

Questa Germania sarà fedele a se stessa solo se sarà fedele alla sua responsabilità storica:

Noi lottiamo contro l’antisemitismo!

Noi ci opponiamo al veleno del nazionalismo!

Noi proteggiamo la vita ebraica!

Noi stiamo al fianco di Israele!

Questa è la promessa che io rinnovo oggi a Yad Vashem davanti agli occhi del mondo.

E so di non essere solo. Qui a Yad Vashem noi oggi assieme diciamo:

No all’odio contro gli ebrei! No all’odio contro gli uomini!

Dagli orrori di Auschwitz il mondo ha già tratto una volta degli insegnamenti e ha costruito un ordinamento di pace basato sui diritti dell’uomo e sul diritto internazionale. Noi tedeschi sosteniamo quest’ordinamento e, con Voi tutti, vogliamo difenderlo. Poiché sappiamo che ogni pace resta fragile. E come uomini rimaniamo seducibili.

Stimati Capi di Stato e di Governo, sono grato che noi oggi assieme ci assumiamo quest’impegno: A world that remembers the Holocaust. A world without genocide.

“Chissà se potremo sentire ancora il magico suono della vita? /

Chissà se potremo imprimerci nell’eternità – chissà.”

Salmen Gradowski scrisse queste righe mentre era detenuto ad Auschwitz e le sotterrò dentro un barattolo di latta sotto un forno crematorio.

Qui a Yad Vashem loro sono impressi nell’eternità: Salmen Gradowski, i fratelli Tytelman, Ida e Vili Goldis. Tutti loro furono uccisi. La loro vita andò persa nell’odio sfrenato. Ma la loro memoria vince sul nulla. E l’azione, la nostra azione vince sull’odio.

Questo è il mio impegno.

Questa è la mia speranza.

Sia lodato il Signore che mi permette di essere qui oggi.

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A  questo link è possibile scaricare e diffondere il testo della traduzione ufficiale: 200123-bundespraesident-israel-yad-vashem-italienisch

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