Search results: "Ermanno Margheriti"

Margheriti, Ermanno

Quando, il 6 febbraio 1944, ammazzano Lunardi e Margheriti è come se stessero fucilando padre e figlio. Ermanno Margheriti è la giovinezza al fianco della maturità di Lunardi. Già pronto alla morte, poco prima dell’esecuzione scrive a sua madre che questo «sacrificio non sarà il solo ed il mio sangue sarà versato per un ideale» dopo aver ribadito «quanto ho amato la mia Patria e per essa oggi offro la mia vita».

Il giovane Margheriti è nato a Cremona nel 1919 da un macchinista delle ferrovie antifascista. Nel settembre del 1940 si ritrova, dopo aver frequentato il corso allievi ufficiali del genio a Pavia, a combattere in Montenegro prima di essere trasferito in Piemonte e, poi, in Francia. Dopo l’armistizio, raggiunge Brescia dove organizza, insieme ad Astolfo Lunardi i gruppi ribelli dell’Alta Valle Trompia.

Nella notte del 5 gennaio 1944 viene arrestato dalla squadra politica della Questura appena messo piede a Brescia. Dopo crudeli torture e percosse, riescono a scucirgli alcuni nomi ed elementi importanti del movimento ribellistico prima che, dopo l’uccisione del fascista Benito De Spuches, il Tribunale speciale lo processi il 5 febbraio insieme a Lunardi con l’accusa di «organizzazione bande armate».

Margheriti e Lunardi vengono fucilati all’alba del 6 febbraio al poligono di tiro di Mompiano con in mano un piccolo crocifisso in mano.

Le Fiamme Verdi intitoleranno a lui una loro divisione.

Passarella, Franco

passarellaLa tragica vicenda che ha posto fine alla vita del giovane partigiano Franco Passarella (1925-1944) ha fatto – e fa tutt’oggi – discutere studiosi, storici, appassionati, giornalisti.
Con la collaborazione del prof. Rolando Anni, dell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’età contemporanea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, abbiamo ricostruito con chiarezza le drammatiche peripezie che hanno condotto alla morte di Franco.
Le pubblichiamo qui, senza alcun intento polemico, in ossequio alla memoria del giovane e nel rispetto dei fatti storici, consapevoli e convinti come siamo che ogni ricerca storica e ogni indagine biografica debba sempre, necessariamente e imprescindibilmente, essere accompagnata da una scrupolosa e onesta verifica documentaria di fonti, testimonianze e bibliografia scientifica, per evitare di trasformare opinioni in fatti e pareri personali in giudizi storici.

 Associazione “Fiamme Verdi”, Brescia
3 settembre 2017

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La vicenda di Franco Passarella in un recente volume

di Rolando Anni

Nato a Venezia il 25 ottobre 1925, Franco Passarella si trasferì con la famiglia a Brescia, dove frequentò l’ambiente della Casa della Pace. Ben presto entrò in contatto con alcuni degli iniziatori della Resistenza bresciana, tra cui Astolfo Lunardi e Ermanno Margheriti. Il padre, Ottorino, fu un componente del CLN bresciano in rappresentanza del Partito d’Azione.
Come altri giovani si impegnò nella distribuzione della stampa clandestina e in alcuni ingenui tentativi di boicottaggio, come tagliare le gomme degli automezzi militari.
Dopo avere trascorso un breve periodo a Venezia, ritornò a Brescia e il 19 giugno 1944 abbandonò la città per recarsi sui monti tra la Bassa Valle Camonica e la Valle Trompia insieme a un gruppo di giovani renitenti che intendevano collegarsi con le formazioni garibaldine. Nelle vicinanze del monte Muffetto, il 24 giugno, sorpreso da un rastrellamento, il gruppetto si disperse.
Trovatosi solo, Passarella vagò tra Fraine e Vissone. Sfinito, affamato e disarmato il 25 giugno incontrò dei partigiani, o sedicenti tali, che l’uccisero.
Sulla vicenda col trascorrere del tempo, nacquero voci e racconti che non favorirono il tentativo di fare luce su di essa.
Poco attendibile, ad esempio, la versione contenuta in un promemoria non firmato del 20 ottobre 1946 (Fondo Morelli, b. 65). In esso uno sconosciuto sacerdote scrive che un montanaro, in punto di morte, gli confessò di essere stato obbligato a fare da guida ad un reparto fascista durante un rastrellamento tra il 25 e il 30 giugno 1944. I fascisti raggiunsero uno dei partigiani. «Il giovane fatto prigioniero non voleva parlare, ma fu trovato in possesso di un documento militare da cui risultò chiamarsi Franco […] il giovane prigioniero portava calzoni grigioverdi e un camiciotto kaki; era molto alto e biondo, parlava italiano e non dialetto. Fu subito fucilato». Il montanaro fu poi costretto a seppellire il corpo.
Il luogo di sepoltura di Passarella venne ritrovato solo nell’aprile del 1946 da p. Luigi Rinaldini, che, dopo avere convocato la sorella per il riconoscimento, provvide alla sua sepoltura nel cimitero di Vissone. La salma fu più tardi traslata a Brescia per i funerali, celebrati da padre Carlo Manziana il 20 dicembre 1946.

Questo, in estrema sintesi, quanto è stato scritto finora. Nella primavera di quest’anno  è uscito un libro, Il partigiano Franco, ribelle per amore, Torino, Robin editore, 2017, di Anna Maria Catano, sul quale ritengo necessarie alcune precisazioni, sine ira ac studio e senza inutili polemiche. Per chiarezza procedo per punti e indico, dove riporto dei documenti, la loro posizione nell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea.

1. Non ho elementi né per confermare né per negare il fatto che Franco Passerella sia stato ucciso dalle persone indicate con nome e cognome nel libro, sulla base di testimonianze orali raccolte tra il 2012 e il 2013. Può darsi che il giovane Franco sia stato ucciso da quelli o da altri uomini per avidità, per una violenza divenuta quasi abitudine di vita durante una guerra come quella partigiana spesso estremamente feroce, o per altri motivi che non so precisare.
Posso solo affermare che i nomi degli individui indicati come gli assassini di Passerella non risultano in alcun elenco delle formazioni Fiamme Verdi stilati in quei mesi del 1944 e negli elenchi compilati nell’immediato dopoguerra e conservati nell’Archivio.

2. Notizie sulla scomparsa di Passarella vennero richieste dai suoi familiari a Romolo Ragnoli, che il 14 luglio1944 chiese, a sua volta, ai gruppi delle Fiamme Verdi della Bassa Valle Camonica di avviare delle ricerche sul giovane «di nascita veneziano, alto m 1,87, biondo, occhi celesti, aggregato al gruppo di Marcheno della brigata Garibaldi» che «fu preso in un’imboscata a Pian d’Artogne il 24 giugno. Dopo di allora non si ebbero notizie: non risulta né tra i quattro morti, né tra i 17 prigionieri né tra i feriti in mano tedesca» (Fondo Morelli, b. 65).

3. Nel volume vengono mosse delle ingiustificabili accuse a Romolo Ragnoli non solo di avere nascosto quanto sapeva sulla sorte di Passarella, ma di avere emanato un “ordine del silenzio” sulla vicenda (p. 140 del volume).
Accuse sostenute sulla base di un solo documento, datato 1° agosto 1944, firmato da Romolo Ragnoli, comandante delle Fiamme Verdi, che parlava di un partigiano ucciso (Diari Comensoli, vol. III, p. 107). A chi si riferiva Ragnoli?
In esso informa Silvio (Giulio Mazzon) di uno scontro armato tra gruppi partigiani che non si erano riconosciuti e che aveva causato la morte di un giovane.
Dunque il documento riferisce un episodio avvenuto il 28 luglio, oltre un mese dopo la uccisione di Passarella, e in un luogo, la valle dell’Orso, a circa due ore e mezza di cammino da Solato, località in cui questi era stato ucciso. Quella persona non era Passarella.
Il fatto che questo documento sia stato considerato, anche da me, riferito a Passarella è dovuto alla sua catalogazione nello schedario dell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea con il nome del giovane veneziano.
Un errore che, tuttavia, avevo chiarito in un articolo pubblicato sull’inserto bresciano del “Corriere della sera” il 4 settembre del 2013, e riconfermato in un successivo intervento sullo stesso giornale sempre nel settembre 2013.

4.  La vicenda raccontata nel documento è complessa, ma non oscura.
Il 27 luglio era avvenuto lo scontro armato tra partigiani di cui si è detto. Il 29 luglio Lionello Levi Sandri informò Romolo Ragnoli di quanto era successo nei giorni precedenti con il seguente biglietto: «purtroppo in v. dell’Orso è successo un equivoco. La nostra squadra [C 4] si è scontrata con quella del Guglielmo, venuta nella zona per prendere il collegamento. Nello scontro uno di quelli del Guglielmo è rimasto ferito e, cadendo sopra un masso, si è ucciso. La colpa è stata proprio loro che alla intimazione di resa, hanno cercato di scappare e non si sono fatti riconoscere» (diari Comensoli, vol. III, p.  91).
Ragnoli il 1° agosto (questo è il biglietto citato dalla dottoressa Catano) scrive a Silvio, riprendendo alla lettera quanto gli era stato comunicato da Levi Sandri, informandolo di quanto era successo: «Effettivamente è avvenuto quanto prevedevo. I nostri di C 4 credendoli della Muti hanno loro intimato la resa, questi non hanno voluto saperne ed allora è iniziata la sparatoria, durante la quale uno dei loro è stato accidentalmente ucciso. Si sono poi chiarite le cose».

5. Errori si possono commettere, nessuno infatti può essere considerato depositario della verità. Bastava, tuttavia, che la dottoressa Catano fosse venuta nell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea e le sarebbe stato messo a disposizione, come ad ogni studente e studioso, tutta la documentazione e avrebbe evitato prima un grave errore storiografico e poi le altrettanto gravi accuse all’Associazione Fiamme Verdi in generale, e a Ragnoli in particolare, di avere volutamente tenuta nascosta la sorte di Franco Passarella per oltre 70 anni.

Qualche (necessaria) precisazione sulla tragica vicenda di Franco Passarella

passarellaLa tragica vicenda che ha posto fine alla vita del giovane partigiano Franco Passarella (1925-1944) ha fatto – e fa tutt’oggi – discutere studiosi, storici, appassionati, giornalisti.
Con la collaborazione del prof. Rolando Anni, dell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’età contemporanea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, abbiamo ricostruito con chiarezza le drammatiche peripezie che hanno condotto alla morte di Franco.
Le pubblichiamo qui, senza alcun intento polemico, in ossequio alla memoria del giovane e nel rispetto dei fatti storici, consapevoli e convinti come siamo che ogni ricerca storica e ogni indagine biografica debba sempre, necessariamente e imprescindibilmente, essere accompagnata da una scrupolosa e onesta verifica documentaria di fonti, testimonianze e bibliografia scientifica, per evitare di trasformare opinioni in fatti e pareri personali in giudizi storici.

 Associazione “Fiamme Verdi”, Brescia
3 settembre 2017

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La vicenda di Franco Passarella in un recente volume

di Rolando Anni

Nato a Venezia il 25 ottobre 1925, Franco Passarella si trasferì con la famiglia a Brescia, dove frequentò l’ambiente della Casa della Pace. Ben presto entrò in contatto con alcuni degli iniziatori della Resistenza bresciana, tra cui Astolfo Lunardi e Ermanno Margheriti. Il padre, Ottorino, fu un componente del CLN bresciano in rappresentanza del Partito d’Azione.
Come altri giovani si impegnò nella distribuzione della stampa clandestina e in alcuni ingenui tentativi di boicottaggio, come tagliare le gomme degli automezzi militari.
Dopo avere trascorso un breve periodo a Venezia, ritornò a Brescia e il 19 giugno 1944 abbandonò la città per recarsi sui monti tra la Bassa Valle Camonica e la Valle Trompia insieme a un gruppo di giovani renitenti che intendevano collegarsi con le formazioni garibaldine. Nelle vicinanze del monte Muffetto, il 24 giugno, sorpreso da un rastrellamento, il gruppetto si disperse.
Trovatosi solo, Passarella vagò tra Fraine e Vissone. Sfinito, affamato e disarmato il 25 giugno incontrò dei partigiani, o sedicenti tali, che l’uccisero.
Sulla vicenda col trascorrere del tempo, nacquero voci e racconti che non favorirono il tentativo di fare luce su di essa.
Poco attendibile, ad esempio, la versione contenuta in un promemoria non firmato del 20 ottobre 1946 (Fondo Morelli, b. 65). In esso uno sconosciuto sacerdote scrive che un montanaro, in punto di morte, gli confessò di essere stato obbligato a fare da guida ad un reparto fascista durante un rastrellamento tra il 25 e il 30 giugno 1944. I fascisti raggiunsero uno dei partigiani. «Il giovane fatto prigioniero non voleva parlare, ma fu trovato in possesso di un documento militare da cui risultò chiamarsi Franco […] il giovane prigioniero portava calzoni grigioverdi e un camiciotto kaki; era molto alto e biondo, parlava italiano e non dialetto. Fu subito fucilato». Il montanaro fu poi costretto a seppellire il corpo.
Il luogo di sepoltura di Passarella venne ritrovato solo nell’aprile del 1946 da p. Luigi Rinaldini, che, dopo avere convocato la sorella per il riconoscimento, provvide alla sua sepoltura nel cimitero di Vissone. La salma fu più tardi traslata a Brescia per i funerali, celebrati da padre Carlo Manziana il 20 dicembre 1946.

Questo, in estrema sintesi, quanto è stato scritto finora. Nella primavera di quest’anno  è uscito un libro, Il partigiano Franco, ribelle per amore, Torino, Robin editore, 2017, di Anna Maria Catano, sul quale ritengo necessarie alcune precisazioni, sine ira ac studio e senza inutili polemiche. Per chiarezza procedo per punti e indico, dove riporto dei documenti, la loro posizione nell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea.

1. Non ho elementi né per confermare né per negare il fatto che Franco Passerella sia stato ucciso dalle persone indicate con nome e cognome nel libro, sulla base di testimonianze orali raccolte tra il 2012 e il 2013. Può darsi che il giovane Franco sia stato ucciso da quelli o da altri uomini per avidità, per una violenza divenuta quasi abitudine di vita durante una guerra come quella partigiana spesso estremamente feroce, o per altri motivi che non so precisare.
Posso solo affermare che i nomi degli individui indicati come gli assassini di Passerella non risultano in alcun elenco delle formazioni Fiamme Verdi stilati in quei mesi del 1944 e negli elenchi compilati nell’immediato dopoguerra e conservati nell’Archivio.

2. Notizie sulla scomparsa di Passarella vennero richieste dai suoi familiari a Romolo Ragnoli, che il 14 luglio1944 chiese, a sua volta, ai gruppi delle Fiamme Verdi della Bassa Valle Camonica di avviare delle ricerche sul giovane «di nascita veneziano, alto m 1,87, biondo, occhi celesti, aggregato al gruppo di Marcheno della brigata Garibaldi» che «fu preso in un’imboscata a Pian d’Artogne il 24 giugno. Dopo di allora non si ebbero notizie: non risulta né tra i quattro morti, né tra i 17 prigionieri né tra i feriti in mano tedesca» (Fondo Morelli, b. 65).

3. Nel volume vengono mosse delle ingiustificabili accuse a Romolo Ragnoli non solo di avere nascosto quanto sapeva sulla sorte di Passarella, ma di avere emanato un “ordine del silenzio” sulla vicenda (p. 140 del volume).
Accuse sostenute sulla base di un solo documento, datato 1° agosto 1944, firmato da Romolo Ragnoli, comandante delle Fiamme Verdi, che parlava di un partigiano ucciso (Diari Comensoli, vol. III, p. 107). A chi si riferiva Ragnoli?
In esso informa Silvio (Giulio Mazzon) di uno scontro armato tra gruppi partigiani che non si erano riconosciuti e che aveva causato la morte di un giovane.
Dunque il documento riferisce un episodio avvenuto il 28 luglio, oltre un mese dopo la uccisione di Passarella, e in un luogo, la valle dell’Orso, a circa due ore e mezza di cammino da Solato, località in cui questi era stato ucciso. Quella persona non era Passarella.
Il fatto che questo documento sia stato considerato, anche da me, riferito a Passarella è dovuto alla sua catalogazione nello schedario dell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea con il nome del giovane veneziano.
Un errore che, tuttavia, avevo chiarito in un articolo pubblicato sull’inserto bresciano del “Corriere della sera” il 4 settembre del 2013, e riconfermato in un successivo intervento sullo stesso giornale sempre nel settembre 2013.

4.  La vicenda raccontata nel documento è complessa, ma non oscura.
Il 27 luglio era avvenuto lo scontro armato tra partigiani di cui si è detto. Il 29 luglio Lionello Levi Sandri informò Romolo Ragnoli di quanto era successo nei giorni precedenti con il seguente biglietto: «purtroppo in v. dell’Orso è successo un equivoco. La nostra squadra [C 4] si è scontrata con quella del Guglielmo, venuta nella zona per prendere il collegamento. Nello scontro uno di quelli del Guglielmo è rimasto ferito e, cadendo sopra un masso, si è ucciso. La colpa è stata proprio loro che alla intimazione di resa, hanno cercato di scappare e non si sono fatti riconoscere» (diari Comensoli, vol. III, p.  91).
Ragnoli il 1° agosto (questo è il biglietto citato dalla dottoressa Catano) scrive a Silvio, riprendendo alla lettera quanto gli era stato comunicato da Levi Sandri, informandolo di quanto era successo: «Effettivamente è avvenuto quanto prevedevo. I nostri di C 4 credendoli della Muti hanno loro intimato la resa, questi non hanno voluto saperne ed allora è iniziata la sparatoria, durante la quale uno dei loro è stato accidentalmente ucciso. Si sono poi chiarite le cose».

5. Errori si possono commettere, nessuno infatti può essere considerato depositario della verità. Bastava, tuttavia, che la dottoressa Catano fosse venuta nell’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea e le sarebbe stato messo a disposizione, come ad ogni studente e studioso, tutta la documentazione e avrebbe evitato prima un grave errore storiografico e poi le altrettanto gravi accuse all’Associazione Fiamme Verdi in generale, e a Ragnoli in particolare, di avere volutamente tenuta nascosta la sorte di Franco Passarella per oltre 70 anni.

Pelosi, Giuseppe

Peppino Pelosi nacque a Brescia nel 1919. Partecipò alla seconda guerra mondiale combattendo in Croazia contro i partigiani slavi come sottotenente di Fanteria.

Durante l’Armistizio si trovava a Brescia, in licenza, e si gettò subito nel movimento resistenziale organizzando le forze partigiane in Valle Trompia. Già il 10 settembre, infatti, si trovava a combattere insieme ad altri nella zona del Monte Guglielmo. Tra le azioni più importanti ricordiamo il colpo di mano allo stabilimento “Beretta” di Gardone V.T.

In seguito si spostò insieme al gruppo a Monte Spiedo. Poco tempo dopo, invece, insieme a Ermanno Margheriti, si trovava al rifugio Maniva per formare nuovi gruppi partigiani.

Nel novembre del 1943 era tra coloro che costituirono le Fiamme Verdi durante la famosa riunione di Brescia. Ma il 14 dicembre venne arrestato a Ceratello di Costa Volpino, nel bergamasco. La polizia gli trovò addosso un lungo elenco di nomi di persone legate alla Resistenza. Molte di queste furono poi imprigionate.

Trasferito da Brescia al Forte di S. Mattia a Verona, fu processato dal tribunale di guerra tedesco e condannato a morte.

Venne fucilato il 29 febbraio 1944 a San Michele, vicino Verona.

Fu insignito della Medaglia d’Argento al V. M. alla memoria.

Lunardi, Astolfo

Quando, la mattina del 5 febbraio 1944, Astolfo Lunardi viene processato a Brescia, i fascisti decidono di impiegare un eccezionale schieramento di militi sulla cui divisa spicca un teschio. Via San Martino della Battaglia, davanti al palazzo della Corte d’Appello, è completamente bloccata e, dai tetti, le mitragliatrici puntano la strada.

Lunardi, 53 anni e litografo, è accusato di essere nientemeno che il capo del settore sovversivo di Brescia. Ma il partigiano, durante l’interrogatorio del Pubblico Ministero, risponde con assoluta pacatezza di essersi solamente proposto un patriottico piano di difesa e di ripresa nazionale.

Astolfo Lunardi è nato a Livorno nel 1891. A vent’anni si trasferisce sul lago di Garda per lavorare in una ditta del luogo. Scoppiata la Prima guerra mondiale, si ritrova a prestare servizio a Padova, presso il Comando supremo, svolgendo quella che era la sua professione: il litografo. Consegue anche una medaglia d’argento, nel 1917, perché «alla testa di un plotone di arditi assalì gli austriaci, ne pugnalò, ne catturò e strappò loro una mitragliatrice».

Nel 1927 emigra in Francia, per lavorare a Cernai, ma, dopo neanche pochi mesi, ritorna in Italia e si stabilisce a Brescia, dove apre uno studio di disegnatore e cartellonista pubblicitario. È sempre impegnato in numerose attività: l’Unione ex-allievi salesiani, il Comitato dei pellegrinaggi, l’Unitalsi, la presidenza degli uomini cattolici della parrocchia di S. Lorenzo e della sezione Arditi.

Dopo l’8 settembre si riversa completamente nella Resistenza, assumendo l’incarico dell’organizzazione del movimento in città. In breve la sua casa diventa un vero proprio quartier generale dei partigiani. È qui che tutti i giovani vengono a diventare ribelli e a prendere ordini e direttive. Lo scopo di Lunardi è chiamare un gran numero di collaboratori e riunirli in un’organizzazione chiamata Guardia nazionale. Organizzazione che, però, non verrà mai costituita.

Già il 27 novembre si ritrova a essere ricercato e a cercare rifugio in giro. In un primo momento si nasconde a casa di amici a Milano; poi inizia a spostarsi in piccoli centri del Cremonese e del Mantovano. Non tornerà mai più a casa sua.

Ma la sua attività di partigiano, in ogni caso, non viene mai meno. In novembre, infatti, partecipa alla riunione con la quale nascono le Fiamme Verdi.

Il 6 gennaio del 1944 è arrestato dalla squadra politica della Questura perché il suo nome si trova in un elenco sequestrato a Peppino Pelosi. Viene incarcerato con l’accusa di «organizzazione di bande armate per commettere delitti di cui all’art. 347 C. P. e per svolgere azioni di guerriglia contro le Forze Armate dello Stato».

Il processo si conclude con la condanna a morte di Lunardi e del giovane Ermanno Margheriti, suo braccio destro. A difenderli, l’avv. Pietro Bulloni.

I due vengono fucilati il 6 febbraio al Poligono di tiro di Mompiano. Al suo nome verrà subito dopo intitolata una Divisione delle Fiamme Verdi.

Gli eventi bellici

1. L’armistizio e l’occupazione tedesca dell’Italia 

L’8 settembre del 1943 il Generale Badoglio, già dal 25 luglio capo del governo, annuncia l’armistizio tra Italia e Anglo-Americani firmato a Cassibile il 6 settembre, che pone fine alle ostilità dell’esercito italiano contro gli Alleati; precisa, però, che la guerra continua nei confronti di ogni altro possibile nemico. Subito dopo, insieme al re Vittorio Emanuele III, lascia Roma e si rifugia a Brindisi. La nazione si ritrova sotto l’incubo dei bombardamenti aerei e con un esercito in balìa di se stesso senza ordini, senza un nemico chiaramente individuato contro cui combattere, senza una strategia. I tedeschi hanno già occupato gran parte del suolo italiano: da alleati diventano nemici. Chi non viene sorpreso in caserma, disarmato e rinchiuso in un treno che ha per destinazione la Germania, getta la divisa nell’intento di salvarsi e va a ingrossare le fila degli sbandati.

Brescia, Piazzale Arnaldo, inverno 1943-44

Lo sbandamento si verifica, come nelle altre città, anche a Brescia e provincia.

Pure qui i tedeschi si comportano da facili invasori. Il 10 settembre l’occupazione della città è ormai cosa fatta. L’atteggiamento degli occupanti è subito chiaro: le truppe devono eseguire un rigido controllo sulla popolazione per impedire qualsiasi forma di ribellione o resistenza. In queste stesse giornate, infatti, riprende intensa la diffusione clandestina della stampa antifascista, che si rivolge a tutti, senza distinzioni politiche, esortando prima ad isolare l’oppressore e poi a combatterlo.

Sfruttare le risorse economiche e umane dell’Italia è, invece, una parte irrinunciabile della strategia bellica della Germania. Per farlo, ha bisogno della collaborazione dei fascisti che ormai si stanno riorganizzando. È per questo motivo che, pochi giorni dopo l’armistizio, Mussolini viene recuperato dalla prigione sul Gran Sasso e posto a capo di un governo fantoccio in pratica eterodiretto dai nazisti; l’Italia si ritrova, così, divisa in due: da una parte la Repubblica Sociale Italiana di Salò che riporta a galla il peggiore fascismo; dall’altra, il governo Badoglio controllato dagli anglo-americani, che stanno lentamente risalendo la penisola combattendo contro le divisioni germaniche.

Con chi schierarsi? Con chi stare?

2. Resistere 

Cercare di ricostruire le tappe attraverso cui si passò da una ribellione sbandata ed emotiva alla Resistenza organizzata è operazione decisamente complessa. Gli incontri, i tentativi di contatto, le azioni che nell’autunno del ’43 vengono effettuati nel bresciano da gruppi o singoli individui per organizzare il movimento di liberazione, ci lasciano in un mare di dubbi e incertezze.

I vari gruppi sparsi sul territorio iniziano a operare attivamente e in maniera organizzata solo nell’ottobre del 1943, quando si avviano i primi contatti per costituire una formazione ampia e unitaria che li comprenda tutti.

Un po’ ovunque, già all’indomani dell’8 settembre, nell’Alta Valcamonica è un continuo raccogliersi di uomini nelle baite fuori dai paesi, lontane dai centri dove tedeschi e fascisti hanno cominciato gli arruolamenti forzati e i rastrellamenti.

Sono dapprima ex-militari fuggiti dalle caserme o dai campi di prigionia, ma ben presto a essi si aggiungono giovani renitenti alla leva della RSI e, in genere, soggetti di fede antifascista o volontari.

In città, gli uomini del Comitato di Liberazione Nazionale rappresentanti dei partiti politici (democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, demolaburisti e liberali) scendono a organizzarsi nella cripta del Duomo Vecchio. Le prime formazioni di partigiani – o ribelli, come la gente ama chiamarli – sono già salite da un po’ ad armarsi sopra Sonico e Corteno, a Bienno, a Croce di Marone, sul Colle di San Zeno, ai piedi del Guglielmo, a Polaveno, a Bovegno, a Marmentino, a Bagolino, ad Anfo per sfuggire ai rastrellamenti e agli arresti.

3. Sui monti 

Uno dei primi gruppi è costituito da militari e sbandati, guidato da Giuseppe Pelosi, subito seguito da molti altri. Già verso il 20 settembre Angelo Gulberti, Ferdinando Sala, Gildo Adamini, Mario Frizza – tutti di Sonico – si collegano con Luigi Romelli, che sta organizzando delle squadre sopra Rino di Sonico, compie viaggi a Milano in cerca di aiuti e di informazioni e tiene contatti in Valle con Costantino Coccoli e con Romolo Ragnoli, il futuro comandante Vittorio del quadrante camuno. In breve raccolgono l’adesione di altri giovani nella zona di Sonico, con i quali compiono vari colpi di mano.

Partigiani in montagna (1943)

Tra gli sbandati, oltre ai disertori dell’esercito italiano, si trovano anche numerosi prigionieri di guerra inglesi, americani, sudafricani, russi e slavi e di varie altre nazionalità raccolti nel campo di concentramento di Vestone che ora hanno preso la strada dei monti. Vogliono andare in Svizzera, paese neutrale, ma non conoscono i valichi per arrivare alla frontiera. Per fortuna, fanno conoscenza con gli abitanti delle valli e con i partigiani; lo spirito di accoglienza semplice e un po’ montanaro molto spesso li spinge a rimanere in zona e a collaborare con i gruppi ribelli che vanno costituendosi.

4. In città 

La casa di Astolfo Lunardi in Tresanda del Sale, nel cuore di Brescia, diventa ben presto una specie di quartier generale della Resistenza. È soprattutto lì che i giovani vanno a prendere ordini, ed è da lì che si muove la prima organizzazione e partono le direttive per la città e la provincia.

L’11 novembre giunge a Brescia Teresio Olivelli, figura tra le più eminenti del ribellismo cattolico. Quella sera stessa partecipa a una riunione nella canonica di San Faustino in cui viene presentato a Lunardi. Tra i presenti, ci sono Peppino Pelosi e padre Carlo Manziana, dell’Oratorio della Pace. Poi Olivelli va a Milano, dove il CLN gli affida l’incarico di mantenere i contatti col movimento ribellistico di Brescia e Cremona. La sua attività nei mesi successivi avrà del prodigioso: sarà, infatti, tra i più abili organizzatori dei gruppi e battaglioni e tra i pensatori e formatori più intelligenti di tutto il movimento partigiano italiano. 

5. I primi caduti: piazza Rovetta

Le prime reazioni rabbiose del ricostituito fascismo repubblicano ci mettono poco a farsi sentire. Quella tra il 13 e il 14 novembre del 1943, ad esempio, è una notte molto cruenta a Brescia. Poche ore prima è stata gettata una bomba contro la caserma fascista di via Milano. Un milite morto e uno ferito scatenano l’ira dei repubblichini, che vanno a cercare nelle liste dei vecchi nemici del regime dei possibili capri espiatori. Ha inizio, così, quella terribile rappresaglia che prende il nome dal luogo in cui cade la prima vittima – piazza Rovetta – e per il cui racconto ci affidiamo alle efficaci parole di Giannetto Valzelli:

Nell’elenco dei cosiddetti sovversivi o libertari, infatti, c’è Arnaldo Dall’Angelo, 38 anni, operaio dello stabilimento Radiatori, già più volte bastonato, confinato all’isola di Ponza. […] I fascisti lo svegliano, gli fanno attraversare l’antica Curt dei Pulì, lo sospingono verso Piazza Rovetta. Lo lasciano lì, bocconi nel sangue, un grumo di pallottole nella nuca, il paltò pieno di buchi per le pugnalate che gli hanno inferto.

Poi vanno in via Fratelli Bandiera, sulle piste di un altro antifascista. Si fa alla finestra un tale che è un po’ sordo, e gli dicono di muoversi, di scendere. Quando è sulla porta, gli scaricano addosso di colpo il mitra, senza curarsi di controllare se sia l’uomo che cercano.

Portate un lenzuolo, donne, consolate la figlia stravolta, ammutolita: il suo povero babbo, Guglielmo Perinelli, anni 61, operaio della fabbrica OM, è andato a riposo per sempre.

E il terzo che capita da far fuori, nell’elenco, ha una carrettella di roba da vendere in Piazza del Mercato ma abita in Rua Sovera: si chiama Rolando Pezzagno, di anni 57.

[…] Gli fanno voltare l’angolo, a Pezzagno, e lo ammazzano in via S. Faustino. Quella stessa notte, i fascisti vanno in contrada del Mangano a prelevare Mario Donegani, 40 anni, operaio allo stabilimento Togni, altro indiziato politico. Lo conducono in piazza della Loggia dove c’è il loro covo.

«Deve fare la fine degli altri!» urla il caporione. Lo riportano fuori e, nel gran buio, sbagliano a sparargli, lo colpiscono di striscio a un braccio. Donegani si accascia lungo il muro di via Alessandro Volta, sviene: lo prendono a calci, lo credono morto. Invece all’alba si riprende, riesce a stento a spostarsi, fino a raggiungere i Ronchi e a nascondersi[1].

6. Una sera in casa Piotti 

Il 30 novembre in via Aleardi a Brescia si costituiscono, in casa Piotti, le Fiamme Verdi. Ai primi di dicembre i comandanti delle formazioni patriottiche dell’intera Valcamonica si riuniscono nel Seminario di Capodiponte. Romolo Ragnoli – a quel tempo tenente degli alpini reduce dalla campagna di Russia – viene da essi nominato comandante di tutti i gruppi partigiani sinora costituiti e riuniti in un’unità che prende il nome di Brigata “Tito Speri”. Il 14 dello stesso mese la Brigata entra ufficialmente a far parte delle Fiamme Verdi.

Questo il regolamento e il giuramento sul quale ogni Fiamma Verde è chiamata a decidere il proprio impegno:

Per Te, Fiamma Verde

  1. Le Fiamme Verdi continuano la gloriosa tradizione dei battaglioni alpini italiani, che non hanno conosciuto sconfitta.
  2. Le fiamme verdi appartengono al Corpo Volontario della Libertà e fanno parte come unità guerrigliera dell’esercito regolare italiano, a tutti gli effetti.
  3. Dipendono in territorio occupato dal nemico dal C.N.L., espressione attuale di quel libero governo di popolo che gli Italiani si sceglieranno dopo essersi riconquistati la Pace e la Libertà.
  4. Ogni volontario è tenuto al segreto assoluto con chiunque, anche coi famigliari su quanto sa, vede, eseguisce, sui suoi comandanti, sulle direttive e notizie.
  5. Il volontario deve conoscere il regolamento di disciplina dell’esercito, che dà la norma fondamentale, ma deve anche ricordare che la sua disciplina, in quanto volontaria, deve essere ancora più ferrea e più vigile. La disciplina è preparazione interiore, come volontà di dedizione, ed è attuazione accurata e intelligente di disposizioni e di ordini.
  6. La disciplina e il segreto sono indispensabili per raggiungere la meta.
  7. Essere una Fiamma Verde è un onore e un impegno totale. Il primo dovere di ogni volontario è di conoscere con esattezza il valore e le difficoltà della missione che liberamente accetta.
  8. La Fiamma Verde rispetta la proprietà altrui, lenisce la miseria, denuncia ai superiori l’ingiustizia e disciplinatamente, se gli sia comandato, la punisce.
  9. Obbedisce diligentemente, scrupolosamente, in silenzio.
  10. Più che di cameratismo, fra i volontari, qualunque grado o compito essi abbiano, si deve parlare di fraternità, di dedizione, di reciproca generosità.
  11. Il volontario, di qualunque fede politica esso sia, rinuncerà ad ogni propaganda che non sia quella contro tedeschi e fascisti, subordinerà ogni programma di partito al programma nazionale di ridare dignità, unità e libertà alla Patria.
  12. Ogni volontario è tenuto a conservare e custodire gelosamente quanto di viveri, armi, vestiario gli venga consegnato; ne risponderà di persona.
  13. Il programma delle Fiamme Verdi è sintetizzato nel motto: «Morte al fascismo – Libertà all’Italia».
  14. Prima di essere accolto definitivamente nelle formazioni il volontario deve prestare questo giuramento: «Giuro di combattere finché tedeschi e fascisti non siano cacciati definitivamente dal suolo della Patria; finché l’Italia non riabbia Unità, Libertà e Dignità, giuro di non fare tregua coi vili, i rinnegati, le spie, di mantenere il segreto e di non venir mai meno alla disciplina. Qualora venissi meno al mio giuramento, invoco su di me la vendetta dei Fratelli Italiani e la Giustizia di Dio.»
  15. Prima di pronunciare il giuramento, ognuno interroghi bene sé stesso. Nel ricevere un’arma, testimonianza del giuramento, si accetta un patto senza compromessi: è di vita o di morte. Chiunque, dopo aver prestato giuramento, lo tradisca in tutto o in parte, sarà immediatamente punito con la morte.
  16. Il motto dell’originaria brigata Fiamme Verdi era: «Insistere e Resistere». Esso resta come simbolo della nostra azione continua, instancabile. Il pensiero costante di ogni Fiamma Verde, lo sforzo di ogni giornata deve essere: Cacciare tedeschi e fascisti dall’Italia e ridare Libertà al nostro popolo.

7. Il sacrificio di Lorenzini 

Queste intanto, qualche giorno prima, avevano già ricevuto un durissimo colpo. Il cinquantottenne colonnello dell’esercito Ferruccio Lorenzini, in licenza di convalescenza al momento dell’armistizio, aveva organizzato, da subito, una formazione di ribelli bresciani e si era stabilito nei pressi di Polaveno, tra la Valtrompia e la costa bresciana del lago d’Iseo.

Appena nate le Fiamme Verdi, si trasferisce in Valcamonica, installandosi in alcune cascine di Pratolungo, tra Borno e la Val di Scalve. L’8 dicembre alcuni reparti della Guardia Nazionale Repubblicana circondano la zona e, nel combattimento che ne segue, perdono la vita cinque partigiani e vengono catturati tutti gli altri. Lorenzini viene pubblicamente bastonato, legato mani e piedi e messo alla berlina. Nella notte del primo dell’anno, poi, dopo un processo dall’esito già scontato, viene fucilato nella Piazza d’Armi nei pressi dell’argine del Mella alle porte della città, insieme a Giuseppe Bonassoli, René Renault e Costas Jorghu; quelli scampati alla pena di morte sono condannati a numerosi anni di carcere.

8. Gennaio ’44: vita dura per le FF.VV.

Gennaio continua a scorrere in maniera particolarmente difficile. Tanti, troppi arresti e fucilazioni mettono in crisi il movimento di liberazione e le Fiamme Verdi. Tra il 4 e il 6 del mese si ha una prima ondata di arresti, che comprende personaggi di primo piano della neonata Resistenza bresciana: padre Carlo Manziana, Peppino Pelosi, Andrea Trebeschi, Astolfo Lunardi, Ermanno Margheriti, Mario Bendiscioli, i fratelli Salvi, Don Vender. All’alba del 6 gennaio, poi, su sentenza del tribunale germanico, vengono fucilati l’aiuto-meccanico Umberto Bonsi di Gardone V.T., il cameriere Francesco Franchi e l’impiegato Nadir Gambetti di Brescia per «aver preso parte a bande di partigiani». Quella del 1944, insomma, è un’Epifania davvero dolorosa. Brescia è battuta, frugata dalle SS, le spietate squadre dell’esercito hitleriano. Si tratta di identificare alcuni nomi trovati su un biglietto nel quale si prospetta di far funzionare una stazione-radio Brescia libera.

Staffette partigiane sulla Corna Blacca (1944)

Tra il 13 e il 18 gennaio una seconda serie di arresti disgrega di fatto i nuclei partigiani della Valsabbia. Tutto ha inizio con la cattura di un gruppo sul monte Spino, tra la Valsabbia e il lago di Garda. Mario Boldini viene fucilato praticamente sul momento, nei pressi di Gargnano. Giacomo Perlasca e Mario Bettinzoli, i due organizzatori dei gruppi valsabbini, scendono a Brescia con l’intenzione di contattare il Comando, ma vengono arrestati in poco tempo. A concludere questo terribile mese è la fucilazione di Francesco Cinelli, uno dei fondatori del movimento garibaldino della Valtrompia.

9. Lunardi, Margheriti, Perlasca, Bettinzoli e Pelosi: uccidere un uomo, non le sue idee

La mattina del 6 febbraio, quando vengono giustiziati Lunardi e Marheriti, è come se stessero ammazzando padre e figlio. Ermanno Margheriti era come la giovinezza vicino alla maturità di Lunardi: ventiquattro anni appena, i dolci lineamenti del viso, aveva conosciuto la guerra nei Balcani prima di giungere al fianco di Astolfo, il sergente dei Bersaglieri che già nel ’15-18 era stato fregiato di una medaglia d’argento per un’aggressione vittoriosa contro gli austriaci.

Erano pronti alla morte e senza nessun pentimento né titubanza.

Il loro avvocato è Pietro Bulloni, che della difesa dei partigiani in tribunale ha fatto una delle sue più importanti vocazioni anche a rischio della sua stessa incolumità; primo prefetto della provincia liberata (dal 27 aprile ’45 al primo marzo ’46) sarà compensato dalla storia divenendo l’emblema cittadino dell’uomo buono, caratteristica della quale la città ancor oggi si ricorda con il “Premio della bontà” che ne perpetua il nome.

Una settimana dopo, il giorno di San Valentino, a finire sotto processo sono i ribelli valsabbini Giacomo Perlasca e Mario Bettinzoli, accusati di intelligenza col nemico e organizzazione di bande armate. La condanna è scontata. Il capitano Zenit (Perlasca), che ha allestito la prima fase della Resistenza in Valsabbia, ha appena 24 anni ed è ancora studente in ingegneria. Il vice-comandante Bettinzoli, invece, di anni ne ha solo 22 ed è da poco diplomato come perito industriale.

Le domande di grazia presentate dai condannati col patrocinio dell’avv. Bulloni non servono a nulla: il 24 febbraio i due sono fucilati nella caserma del 30° Artiglieria di Brescia.

Cinque giorni dopo, a Verona, fucilano anche Giuseppe Pelosi, classe 1919, già sottotenente di fanteria in Croazia e studente a Urbino e primo organizzatore delle formazioni ribelli in Valtrompia; era stato catturato sui monti di Lovere pochi mesi prima, nel dicembre ’43.

Fu proprio la ridda di esecuzioni di questi primi mesi a rafforzare nei partigiani attivi e nei civili vicini al movimento resistenziale, giovani e meno giovani, un sentimento di profonda indignazione contro il nazi-fascismo operante nella città e nelle valli: ricorda Agape Nulli Quilleri, staffetta partigiana iseana a quei tempi studentessa presso il liceo Arnaldo:

Quando uccisero Lunardi e Margheriti provai una fortissima indignazione e una rabbia tremenda. Uno dei giorni successivi all’esecuzione della condanna il preside entrò nella nostra classe: allora era obbligatorio alzarsi in piedi e fare il saluto fascista. Io mi alzai ma non feci il saluto. Egli, severo, mi disse: «Nulli, fai il saluto fascista!». Io, incosciente ma ancora indignata, risposi: «Non lo farò mai più il saluto fascista!».[2]

10. La Resistenza nelle fabbriche

Tra l’inverno e la primavera del ‘44 il movimento di Resistenza nel bresciano vede un sostanziale rallentamento delle attività. La crescita delle formazioni si arresta fino a – in alcune zone – ridursi alla mera sopravvivenza. Inoltre le azioni si riducono e diminuiscono d’importanza. Insomma, un periodo molto difficile che suscita pessimismo e scoraggiamento.

Il primo marzo del 1944, però, negli stabilimenti e nelle fabbriche – non solo di Brescia – si scatena un po’ di fermento. I sindacati clandestini fanno girare dei comunicati con cui annunciano scioperi e blocchi del lavoro contro le deportazioni e i trasferimenti degli operai in Germania. La propaganda nazifascista sta cercando già da un po’ di convincere i lavoratori che andare a lavorare in terra tedesca è un’occasione più unica che rara.

Intanto, però, in maniera più celata e strategica – fascisti e nazisti hanno capito che i movimenti ribelli sono in crisi – continuano rastrellamenti, torture, deportazioni, esecuzioni sommarie. Alcuni colpi sembrano perdite insanabili per le brigate.

11. Arresti eccellenti e omicidi brutali

Il 27 aprile viene arrestato Teresio Olivelli. Da lì sarà una lunga agonia tra deportazioni e torture fino alla sua morte nel campo di concentramento di Ersbruck nel gennaio del ’45. Insieme a lui viene catturato anche Rolando Petrini, di soli 24 anni, che morirà di stenti a Mauthausen un anno dopo. Il 20 maggio, poi, con un infame tranello viene, invece, colto sul fatto e brutalmente bastonato e ucciso don Battista Picelli, 29 anni, curato della frazione Zazza di Malonno, che svolgeva la sua missione di cura d’anime anche presso le formazioni partigiane della media Valcamonica.

12. La Resistenza degli internati militari

Negli stessi mesi della crisi, però, nei campi degli internati militari italiani in Svizzera, si sta creando un movimento semi-clandestino che ha lo scopo di far rientrare in Italia quanti vogliono prender parte alla lotta di Liberazione, e di provvedere al loro arruolamento nei reparti partigiani. L’ideatore e iniziatore del movimento è Carlo Croce che si serve del cappellano don Mario Limonta per il collegamento dei vari campi nelle valli lombarde e nell’Alta Valle Camonica, in particolare, dove ben presto le nuove formazioni si aggregano alle Fiamme Verdi e rinforzano il movimento.

Contemporaneamente, i bandi di richiamo emanati dall’esercito della RSI, il pericolo del lavoro coatto nella Todt, l’avanzata degli Alleati verso Roma, lo sbarco in Normandia, aiutano a potenziare le bande partigiane facendo affluire nuovi ribelli.

Le formazioni di montagna si stanziano con una certa continuità in varie zone delle valli bresciane stabilizzandosi in questo modo fino ai giorni della Liberazione.

13. Fiamme Verdi in Valcamonica

Il 9 giugno 1944 compare in Valcamonica questo proclama:

Valligiani, allo scoccare dell’ora in cui il sedicente governo della Repubblica sociale si è illuso di disgregare con le minacce, l’inganno della frode, il movimento dei patrioti, la brigata delle Fiamme Verdi “Tito Speri” ha mobilitate sui gruppi d’assalto.

Un monito, una squilla e che si ripete nelle altre valli. Sarà, infatti, l’estate delle sorprese, dei colpi rapidi e sicuri, degli scopi e delle beffe che faranno inviperire i nazifascisti.

«Mentre – si legge nel Ribelle del 25 luglio 1944 – circa 500 militi rastrellano la zona Campelli, cercando di circondare due nostri gruppi, questi disarmano il presidio di Capodiponte, s’impadroniscono di 20 armi, 60 coperte, viveri, equipaggiamento, materiale vario esistente in caserma, trascinando con loro i militi stessi per un’ora, quindL'abitato di Cevo dopo l'incendio del luglio 1944i rimandano in mutandine e a piedi scalzi a prendere il treno a Capodiponte…»

L’estate, insomma, va avviandosi sotto i migliori auspici e le attività di contrasto al nazi-fascismo riprendono notevole forza e vitalità. La risposta nemica, certo, non tarda a giungere. Nel tentativo di eliminare o almeno mettere in crisi le formazioni partigiane, le forze tedesche sviluppano un’intensa offensiva sottraendo forze al fronte per impiegarle nell’Italia centro-settentrionale. La tecnica del rastrellamento, con un numero così alto di uomini, viene perfezionata e diventa più efficace e perciò più frequente.

14. Cevo, Corteno, Santicolo, Bovegno: la guerra colpisce i paesi

Uno degli attacchi più cruenti è quello di Cevo. Dopo che i fascisti hanno lasciato la Valsaviore, la 54a brigata Garibaldi comandata da Antonio Parisi occupa la località e il 30 giugno attacca la centrale elettrica di Isola di Cedegolo.

La risposta dei fascisti non si fa attendere: la mattina del 3 luglio alcune centinaia di militi della GNR si dirigono verso Cevo e danno inizio a una furiosa rappresaglia: 151 case distrutte, 12 saccheggiate, 48 rovinate, 800 (su mille abitanti) sbandati senzatetto. E naturalmente i morti: cinque.

Dopo i fatti di Cevo il comandante Vittorio (Romolo Ragnoli) invia alle Fiamme Verdi questa lettera:

Fiamme Verdi!

Dopo le azioni da voi compiute con perizia, ardimento e spirito di sacrificio nell’ultima decade di giugno, il nemico non poteva rimanere assente.

Una crudele e spietata reazione sta colpendo popolazioni inermi.

Cevo è stato incendiato e distrutto. Molti innocenti sono già stati barbaramente assassinati, molti sono rimasti senza tetto, molti bimbi invano chiamano i loro genitori, molti altri vivono giornate di angoscia e di terrore. Molti amici sono stati arrestati.

Ognuno di noi pensi se si trattasse del suo paese, della sua casa, dei suoi genitori, dei suoi fratelli! Cosa farebbe?

Cevo, Isola, Ceto, Edolo… hanno vissuto giornate degne di leggenda. Gene eroica ha usato il rude strumento di campagna per difendere la propria casa, la propria terra dalla rovina sperata dai vili prezzolati e venduti.

Ragazzi che si sono fatti massacrare piuttosto di tradire i ribelli.

Possiamo noi assistere impassibili? L’impegno che ci siamo presi davanti a Dio con il giuramento prestato, l’ideale che ci ha spinto ad affrontare i pericoli ed i sacrifici di questa santa battaglia di liberazione ci impongono di agire.

Il sangue versato grida vendetta e noi soli possiamo farla.

Fiamme Verdi! Non riposate sugli allori di quanto avete saputo fare!

Mostratevi degni dei vostri Padri: vendicate i morti, difendete i perseguitati e gli inermi. Solo quando avrete saputo fare questo, potrete dire di avere adempiuto al vostro più sacro dovere.

Tutto il popolo ci attende: esso è con noi, in tutti troveremo un amico, un fratello, degni del nostro stesso nome.

Ferragosto e la sua vigilia scorrono ancora nel sangue. Per salvare alcuni amici in pericolo, Enzo Petrini chiede alle Fiamme Verdi di prendere in ostaggio almeno tre ufficiali tedeschi. Antonio Schivardi e il suo gruppo si appostano immediatamente sulla strada Edolo-Aprica a Corteno e Santicolo la mattina del 14 agosto. Dopo aver inchiodato una prima macchina tedesca con una scarica di mitra e disarmato una seconda, sopraggiungono una terza e una quarta macchina che intensificano il fuoco e lanciano addirittura delle bombe a mano. Schivardi decide di disporre una pattuglia e di staccarsi da solo portando con sé prigioniero un maresciallo tedesco. Ma impiega poco ad accorgersi che l’impresa è superiore alle sue forze e rimane, così, a sparare finché ha munizioni. Alla fine cade crivellato dai colpi, rimasto ultimo difensore dopo aver fatto riparare in salvo la sua squadra. Il suo corpo esanime è buttato tra le fiamme di una baita incendiata nel piccolo borgo camuno.

Il giorno dopo tocca a Bovegno. La Valtrompia, a nord di Gardone, è ormai praticamente controllata dalle formazioni partigiane. Ma la sera del 15 agosto, mentre aspettano il generale Luigi Masini (comandante in capo di tutte le Fiamme Verdi lombarde), i partigiani si ritrovano circondati e il paese completamente rastrellato. Quindici morti e la comunità terrorizzata dalla più violenta rappresaglia di quei mesi.

Il mese di agosto procede tra scontri, arresti, rastrellamenti senza, tuttavia, che il movimento finisca mai in crisi o stallo come accaduto durante l’inverno.

Il 16 agosto, a Bedizzole, viene arrestato don Riccardo Vecchia, il curato del paese organizzatore di un gruppo clandestino di ribelli. Il 21 a Mura, in Valsabbia, sono uccisi tre partigiani della “Perlasca” e due catturati. Un imponente rastrellamento si ha di nuovo il 26 nella zona della Corna Blacca in cui restano uccisi Amerigo Bagozzi e Hermann, mentre Tita Secchi viene catturato a Cima Caldoline. Il 30 e il 31, poi, le Fiamme Verdi si scontrano con i tedeschi in Val Paghera e a Carona di Teglio.

15. La guerriglia continua

Durante i mesi di settembre e ottobre i rastrellamenti, le fucilazioni, le deportazioni da parte di fascisti e tedeschi diventano radicalmente più incessanti e continui; ma il movimento di Liberazione resta attivo in tutte le valli bresciane. Anzi, i movimenti partigiani riescono a ottenere dei successi incredibili.

Dopo una serie di brillantissime azioni nelle quali dimostrano veramente di sprezzare il pericolo costringendo i fascisti ad arrendersi o a fuggire, tra la derisione e il giubilo delle popolazioni, realizzano nella zona dell’alta Valcamonica, da Edolo verso il Tonale, per un periodo che durerà quasi un mese, il sistema democratico.

A Pontedilegno, allontanato il podestà fascista, vengono riuniti i capifamiglia e si procede all’elezione del sindaco e della giunta comunale; attiva e feconda di saggi consigli, in tale operazione e in tutto il periodo resistenziale, la figura di don Giovanni Antonioli. A Incudine, a Vezza d’Oglio, a Vione e in altri comuni, con lo stesso sistema si eleggono le nuove amministrazioni.

Ma il 30 settembre, mentre un gruppo di GAP tenta, senza risultato, di assaltare una ferriera tedesca a Bagnolo Mella, in Valcamonica Luigi Ercoli cade sotto le spire dello spionaggio nazifascista. È sottoposto ad atroci torture e spedito in Germania prima di morire, nel gennaio successivo, nel campo di eliminazione di Melk.

L’esperienza di questi mesi spinge le Fiamme Verdi a strutturarsi in maniera sempre più organizzata. Dalle zone operative viene stilato un regolamento dei reparti, organizzato secondo criteri militari propri della tradizione alpina:

CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTÀ
RAGGRUPPAMENTO FIAMME VERDI
COMANDO

Patria e Libertà
Regolamento

Le Fiamme Verdi fanno parte del Corpo Volontari della Libertà alle dirette dipendenze del Comando Supremo Italiano come unità guerrigliera dell’esercito regolare.

Il movimento delle Fiamme Verdi – nato da ex appartenenti a unità alpine – è oggi fuso e inquadrato nei Volontari Armati d’Italia e dipende, nel territorio occupato dal nemico, da un suo comandante in collegamento col Comando Militare dei Comitati di Liberazione Nazionale.

Il C.L.N. rappresenta per le Fiamme Verdi l’organo politico per l’autoliberazione del popolo italiano.

Le Fiamme Verdi possono appartenere a qualunque libero partito politico, ma subordinano ogni azione di partito e ogni problema futuro alla necessità attuale del combattimento e dell’insurrezione, perché l’Italia risorga nuova e pura, libera da tiranni stranieri e domestici.

Punti fondamentali del programma delle Fiamme Verdi sono:

  1. Cacciare tedeschi e fascisti dall’Italia.
  2. Ridare al popolo italiano la possibilità di scegliersi liberamente la forma di governo che esso stima più accettabile.
  3. Impedire che i tedeschi completino la distruzione dei beni della Nazione e che, dopo il loro crollo, si determini un pauroso periodo di anarchia nell’assenza di ogni autorità costituita.
  4. Rivendicare il valore del nostro popolo mal guidato e due volte tradite e ridare ad ogni soldato d’Italia, fede alla sua bandiera, il giusto riconoscimento.
  5. Con la nostra azione guerriera rendere meno dure le condizioni di pace che verranno imposte.

Per il dopo guerra il movimento delle Fiamme Verdi, che si dichiara strettamente apolitico, si propone di influire perché il problema della montagna venga finalmente risolto, soprattutto quale pubblico riconoscimento dei sacrifici di sangue dei figli della montagna in questa guerra.

Morte al fascismo – Libertà all’Italia

16. Stallo sulla Linea Gotica e proclama di Alexander

Intanto gli eserciti Alleati anglo-americani avanzano verso nord. Nell’autunno del 1944 si fermano sulla Linea Gotica, a cavallo degli Appennini tra Firenze e Bologna.

Gli aviolanci ai partigiani bresciani, se già prima erano andati man mano calando, a questo punto cessano del tutto. Non solo la neve comincia a imbiancare le montagne lombarde, ma nuovi contingenti di truppe tedesche arrivano e non dànno un attimo di tregua: i rastrellamenti incalzano da una valle all’altra.

Il 13 novembre, un proclama indirizzato ai partigiani dal generale Harold Alexander, comandante del XV gruppo di armate alleate in Italia, fornisce nuove istruzioni.

PATRIOTI!

La campagna estiva, iniziata l’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita: inizia ora la campagna invernale. In relazione all’avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno. Questo sarà molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

  1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
  2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
  3. attendere nuove istruzioni che verranno date a mezzo Radio Italia Combatte o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni arrischiate; la parola d’ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
  4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti;
  5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
  6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
  7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
  8. il generale Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l’espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva.

Il messaggio non è accolto bene e non poteva arrivare in un momento meno opportuno. Ancora vive sono le fiamme di Corteno, paese bruciato l’8 novembre; in pochi giorni, sono stati circa trenta i morti tra caduti e fucilati; tutti i gruppi invocano mezzi per vivere e combattere; tutti stanno in attesa di lanci che non arrivano più.

Tuttavia, come si può ben capire, il proclama tocca una questione reale e pressante: rifugio, cibo, aiuto, sopravvivenza. L’inverno non promette favori climatici e, in effetti, sarà molto duro, non solo per il gelo ma anche per l’intensificarsi di rastrellamenti e posti di blocco.

La posizione delle Fiamme Verdi sull’argomento fu, con grande efficacia, espressa da Zenit (Enzo Petrini) nell’articolo Nostra certezza, di «Il Ribelle» n. 17:

A distanza di un anno con le prime avvisaglie dell’inverno si rinnova la spietata caccia al ribelle. I mercenari fascisti di tuta Italia ci sono alle calcagna a migliaia, perché la via di ritirata al padrone tedesco sia sgombra.

Da Domodossola al Grappa, dalle Valli bresciane all’Istria è tutto un calvario.

Sulle steli delle forche e sulle fosse dei massacrati mandano sanguigni bagliori gli incendi delle case e dei paesi, ululano nel buio i cani poliziotti, gracchia la radio repubblicana delle commemorazioni. Suprema ironia, il generale Alexander moltiplica gli appelli ai patrioti italiani!

Ma tutto questo era nel conto.

Infuria la repressione nazifascista, si pieghino a tutti i compromessi i settebandiere marci di paura, si chiudano nei rifugi tutti i perseguitati stanchi, continuino gli aiuti alleati di molte parole, si presentino al lavoro tedesco tutti quelli cui la tortura degli affetti e i troppi disagi più non tengono saldo il cuore: il ribellismo italiano non muore. Più scarno, purificato, si abbarbica alla montagna, la sola sua vera alleata, si rifugia nei quartieri operai delle città e nelle campagne, i suoi veri vivai.

Simile al fratello polacco, combatte senza speranza nell’aiuto altrui, perché combatte per un’idea: per la libertà, per l’umanità.

Come noi abbiamo dichiarato estranea la guerra tedesca, noi sappiamo che non è nostra la guerra inglese e la guerra russa. La nostra è ribellione più alta che non la stessa guerra: per questo contro noi ci si accanisce, per questo siamo lasciati soli.

Come tutte le idee grandi, questa nostra ha bisogno della fecondazione del sangue e del gelo dell’indifferenza.

Sotto la neve che già imbianca i monti, gli sparuti manipoli che dureranno alla fame, al freddo, ai rastrellamenti trarranno più forza da questo cerchio di solitudine che oggi li stringe.

La pietà non l’hanno mai cercata.

Vogliono il rispetto.

Poiché in essi è certezza che nutrono il germoglio di una umanità nuova, martoriata ma indoma, affamata ma pura, che leverà su tutte le contrade della nostra terra, devastate dall’odio, il vittorioso grido dell’amore.

17. Il durissimo inverno 1944

Il partigiano Angio Zane nel 1944

Insomma, i mesi invernali diventano un tempo di sostanziale stasi delle attività ribellistiche. Ma questo non significa affatto, come per l’anno precedente, che il movimento partigiano entri in crisi. Quando lo sgradito e inopportuno proclama di Alexander si trasforma in realtà, l’attività rallenta e retrocede; fino alla fine della stagione fredda non vi sono eventi di grande rilievo.

Il 18 novembre alcuni gruppi delle Fiamme Verdi si stanziano nel Mortirolo, in Valcamonica, con l’incarico di mantenere efficiente il campo per gli aviolanci.

Il 13 dicembre negli uffici del SID vengono trafugati, con un colpo di mano del Gap OM della brigata Fiamme Verdi “X Giornate”, numerosi documenti.

Il 21 gennaio, a Laveno di Lozio, in Valcamonica, viene catturato il maestro elementare Giacomo Cappellini.

Il 25, a Tresenda di Teglio, in Valtellina, Battista Fanetti e Erminio Tonini, della brigata Fiamme Verdi “Schivardi”, cadono durante un’azione di cattura di ostaggi tedeschi.

18. Azioni della “Perlasca” in Valsabbia: Emi Rinaldini

Molti dei giovani della “Perlasca” hanno trovano ospitalità presso alcune famiglie delle Pertiche, in Valsabbia. La casa di don Lorenzo Salice, parroco di Odeno, è diventata ben presto un punto di ritrovo per i partigiani ormai separati gli uni dagli altri nella zona. Ma, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio del 1945 un gruppo di militi fascisti sale fino a Odeno per catturare gli ex prigionieri slavi segnalati nella località.

Invece degli slavi, si ritrovano di fronte i partigiani. Questi, infatti, credendosi braccati, iniziano a fuggire, scoprendosi e provocando la rappresaglia. Il parroco viene arrestato subito insieme ad alcuni altri abitanti del paese. Tutti i ribelli riescono a salvarsi tranne uno: Emiliano “Emi” Rinaldini che, invece, finisce prigioniero dopo qualche tentativo di fuga andato a male. Maestro dell’Azione Cattolica e studente universitario di soli 23 anni, ha con sé i documenti e i suoi diari che lo condannano. Dopo torture e maltrattamenti, il 10 febbraio gli dicono che è libero di andarsene. Appena volta le spalle, lo crivellano di colpi alle spalle.

19. La prima battaglia del Mortirolo

Ma le vere battaglie campali della Resistenza bresciana sono combattute al Passo del Mortirolo. I fascisti sono decisi a snidare le Fiamme Verdi della “Tito Speri” dalle loro posizioni-chiave fra Valtellina e Valcamonica e, per la prima volta, i ribelli utilizzano la tattica della guerra di posizione.

La prima delle due battaglie inizia il 22 febbraio del 1945. I fascisti della “Tagliamento”, poco organizzati, cercano di accerchiare i partigiani. Avvistati in direzione della strada militare per Guspessa, i ribelli si sistemano ai posti di combattimento. Aiutati anche dalla neve, sbaragliano facilmente un primo attacco.

La mattina seguente, una staffetta avverte i partigiani appena giunti nella conca di Guspessa che una colonna di fascisti sta marciando (con molta fatica, in realtà) da Corteno verso il monte Padrio. Probabilmente li stanno cercando. Non c’è assolutamente tempo da perdere: dimenticata la stanchezza, vanno ad appostarsi per preparare loro l’accoglienza. Si nascondono sotto la neve facendo appena affiorare le canne delle loro armi. Appena i repubblichini si trovano a soli cento metri da loro, un ordine rompe il silenzio e le Fiamme Verdi iniziano a sparare. Solo pochissimi soldati fascisti riescono a sopravvivere e ritornare a Corteno, ma anche i partigiani hanno due caduti.

Fiamme Verdi in Mortirolo (1945)

Il 24 febbraio, poi, i nemici ritornano ancora marciando su due colonne e portandosi dietro un cannone: più un ingombro che un’arma utile. Si guadagnano la strada verso Monno, ma le Fiamme Verdi si lanciano all’inseguimento, accerchiano i repubblichini che, per alleggerirsi, lasciano dietro molte armi, tra cui un mitragliatore inglese.

Nella notte tra il 25 e il 26, i partigiani vanno a cogliere di sorpresa i fascisti a Vezza d’Oglio. Rimbombi, raffiche, bombe a mano: i ribelli sfoderano il meglio del loro armamentario segreto e lo adoperano benissimo.

Il 27 i fascisti tentano una nuova tattica: vogliono accerchiarli. È per questo che ne vengono su anche dalla Valtellina e si portano l’aiuto dei tedeschi. Ma i partigiani non ci sono. Non si fanno vivi. I nazifascisti aspettano ma, ad un certo punto, iniziano ad innervosirsi. Escono allo scoperto e, dunque, raffiche su raffiche: i partigiani li costringono al dietrofront fulmineo.

La prima battaglia si conclude egregiamente. La nuova tattica confonde i fascisti e la vittoria arriva facile e con pochi sacrifici. I mesi seguenti saranno i più carichi ed emozionanti di tutti.

Giacomo Cappellini, della brigata “Lorenzini”, era stato catturato il 21 gennaio del 1945 durante un rastrellamento. Era un comandante di brigata molto attivo e influente. Il processo contro di lui, dall’esito come sempre già scontato, si svolge il 22 marzo. Nella sentenza di condanna a morte viene descritto come un figlio degenere appartenente «a quella categoria di traditori che tutto hanno calpestato: onore, libertà, affetto verso la Patria e la famiglia, pur di raggiungere una loro bassa ambizione personale, di potere». La condanna viene eseguita due giorni dopo, il 24 marzo all’alba.

20. Ippolito Boschi

Il 23 di marzo, intanto, cinque partigiani della “Perlasca” scendono tra i nemici a Salò, la capitale del repubblica fascista. L’obiettivo è liberare il partigiano Renato (Carlo Battista Mombelli) degente con quattordici ferite e un braccio spezzato che sta per essere fucilato. Arrivano all’ospedale travestendosi da infermieri e, dopo una rocambolesca avventura, riescono a liberare il compagno di lotta e fuggire, lasciando sbalorditi i fascisti. Tuttavia il giovane Ippolito Boschi (nome di battaglia Ferro), colpito durante l’operazione, morirà dopo poche ore rammaricandosi di aver dovuto, nello scontro a fuoco, colpire un avversario: «Non volevo uccidere nessuno».

21. Eccidio di Mù

Già nel febbraio del ’45 erano stati arrestati Gregorio Canti e Giovanni Venturini, Fiamme Verdi impegnate nell’azione di rifornimento delle truppe arroccate in Mortirolo. Per mesi il povero Venturini – Tambìa – era stato sottoposto a interrogatori durissimi e a torture indicibili.

L’11 aprile 1945 i due amici e altri tre ribelli – per espresso ordine del famigerato comandante della “Tagliamento”, col. Merico Zuccari – finiscono contro il muro del cimitero di Mù per essere fucilati. L’ultima cosa che Tambìa dice ai militi che stanno per fucilarlo è: «Sparate! Fate il vostro dovere. Io vi perdono e vi auguro la felicità su questa terra; io la godrò in cielo. Sparate! Viva l’Italia! Viva Cristo Re!». Già artigliere della Tridentina, aveva 29 anni ed era miracolosamente tornato dalla Russia con piedi congelati.

22. La seconda battaglia del Mortirolo

Il giorno prima, intanto, iniziava la seconda battaglia del Mortirolo. Contro poco più di duecento Fiamme Verdi vi sono oltre duemila nazifascisti della legione “Tagliamento” che salgono bene armati, ansiosi di vendicarsi delle perdite nelle azioni precedenti, e premuti dalla necessità di rendere libero lo sganciamento delle forze in ritirata. Questa volta, dunque, le cose sono ben più difficili per i partigiani.

A rompere il silenzio, alle sei del mattino, è il fuoco concentrato sul piccolo rifugio dove ha sede il comando dei ribelli. Poi arrivano i mortai a fare eco. Nonostante ciò, sono pochissimi i metri che i repubblichini riescono a guadagnare. I partigiani tengono testa e riescono a far fuori due dei tre mandati in avanscoperta. Verso sera, i fascisti decidono di lasciare la zona. Il terzo, allora, viene ritrovato in cattivissime condizioni in un fosso nel quale era riuscito a trascinarsi. Si tratta del capitano Alberto Martinola, subito portato al comando e curato. Racconta i motivi che l’hanno spinto ad arruolarsi con Mussolini, e riconosce anche di aver sbagliato e ammette di essersene pentito. Si offre, così, di fare da oggetto di scambio per liberare cinque Fiamme Verdi, ma non riesce nemmeno ad arrivare all’alba. Muore mentre l’artiglieria sta già riprendendo a sparare da Monno.

Alla proposta di scambio dei prigionieri, i fascisti mandano a dire che, a partire dalle 17 «avranno inizio le più dure rappresaglie contro tutti i paesi della zona le cui popolazioni, volenti o no, hanno contribuito a far vivere la ribellione». Ma a Mortirolo i fascisti non passeranno più.

23. Primavera di Liberazione

Con l’avanzare della primavera, missioni speciali sono paracadutate dagli Alleati in aiuto alle formazioni partigiane che si ricostituiscono in montagna. Intanto, già a partire dalla fine di marzo, arrivano a Brescia i rimpatriati dalla Germania. Sono i soldati dell’8 settembre del 1943 che i tedeschi avevano rinchiuso nei vagoni dei treni e deportato nei loro campi di prigionia. Questi sono solo gli scampati alla morte.

Gli eventi stanno precipitando. In giro c’è aria d’inquietudine. A Brescia si vedono strani movimenti di autocarri. Il mattino del 25 aprile 1945 già circolano le voci: Mussolini non è più a Gargnano. Nella notte dalla Bornata sono passate colonne di fascisti diretti a Milano. Gli alleati ormai hanno superato il Po e sono oltre Mantova.

A Milano è già in atto l’insurrezione. Il 26 aprile, dal Veneto arrivano a Brescia autobus e vetture carichi di fuggiaschi fascisti. Il colonnello Zani (nominato comandante dal CLN), nel frattempo, stabilisce per le 14 l’inizio della rivolta in città.

Ma già a mezzogiorno le campane delle Orsoline si mettono a suonare: come convenuto, anche la Tór del Pégol spande i suoi rintocchi: è il segnale che tutti aspettavano.

Partigiani in città (1945)

All’alba del 27 aprile la città è completamente in mano alle formazioni patriottiche. La gente si riaffaccia sugli usci, riappaiono i tricolori alle finestre. Nel pomeriggio, in piazza della Vittoria, la folla si accalca intorno ai primi carri armati americani.

24. Gli ultimi caduti per la Libertà: Bedizzole, Rodengo Saiano, Gambara, Monno

Ma le battaglie non sono ancora finite. Il 26 aprile, a Bedizzole, i gruppi di insorti del paese e dei dintorni, guidati da Giampiero Siboni, si ritrovano a fronteggiare due colonne tedesche in ritirata. Le Fiamme Verdi combattono ma sono armate in modo leggero: quando, la sera del 26, lo scontro termina con l’allontanamento degli automezzi, sul campo rimangono dieci morti partigiani.

Nella notte tra il 26 e il 27 aprile la rabbia delle SS tedesche si scatena anche a Rodengo Saiano, poco prima di fuggire. Giovanni Battista Vighenzi, 36 anni, è una delle vittime. Stava ritornando da Rovato dove era andato a chiedere rinforzi per il suo gruppo. Gli insorti di Saiano si erano trovati, infatti, di fronte ad un reggimento di circa duecento tedeschi. Interrogato e torturato, Vighenzi è rinchiuso insieme a nove prigionieri che, durante la notte, sono fucilati e rinvenuti il giorno seguente quando ormai i nazisti sono fuggiti.

A Gambara, durante la notte del 28 aprile, si ferma un reparto di SS che la mattina seguente è circondato dai partigiani della brigata “Tita Secchi”. Si scatena subito un duro scontro che finisce con la morte di Giuseppe Nazzari e di altri insorti.

Il 30 aprile, infine, a Monno – mentre a Berlino le truppe sovietiche circondano le rovine della Cancelleria del Reich, mentre nel resto d’Italia le armi ormai tacciono dopo la resa incondizionata dei tedeschi, mentre nei paesi i patrioti catturano gli ultimi fascisti, dopo che il fuggiasco Mussolini è già stato catturato sul lago di Como e  giustiziato, mentre gli americani entrano a Torino, Genova e Milano liberate dall’insurrezione popolare – a Monno, si diceva, ancora si combatte: i partigiani sono arroccati, attenti a non farsi colpire dai tedeschi. Questi pretendono, senza averne diritto, che sia loro garantito il libero transito verso il passo del Tonale.

Il primo maggio i partigiani del Mortirolo affrontano una grossa colonna composta da molte autoblindo, carri armati, altri mezzi cingolati e autocarri che trasportano circa duemila soldati. Lo scontro dura tutta la giornata. Il giovane Bortolo Fioletti (Poldo), di soli 18 anni, viene ferito a morte, ma i compagni non possono soccorrerlo.

È solo verso la mattina del 2 maggio che i soldati tedeschi si ritirano. I fascisti, invece, vanno a nascondersi nei boschi e a levarsi di dosso la divisa.  È l’ora che i ribelli del Mortirolo entrino vittoriosi in Edolo. È l’ora che la guerra finalmente finisca davvero.

«Cara mamma, non piangere – aveva scritto Poldo pochi giorni prima che, ferito, i tedeschi lo finissero – perdonami, e pensa se io fossi tra coloro che martirizzano la gente… Io sono qui per nessun altro scopo che per la fede, la giustizia e la libertà, e combatterò sempre per raggiungere il mio ideale… Presto verremo giù, e vedrai che uomini giusti che saremo. Allora si vivrà con la soddisfazione di vivere e non con l’egoismo di oggi…».

25 Domani

L’alba della Liberazione conclude, nel corso del maggio ’45, le attività belliche delle Fiamme Verdi. La divisione “Tito Speri”, terminate le operazioni nei quadranti della valle, viene congedata dal suo comandante in capo, Romolo Ragnoli, il 7 giugno 1945 con queste parole:

Fiamme Verdi della divisione «Tito Speri»!

La guerra è finita, e con essa è finito il nostro compito attuale. Dobbiamo smobilitare.

Ci eravamo uniti per scacciare i tedeschi e liberare l’Italia dal giogo fascista.

La vittoria ci ha arriso splendida, completa. La nostra Divisione, che era sorta nel nascondiglio e con pochi animosi, ora vede intorno alla sua benedetta e gloriosa bandiera ben cinque brigate con venticinque gruppi.

Lo sguardo al passato, breve ma pieno di vicende, ci ricorda sacrifici e dolori, speranze e vittorie, trepidazioni e trionfi.

Noi possiamo essere fieri di ciò che abbiamo compiuto; abbiamo dato alla causa della Libertà il sangue più generoso, gli stenti, la fame, il freddo, le lacrime dei nostri parenti perseguitati, il rischio della nostra vita.

La bandiera della «Tito Speri» può sventolare con onore tra i nostri monti,  perché voi l’avete intessuta di eroismi oscuri e ornata di ardimenti e di bravura.

Ora dobbiamo scioglierci. Questo è l’ultimo saluto del vostro Comandante.

Saluto innanzitutto i nostri Caduti. Chi di noi li può dimenticare? Io li ho amati come figli e la loro memoria resterà incisa per sempre nel mio cuore. Essi hanno segnato di rosso le tappe della nostra vittoria.

Saluto i mutilati, gli invalidi, i feriti che han lasciato sui nostri monti brandelli della loro carne e che hanno sancito nello strazio delle loro membra la santità del nostro giuramento.

Saluto i collaboratori d’ogni qualità e di ogni mansione, che ci hanno reso possibile la vita materiale e morale, con aiuti di cui non dimenticherò la preziosità e la generosità.

Saluto le staffette, legami viventi tra le nostre sparse file, che con abilità, astuzia, intelligenza, sprezzo del pericolo ci hanno reso il più necessario e più pericoloso servizio.

Saluto tutto il Popolo Camuno, che fu con noi col cuore e con l’aiuto nelle ore più grigie, come nell’ora del trionfo.

Saluto le famiglie che per la causa partigiana hanno sofferto, e – quante sono – vorrei che il mio saluto diventasse conforto vivo e continuo per tante mamme e tante persone care, i cui occhi forse non possono cessare dal pianto.

Saluto voi, mie Fiamme Verdi. La nostra Divisione è stata una famiglia; l’affetto che fu tra noi il legame più tenero e più forte non deve mai spezzarsi. Anche lontani, noi non ci dimenticheremo; staremo uniti, fissi in quell’ideale per cui abbiamo combattuto: Patria, Giustizia, Libertà.

Il vostro Comandante non dimenticherà mai ciò che avete fatto e, invitandovi a consegnare le armi e a ritornare alle vostre case, ricorda il primo incontro, le visite negli accampamenti, le ansie con le quali vi ha sempre accompagnato, le sofferenze e le gioie con le quali ha intessuto con Voi la sua vita di Ribelle.

Fiamme Verdi, in alto i gagliardetti, in alto la bandiera! Date le vostre armi, per l’Italia e per la Libertà. Conservate l’arma più tagliente e più efficace: il vostro spirito onesto e fiero, pronto a tutte le battaglie per ogni causa santa.

Le Fiamme Verdi, così, lasciate le armi tornano alla vita civile e democratica della nuova Italia repubblicana portando con sé l’esperienza gloriosa di venti mesi di fame, freddo, morte, paura ma anche di lotta, coraggio, libertà e giustizia.


[1] Brescia ribelle. 1943-1945, a cura di G. Valzelli, Comune di Brescia, Brescia, 1966, pp. 35-36.

[2] La testimonianza è tratta dal DVD La libertà costa cara molto. Volti e voci della Resistenza bresciana, Avisco, Brescia, 2011.

Bulloni, Pietro

Noto come l’avvocato della Resistenza, Pietro Bulloni fu il difensore di Lunardi e Margheriti durante il processo che ne decretò la morte. Già interventista durante la prima guerra mondiale, fu sempre politicamente molto attivo, in particolare nel mondo cattolico. Il suo tenace antifascismo, però, lo costrinse al ritiro dopo il 1926 e fino al 1943, quando iniziò la Resistenza partigiana.

Bulloni nacque a Brescia nel 1895. Il suo impegno cominciò nel gruppo studentesco A. Manzoni ai tempi del colleggio Arici e dell’Oratorio della Pace. Laureatosi in giurisprudenza nel 1920, si impegnò nel movimento sindacale bianco e nelle Unioni cattoliche del lavoro, interessandosi, in particolare, ai problemi dei salariati rurali con la direzione della Federazione dei lavoratori agricoli.

Nel 1924 iniziò la sua carriera amministrativa diventando prima consigliere comunale e poi provinciale. Ma il suo aperto e manifesto antifascismo lo costrinse al ritiro dopo le minacce e le aggressioni.

Era il 13 settembre del 1943 quando iniziò la sua avventura nella Resistenza partigiana di Brescia. Nella canonica di San Faustino si tenne, in quel giorno, la riunione che gettò le basi del movimento. Il suo impegno si diresse fin da subito a difendere i partigiani arrestati (da ciò il suo noto appellativo). Oltre a Lunardi e Margheriti, difese anche agenti, capo-guardia e direttore del carcere accusati di aver favorito l’evasione di 280 persone durante l’incursione aerea del 13 luglio 1944. Il Tribunale speciale li voleva condannare a morte, ma Bulloni riuscì a farne assolvere alcuni, mentre altri furono condannati a pene minime.

Con la fine della guerra, la sua attività proseguì, in un primo momento, con la nomina a Prefetto, poi come deputato della Costituente e, dal 1948, nel parlamento della neonata Repubblica. Successivamente fu di nuovo consigliere comunale a Brescia.

La morte lo colse nel 1950 con un infarto.

I personaggi

In questa sezione sono raccolte le schede biografiche dedicate ai più importanti personaggi legati ai gruppi partigiani delle Fiamme Verdi.
Algieri, Giuseppe
Almici, don Giuseppe
Antonioli, don Giovanni
Bazoli, Stefano
Belotti, don Ernesto
Bendiscioli, Mario
Bettinzoli, Mario
Bevilacqua, padre Giulio
Bianchini, Laura
Boschi, Ippolito (Ferro)
Bulloni, Pietro
Cappellini, Giacomo
Comensoli, don Carlo
Fioletti, Bortolo (Poldo)
Gatti, Ermes
Gelfi, Salva
Lorenzetti, Antonio
Lorenzini, Ferruccio
Lunardi, Astolfo
Manziana, padre Carlo
Margheriti, Ermanno
Olivelli, Teresio
Pelosi, Giuseppe
Perlasca, Giacomo
Picelli, don Giovanni Battista
Ragnoli, Romolo
Rinaldini, Emiliano
Schivardi, Antonio
Secchi, Tita
Tosetti, Luigi
Trebeschi, Andrea
Vecchia, don Riccardo
Vender, don Giacomo
Venturini, Giovanni (Tambìa)