Care cittadine, cari cittadini, cari partigiani e cari antifascisti tutti.

Roberto Bondio ad Acquafredda

Roberto Bondio ad Acquafredda

Un ringraziamento sincero va al Sindaco per l’invito a questa celebrazione nella speranza di essere all’altezza in questo difficile compito e dovere del ricordo. Un ricordo non inteso come pura e semplice celebrazione, eseguita da una serie di liturgie da dover ripete meccanicamente in alcuni periodi dell’anno, ma inteso come il riportare alla mente e al cuore un’emozione che si connetta e si leghi indissolubilmente a quella delle ragazze e dei ragazzi che 72 anni fa liberarono la nostra Italia dall’oppressione e dalla violenza nazifascista.

Grazie a tutti voi. La vostra presenza è davvero un grande piacere e soprattutto un segnale importante di attenzione e impegno civile. È un’assunzione personale di responsabilità. È la dimostrazione vivente di quanto i cittadini sentano ancora il bisogno di incontrarsi, di condividere una strada, di cercare uno spazio di unità malgrado i venti, generati dalla crisi economico-sociale più grave dal dopoguerra, soffino verso la direzione dell’isolamento sociale e dell’egoismo.

«Convivere per vivere» fu uno dei principali motti dei “ribelli per amore” che alla prepotenza e alla forza seppero contrapporre la solidarietà e il rispetto.

Proprio nella parola “unità” risiede una delle chiavi di lettura della Liberazione poiché il 25 aprile non è la festa di qualcuno, maggioranza o minoranza che sia, ma deve essere patrimonio di tutte le italiane e gli italiani che si riconoscono nei principi democratici.

Uniti nell’impegno a costruire e conservare insieme un patrimonio di valori civili e politici in cui riconoscerci e che costituiscano la base della nostra vita sociale.

Uniti nella difesa e nella cura delle tanto bistrattate istituzioni democratiche che restano il vero baluardo della nostra convivenza civile e pacifica.

Uniti nel mettere al centro dell’azione politica la persona umana, la sua dignità e suo pieno sviluppo.

Come scrisse Laura Bianchini, di cui dopo vi parlerò brevemente, «la persona umana è il fine a cui l’ordine sociale, e potremo dire allo stesso modo l’ordine politico, l’ordine giuridico, è subordinata.

La società è al servizio della persona umana, alla quale deve offrire le condizioni che le permettono di perfezionarsi, di svolgersi secondo i doni, le tendenze, le capacità di cui è stata dotata.

Non è la persona umana al servizio della società, perché ciò negherebbe la sua dignità, condannandola a vivere da minorenne, da schiava, da “cosa”».

In perfetta coerenza con quanto poi sarà scritto nell’art. 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

In queste parole si può leggere il rovesciamento del paradigma ideologico fascista che poneva l’uomo come semplice strumento/meccanismo dello Stato. Una persona umana aliena da diritti e pertanto schiava, trattata da “cosa”.

Il brano che vi ho letto è tratto dalle pagine del giornale clandestino “il ribelle”.

La Bianchini è stata una delle figure più straordinarie legate a questo giornale. Uno degli esempi più alti che la resistenza bresciana ci ha donato.

Antifascista coraggiosa, coordinatrice della stampa de “il ribelle” e unica madre costituente bresciana, deputata DC per una legislatura e insegnante per una vita.

Il valore del suo esempio va al di là di qualsiasi retorica e ci permette di rendere vivi quegli ideali che rimangono troppo spesso astratti e sfuggenti.

Inoltre fermarsi a rileggere e riflettere su queste pagine, tanto drammatiche quanto intrise di altissima tensione etica e morale, ci permette di rivedere sotto una nuova luce anche i fenomeni del mondo contemporaneo. Se tante ragazze e ragazzi sono riusciti a superare quelle sfide imposte dall’oppressione e dalla mancanza di libertà noi che agiamo all’interno di un contesto democratico, seppur migliorabile e bisognoso di nuove innovazioni, abbiamo il dovere di non rassegnarci al cinismo, di ribellarci all’indifferenza. Abbiamo il dovere di lottare affinché nessun uomo e nessuna donna si senta escluso, affinché sia realizzata «la libertà per tutti sotto la tutela di giuste leggi», affinché le Istituzioni europee, che hanno senza dubbio contribuito all’avanzamento della pace e del benessere nel nostro continente, vivano un nuovo e rinnovato rilancio politico e democratico.

Ne va del nostro futuro e soprattutto del futuro di chi verrà dopo di noi!

Insomma la sfida da giocare in quest’epoca è una sfida nella quale vogliamo contrapporre il coraggio alla paura, la fiducia al sospetto, la partecipazione alla passività. Non è una presa di posizione contro questo o quel governo, questo o quel partito. È qualcosa di più grande! Una rivolta morale, una ribellione etica. Come diceva un grande prete antifascista è tempo di attrezzarci «per metterci all’opposizione, ma non all’opposizione degli altri, all’opposizione di noi stessi: delle nostre grettezze, dei nostri egoismi, se necessario anche delle nostre ambizioni».

E nel fare ciò ci siano di monito le parole di Giuseppe Mazzini: «Più della servitù temo la liberà portata in dono».

Perché queste celebrazioni avranno un senso solo se avranno seguito nel nostro impegno quotidiano poiché la democrazia è difficile e ostinata e al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. È un patrimonio che ci è stato consegnato e che dobbiamo essere in grado di trasmettere e rielaborare in continuazione.

«La nostra storia ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente concimati, attraverso la responsabilità di tutto un popolo. Dovremmo riflettere sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni, non è solo progresso economico. È giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. È tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. È pace».

È con queste parole di un’altra grande ribelle scomparsa pochi mesi fa, Tina Anselmi, che voglio farvi arrivare il mio più caloroso augurio di buon 25 aprile!

Viva la Resistenza, viva la Repubblica, viva l’Italia!