Signor Sindaco,
Signor Sindaco del Consiglio Comunale dei Ragazzi,
Signori Componenti del C.U.P.A.,
Autorità civili, militari e religiose,
Delegati delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma,
Cittadine e Cittadini di Gussago,

vi ringrazio per avermi invitato a pronunciare quest’ora­zione ufficiale per il 72esimo anniversario della Liberazione. Un compito non facile né scontato, in un momento storico difficile e denso di preoccupazioni come quello che stiamo vivendo in questi tempi.

Vorrei esordire con un pensiero positivo: nonostante le difficoltà, le sofferenze e i problemi che affliggono l’Italia e l’Europa, oggi, 25 aprile, è FESTA, festa della Liberazione. Liberazione dalla guerra, dalla dittatura fascista, dalla dominazione nazista, dalla persecuzione politica, dall’op­pressione personale e sociale, dalla miseria, dalla fame.

Una liberazione realizzata grazie al sacrificio di donne e uomini che, nella tragica esperienza del secondo conflitto mondiale, scelsero di stare dalla parte più scomoda, più debole, peggio armata, prendendo la via che presentava gli esiti più pericolosi e incerti. Quelle donne e quegli uomini – male armati, poco equipaggiati, braccati e perseguitati, privi dell’organizzazione militare regolare che i loro avversari possedevano (fatta di caserme, di cannoni, di divise ma anche di pasti caldi, vestiti asciutti e giacigli comodi) – combatterono e morirono per dire “BASTA!”: per porre fine alla tirannide e alla guerra, voluta da un regime autoritario, violento, razzista e liberticida. Compiendo quella scelta, essi erano consapevoli della FATICA ma anche della NECESSITÀ MORALE di schierarsi dalla parte della dignità umana, della libertà coniugata con la giustizia, del primato della persona dell’organizzazio­ne democratica dei rapporti politici e sociali.

Ricordare questo significa, qui a Gussago, pensare ai prigionieri fuggiti dal campo di prigionia di Campiani, accolti e aiutati dagli abitanti di Gussago e di Brione; significa ricordare don Giuseppe Potieri, artefice di quell’assistenza insieme a Mario Rossi, che per questo fu arrestato e fucilato a Verona nel gennaio 1944; significa ricordare Angelo Marone, che offrì la sua cascina del Quarone come rifugio per prigionieri sbandati dopo il rastrellamento di Croce di Marone del novembre 1943, e che per questo fu deportato in Germania, dove morì; significa ricordare Giuseppe Biondi, Beniamino Cavalli e Francesco Di Prizio della 122a brigata Garibaldi, che morirono nello scontro a fuoco in località Camaldoli; significa ricordare Mario Bernardelli e Giuseppe Zatti, fucilati a Sella dell’Oca; significa ricordare quanti, qui e altrove, per l’impegno nella lotta di liberazione patirono gli arresti, il carcere, la deportazione, la prigionia, la tortura, la minaccia psicologica, il ricatto degli affetti. Giovani e meno giovani, religiosi e laici, uomini e donne, padri di famiglia e figli ancora ragazzi hanno dato con generosità il loro contributo a costruire la pace attraverso la rivolta morale delle coscienze.

Oggi siamo qui a fare festa con loro e per loro, per ricordarli e onorarli, ma anche per ricordare i valori e i principi che li hanno mossi: ideali universali di democrazia, di libertà, di giustizia sociale, di uguaglianza, di pace. Valori e diritti che il fascismo di allora aveva negato, perseguitato, oppresso.

Oggi avvertiamo sensibilmente, in molti eventi e atteggiamenti della nostra società, il pericolo di un nuovo fascismo: un fascismo più ambiguo e ammiccante; un fascismo stemperato, che un po’ si vergogna a farsi chiamare col suo nome e si nasconde dietro a slogan da tifoseria, o tenta di nobilitarsi travestendosi da nazionalismo, da sovranismo, da suprematismo; un fascismo che fa proseliti tra i poveri e gli impoveriti delle nostre società, tra quanti appartengono alle fasce più deboli, indifese o meno preparate culturalmente; un fascismo che s’ammanta di toni epici, che ragiona per parole d’ordine semplificatorie e risolute, che si richiama a falsi miti di forza, supremazia, vigore fisico come sirene per affascinare i più giovani. Un fascismo che non presenta soluzioni, ma usa con furbizia l’egoismo per identificare dei capri espiatori su cui scaricare la responsabilità dei problemi più complessi che affliggono la società di oggi; un fascismo che, purtroppo, trova nel perdurare della crisi economica un brodo di coltura che gli permette di crescere; un fascismo forse meno muscolare, ma non meno insidioso e pericoloso di quello degli squadristi del ’19 o dei marcisti del ’22; di quello del delitto Matteotti del ’24 o delle leggi fascistissime del ’25; di quello della guerra d’Africa del ’36 o delle leggi razziali del ’38; di quello dell’alleanza con Hitler e della guerra fascista del ’40-43 o della Repubblica di SaIò del ’43-45.

È un fascismo strisciante, internazionale, che si affaccia con crescente arroganza in molte democrazie occidentali; un fascismo che parla di egoismo, di contrapposizione di civiltà, di discriminazione; un fascismo che innalza muri e parla la lingua del populismo e della demagogia, che si annida e si riproduce sui social media tra l’indifferenza, la complicità o l’ignavia di chi dovrebbe controllare e prevenire.

Come difendersi da questo nuovo fascismo? Io credo che possiamo trovare una risposta proprio nelle ragioni fondative della festa che oggi celebriamo.

Perché questa festa è un po’ diversa dalle altre: non è una vacanza. La parola vacanza, infatti, è collegata, nella sua etimologia, al verbo latino vacare, che significa ‘mancare, essere vuoto’: invece, la festa della liberazione è ‘piena’, riempita del senso più vero e profondo che giustifica il nostro stare insieme, oggi, come comunità.

Vivere la festa, ‘fare festa’ per la liberazione significa, allora, mettere “in comune”, mettere in relazione gli elementi più preziosi che ci connotano e contraddistinguono come PERSONE e come POPOLO; in una parola, le ragioni che ci definiscono COMUNITÀ.

Perché una comunità si realizzi non basta l’azione del ricordo: il ricordo può anche essere personale, privato, familiare, segreto; può persino permettersi di essere di parte, perché la parola che lo definisce ha a che fare con il cuore: il verbo latino recordare, infatti, letteralmente vuol dire ‘riportare al cuore’ un fatto, una persona, una vicenda.

Una comunità, invece, FA FESTA DELLA LIBERAZIONE facendo MEMORIA.

La memoria è una cosa più complessa e più difficile del ricordo, perché chiama in causa il confronto con il pensiero dell’altro, con la pluralità del punto di vista, con la fatica di tenere insieme tante storie, tanti ricordi, tanti diversi sentimenti, che INSIEME costruiscono un patrimonio ‘condiviso’, che non appartiene, singolarmente, a nessuno, ma che è patrimonio comune, di tutti. La memoria chiama in causa la capacità di accoglienza di tutti e di ciascuno. Non esiste, etimologicamente parlando, una memoria che non sia ‘condivisa’: si possono non condividere i ricordi, ma non si può non condividere la memoria, perché a fondamento della memoria sta la verità, la verità dei fatti e degli intenti, la verità analizzata, validata e compresa attraverso il CONFRONTO con l’altro.

Per questo, nessuno può essere depositario esclusivo della memoria.

E per questo è così difficile fare memoria, costruire la memoria, celebrare la memoria.

Talvolta è addirittura scomodo, faticoso, perfino demoralizzante provare a conciliare le varie e diverse forme del ricordo per costruire la memoria. Ma la cosa straordinaria è che la memoria è attiva: la memoria agisce, cambia le coscienze, insegna, trasforma il pensiero, il cuore e l’anima delle persone che incontra.

La memoria della Resistenza e della Liberazione non è quella che viene dal verbo latino memini, che indica la memoria passiva, trasmessa, che si coniuga solo al passato perché può solo essere conservata. La memoria della Resistenza è quella che viene dal verbo latino memorare, che significa ‘raccontare ciò che è stato’, richiamare alla mente ciò che tutti sanno o dovrebbero sapere per appartenere a una comunità di persone.

Questa è la memoria della quale ci occupiamo oggi: una memoria che parla, che racconta la verità, che mette in guardia dal ripetere gli errori del passato; una memoria che scombussola le nostre certezze di benpensanti, che mette in crisi l’egoismo che teniamo nascosto dentro di noi, che scomoda le nostre comodità, che sbugiarda il nostro pregiudizio; che ci obbliga a mettere la nostra storia individuale e collettiva a confronto con quella di chi incontriamo lungo il cammino, per costruire insieme un futuro possibile.

Una comunità che rinuncia alla sua memoria diventa un accidentale agglomerato di persone mosse unicamente dai desideri del singolo: una comunità senza memoria, o che smarrisce la sua memoria, mette sempre prima l’io al posto del noi, mentre è esattamente il contrario che si dovrebbe fare.

Pensate, cari amici e care amiche, se le donne e gli uomini della resistenza – a Gussago come altrove – avessero detto io, e non noi: quale sarebbe stata la sorte dell’Italia?

La lezione più grande che ci viene dalla Resistenza è quella di aver scelto il noi come pronome personale con il quale coniugare il proprio agire. Un noi che non è il noi fascista, formale e militaresco, utile solo a rendere più veemente e altisonante l’io mussoliniano; un noi, quello dei partigiani, dei patrioti, dei ribelli, fatto di storie diverse, di esperienze diverse, di pensieri diversi che INSIEME s’univano per un obiettivo comune, un ideale comune, un percorso comune: costruire insieme un’Italia nuova, più libera e più giusta. Per sé, ma soprattutto per chi sarebbe venuto dopo.

Non facciamoci ingannare, dunque, da quanti ci spingono a coniugare la nostra vita alla prima persona singolare: scegliamo sempre il noi, un noi più ampio e articolato possibile, in cui ogni io possa davvero sentirsi a casa, trovare accoglienza, sperimentare la fraternità.

Questo è lo spirito che ci consegna il 25 Aprile; questo è il messaggio che dobbiamo imparare dai nostri partigiani.

Solo allora potremo davvero gridare, con convinzione: “Viva il XXV Aprile! Viva l’Italia!”